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Cronaca

Adepp, in aumento i professionisti iscritti alle casse previdenziali

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ROMA (ITALPRESS) – Nell’anno della pandemia i liberi professionisti appartenenti alle casse previdenziali private cresce di oltre l’1% mentre in Italia dipendenti e autonomi sono calati di quasi il 2%. E’ stato presentato questa mattina a Roma l’XI Rapporto annuale dell’associazione presieduta da Alberto Oliveti. Dal report emerge che nell’anno della pandemia, mentre in Italia gli occupati diminuivano di quasi il due per cento (-1,95% secondo l’Istat), i liberi professionisti iscritti alle Casse Adepp sono aumentati di oltre l’1 per cento (+1,19%, da 1,01 a 1,022 milioni). I numeri dell’Adepp restano ampiamente positivi anche considerando non solo i liberi professionisti ‘purì, ma l’insieme degli iscritti alle Casse, che include anche 98 mila pensionati attivi e 560 mila fra parasubordinati, dipendenti e categorie similari (il totale è passato da 1,672 a 1,68 milioni di iscritti, +0,47%). Il confronto è fra i dati 2019 e quelli del 2020.
Il presidente dell’Adepp Alberto Oliveti ha usato l’acronimo TRA per far riferimento alla missione e al futuro delle casse previdenziali. “La T dell’acronimo ci dice che abbiamo Titolo a realizzare in autonomia la previdenza dei liberi professionisti in base a una delega che ci è stata conferita. Una delega che abbiamo esercitato nel Rispetto degli impegni avevamo assunto con le nostre platee di riferimento. Un impegno portato avanti pagando pensioni, dando sostegni e garantendo una sostenibilità che è dimostrata negli Atti compiuti”.
“Tra – aggiunge – fa anche riferimento al suo insignito significato di preposizione, che sottolinea il nostro essere intermedi rispetto a certe dinamiche. Siamo tra autonomia e tentativi di ripubblicizzazione, siamo tra il professionalismo caratterizzato dall’autoregolamentazione ordinistica e l’esigenza di aprire a nuovi Ordini o nuove professioni affini; siamo tra una sostenibilità che dobbiamo garantire a lungo termine e l’urgenza di dare sostegno qui e ora ai professionisti, ma siamo anche tra la necessità di un sostegno all’economia reale e una tassazione penalizzante, il cui gettito solo con alcuni recenti provvedimenti in occasione del Covid è stato indirizzato verso i nostri scopi, finanziando il reddito di ultima istanza o l’esonero contributivo”.
A livello generale italiano invece l’Istat, con la sua ultima rilevazione a campione, ha scattato una fotografia opposta per tutte le categorie: con i dipendenti passati da 18,048 a 17,746 milioni (-1,67%) e l’insieme degli autonomi da 5,312 a 5,158 milioni (con una percentuale del -2,9% che sarebbe stata anche peggiore se non fosse stato per il sottoinsieme degli iscritti Adepp).
La libera professione non ha perso il suo appeal tra le nuove generazioni. Quest’anno il centro studi AdEPP ha arricchito il rapporto con i risultati di un questionario a cui hanno risposto quasi 5mila neo iscritti: la quasi totalità ha intrapreso la strada della libera professione per scelta, attraverso un percorso universitario e di orientamento alla professione oppure per seguire le proprie inclinazioni e aspirazioni. Solo una minoranza ha invece dichiarato di essersi diventato libero professionista per cessazione del precedente lavoro, per proseguire l’attività di genitori o parenti o per ripiego.
“Questi dati mostrano la grande vitalità e attrattività delle professioni intellettuali – dice Oliveti – e oggi il mondo delle Casse è pronto anche ad accogliere nuove professioni, come quelle legate a nuovi Ordini o affini a quelle ordinistiche”.
Continua il fenomeno della femminilizzazione. Le donne, al 2020, rappresentano il 41% del totale degli iscritti alle Casse a sottolineare che la libera professione favorisce la conciliazione lavoro/famiglia. Ma persiste il gap reddituale. Le professioniste dichiarano il 45% in meno dei loro colleghi. La media dei redditi tra le donne è di circa 25 mila euro mentre quella degli uomini è di 45mila.
Solo l’anno scorso sono stati 600 i milioni di euro erogati dalla casse per prestazioni di welfare. Un sostegno che è aumentato dell’85% in un anno con importi complessivi che sono cresciuti ben del 105%.
Gli iscritti attivi sono 1.680 mila, +0.5% rispetto al 2019, +28,5% in 16 anni. I Liberi professionisti rappresentano circa il 6% dei lavoratori italiani. La maggior parte di iscritti rientra nelle fasce d’età 40-60 (circa il 53%). Il numero degli iscritti under 40 è diminuito dal 41% del 2005 all’attuale 28% ma è aumentato il numero degli over 60 che è cresciuto dal 10% al 20%. La media nazionale degli iscritti è 27 ogni mille, la maggiore densità di professionisti la troviamo nel Lazio con 31 ogni mille abitanti. I neo iscritti sono al 51% donne.
Il rapporto Adepp approfondisce anche i redditi, fermandosi però all’ultimo anno pre-Covid: le dichiarazioni presentate nel 2020 sono infatti relative al 2019. Il reddito nominale dei liberi professionisti è aumentato negli ultimi 14 anni del 2,4% e nell’ultimo anno del 3,4%. Un under 40 guadagna 1/3 del collega over 50. I professionisti del Sud dichiarano un reddito del 48% inferiore ai colleghi del Nord, quelli del Centro il 21% in meno del Nord. Al Nord la differenza uomo/donna è del 47% mentre al Sud del 43%.
Le entrate contributive sono aumentate del 106% in 15 anni. Nel 2020 sono 1,1 miliardi di euro contro i 5,4 miliardi del 2005 e i 7,4 miliardi del 2010. Il numero delle prestazioni previdenziali e assistenziali è aumentato dell’85,5%, gli importi del 105%. 7,4 miliardi di euro, 626mila prestazioni. Dal 2013 al 2020 il patrimonio è passato da 65,6 miliardi a 100,064 miliardi di euro
Le Casse nel 2020 gestiscono direttamente circa il 34,7% del loro patrimonio. La restante parte viene gestita tramite gestori qualificati o fondi comuni. Circa il 52 del patrimonio resta in Italia, il restante 48% in Europa e fuori dall’area Euro.
(ITALPRESS).

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Una nuova app per la prevenzione del Disturbo da Gioco d’Azzardo

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ROMA (ITALPRESS) – Il Disturbo da Gioco d’Azzardo costituisce una vera e propria dipendenza comportamentale, con ricadute cliniche, psicologiche e sociali. Da qui è partito l’incontro alla Fiera di Rimini in occasione di Enada Primavera 2026, dove il confronto tra specialisti, rappresentanti istituzionali e operatori del settore si è concentrato sulla prevenzione e sugli strumenti per favorire una maggiore autoconsapevolezza. “Usa la Testa”, app mobile gratuita e anonima, è pensata per offrire test di autovalutazione, timer, contenuti informativi e accesso ai servizi di supporto sul territorio.
Il Disturbo da Gioco d’Azzardo rientra oggi nell’area delle dipendenze comportamentali e richiede quindi di essere affrontato non solo sul piano sociale o regolatorio, ma anche come tema di salute pubblica. Il Rapporto ISTISAN 19/28 dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato nel 2019 su dati del 2017, segnala infatti che il 36,4% della popolazione adulta italiana, pari a circa 18,4 milioni di persone, ha dichiarato di aver praticato gioco d’azzardo con vincita in denaro almeno una volta nei 12 mesi precedenti.
“Il disturbo da gioco d’azzardo è riconosciuto come una dipendenza comportamentale e rappresenta un tema rilevante sul piano clinico e sociale – osserva Gianluca Bruti, Presidente EurekAcademy ETS, dottore di ricerca in neuroscienze e chirurgia maxillo-facciale Università La Sapienza, Roma – Almeno il 60% degli italiani ha esperienza di gioco, mentre oltre un milione di persone presenterebbe forme problematiche. Questo fenomeno pertanto non può più essere relegato ai margini del dibattito pubblico e sanitario. Strumenti digitali semplici e accessibili possono offrire un supporto utile alla prevenzione, aiutando le persone a sviluppare maggiore consapevolezza dei propri comportamenti e a orientarsi, se necessario, verso servizi e percorsi di supporto. La consapevolezza è il primo passaggio per distinguere tra gioco responsabile e comportamento patologico”.
Uno dei messaggi raccomandati dagli specialisti riguarda la necessità di spostare l’attenzione sulla prevenzione, aiutando le persone a riconoscere precocemente segnali di rischio, abitudini disfunzionali e perdita progressiva di controllo. In questo può aiutare “Usa la Testa”, app mobile sviluppata come strumento semplice, immediato e completamente anonimo, senza registrazione e senza raccolta di dati personali, riservata a utenti maggiorenni.
L’app raccoglie in un unico ambiente digitale una serie di funzioni orientate alla consapevolezza: test di autovalutazione, consigli pratici, timer per monitorare il tempo di gioco, consultazione di contenuti informativi, contatti utili e geolocalizzazione dei SerD e degli sportelli di ascolto. Tra gli elementi centrali vi è il test anonimo basato sul Problem Gambling Severity Index, che consente di restituire all’utente un primo inquadramento in quattro profili di rischio. Accanto a questo, l’app mette in evidenza risorse di supporto gratuite, tra cui il Numero Verde nazionale dell’Istituto Superiore di Sanità e i riferimenti territoriali dei SerD, il numero verde dell’Associazione Konsumer Italia, con l’obiettivo di trasformare lo smartphone in un punto di accesso semplice a informazioni validate e canali di orientamento. Sono inoltre previste, nelle release successive, funzioni ulteriori come chatbot informativo e contenuti di edutainment.
“Con ‘Usa la Testà abbiamo voluto mettere a disposizione delle persone uno strumento concreto, immediato e accessibile, pensato per accompagnare il rapporto con il gioco in modo più consapevole – spiega Mara Di Lecce, Direttrice Comunicazione e Marketing Novomatic Italia – L’obiettivo è offrire un supporto semplice e anonimo che favorisca informazione, autoconsapevolezza e orientamento, in una logica di responsabilità condivisa e di attenzione verso il giocatore. Abbiamo scelto una tecnologia leggera, non invasiva, utilizzabile in autonomia, proprio perchè la prevenzione passa anche dalla capacità di divertirsi consapevolmente, saper leggere i propri comportamenti ma anche sapere dove trovare aiuto, se necessario”.
Il messaggio in favore del gioco responsabile è stato sottolineato da Walter Zenga, storico portiere e allenatore, oggi Ambassador di NOVOMATIC Italia, e dai parlamentari intervenuti, Elena Murelli, della 10ª Commissione (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato, che ha parlato di tutela dei giocatori, e Saverio Congedo, della VI Commissione (Finanze) della Camera, che ha analizzato l’importanza del gioco e degli operatori legali.
“Nella mia carriera ho imparato che il vero successo nasce dall’equilibrio: tra istinto e disciplina, tra passione e consapevolezza – ha affermato Zenga – Usa la Testa aiuta a mantenere questo equilibrio, proprio come un buon allenatore o una squadra unita fanno con un atleta. Essere Ambassador significa mettere la mia esperienza al servizio di un messaggio semplice ma fondamentale: il gioco può essere un momento di divertimento, ma solo se vissuto con consapevolezza. E accompagnare i giocatori in questo percorso è una responsabilità che condividiamo tutti”.
L’impegno contro il Disturbo da Gioco d’Azzardo attraverso la tecnologia sarà rinnovato con un’altra iniziativa che avrà luogo a Roma il prossimo 13 maggio. Una nuova occasione di confronto in cui i vari stakeholder coinvolti potranno definire obiettivi e strategie raggiungibili attraverso questi nuovi strumenti.

– foto ufficio stampa Diessecom –
(ITALPRESS).

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Innovazione in ematologia, AbbVie lancia la sesta edizione di BeClose

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ROMA (ITALPRESS) – Le patologie ematologiche rappresentano un’area di grande rilevanza clinica e sociale, caratterizzata da bisogni ancora insoddisfatti ma anche da importanti opportunità terapeutiche. Negli ultimi anni, l’evoluzione delle conoscenze biologiche, l’introduzione di terapie mirate e immunoterapie innovative e la crescente disponibilità di dati clinici hanno profondamente modificato il modo in cui le malattie del sangue vengono diagnosticate e trattate. In questo contesto AbbVie lancia la sesta edizione di BeClose, appuntamento dedicato alla comunità ematologica che nasce con l’obiettivo di supportare questa evoluzione in ematologia, favorire il confronto tra specialisti e la condivisione delle conoscenze come leve fondamentali per migliorare la pratica clinica. Al centro di questa edizione un nuovo concept: “The Hemaverse”, una rappresentazione dell’ematologia contemporanea come ecosistema dinamico in cui esperienza clinica, dati ed evidenze scientifiche, strumenti digitali e modelli predittivi convergono per supportare decisioni terapeutiche sempre più personalizzate. L’evento inizia oggi e vede riuniti per due giorni a Roma oltre 300 ematologi.
“AbbVie è oggi una delle realtà più attive in ematologia. La ricerca scientifica è il punto di partenza di tutto ciò che facciamo e BeClose 6 – The Hemaverse nasce per portare quella ricerca dove può fare concretamente la differenza, cioè nella pratica clinica quotidiana – afferma Caterina Golotta, Direttore Medico di AbbVie Italia – Con BeClose rinnoviamo il nostro impegno nella formazione, nel confronto e nella collaborazione con i clinici. Crediamo che rigore scientifico, innovazione e ascolto siano le condizioni imprescindibili perchè l’eccellenza della ricerca si traduca in benefici reali per i pazienti”.
AbbVie è impegnata in ematologia in tre aree principali – leucemia linfatica cronica, leucemia mieloide acuta e linfomi non-Hodgkin – con una pipeline in continua evoluzione che include anche il mieloma multiplo, una patologia con un alto impatto epidemiologico. In tutte queste aree, l’innovazione sta portando a un cambio di paradigma: dalla chemioterapia tradizionale si passa sempre più a terapie target, immunoterapie e combinazioni che consentono di ottenere risposte profonde, durature e, in molti casi, con un miglior profilo di tollerabilità. In tale contesto anche il ruolo del clinico evolve: da interprete delle evidenze a regista di un processo decisionale che integra dati clinici, innovazione tecnologica e bisogni del paziente.
“L’innovazione terapeutica nei linfomi non-Hodgkin non rappresenta più una scelta, ma una necessità imprescindibile. Stiamo vivendo una trasformazione senza precedenti in ematologia, che ci permette di offrire speranza concreta anche a pazienti che, fino a poco tempo fa, restavano privi di alternative terapeutiche – dichiara Pier Luigi Zinzani, Professore Ordinario di Ematologia e Direttore dell’Istituto di Ematologia “L. e A. Seràgnoli”, Università degli Studi di Bologna – Accanto alle terapie CAR-T, l’introduzione degli anticorpi bispecifici segna una svolta, perchè, grazie all’innovativo meccanismo d’azione di ponte tra le cellule T e le cellule tumorali, rappresentano un’opzione terapeutica efficace, con un buon profilo di sicurezza e prontamente disponibile. Epcoritamab è ad oggi l’unico anticorpo bispecifico sottocute che può essere utilizzato sia per i pazienti con linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) e linfoma follicolare (FL) recidivati refrattari dopo almeno 2 linee di trattamento, e ha un panorama di sviluppo clinico in combinazione con immunomodulanti e immunoconiugati in linee precoci di trattamento, setting dove si sta puntando come sfide future di aumento dei tassi di cura”.
Negli ultimi anni, anche nel campo delle leucemie, abbiamo assistito a un cambio di paradigma terapeutico. Nella leucemia linfatica cronica, la forma più diffusa nel mondo occidentale, l’evoluzione delle combinazioni a base di venetoclax ha ridefinito gli standard di trattamento, contribuendo in modo determinante all’affermazione della terapia a durata fissa come alternativa alla terapia continuativa. Oggi siamo in una fase in cui possiamo davvero parlare di medicina personalizzata nella leucemia linfatica cronica: la disponibilità di combinazioni efficaci sia in prima che in seconda linea ci consente di scegliere il trattamento più appropriato in base alle caratteristiche della malattia, alle comorbidità e agli obiettivi di vita del paziente.
“Abbiamo assistito a un cambiamento radicale nella gestione della malattia e nelle aspettative di vita dei pazienti”, spiega Luca Laurenti, Professore Associato di Ematologia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
Le combinazioni a base di venetoclax con inibitori di BTK, sia di prima che di seconda generazione – come venetoclax + ibrutinib e venetoclax + acalabrutinib – rappresentano un’evoluzione chiave verso strategie completamente orali, altamente efficaci e gestibili. A queste si affianca la combinazione venetoclax + obinutuzumab, che ha consolidato il ruolo della durata fissa in prima linea. Parallelamente, anche nei pazienti con malattia recidivata o refrattaria, la disponibilità dei regimi a durata fissa come venetoclax + rituximab ha ulteriormente ampliato le possibilità terapeutiche, consentendo di ottenere risposte profonde con un approccio definito nel tempo.
“Queste opzioni terapeutiche ci permettono oggi di offrire trattamenti altamente efficaci e flessibili, adattabili al profilo clinico del paziente – continua Laurenti – In particolare, le combinazioni completamente orali rappresentano un passo avanti importante anche in termini di qualità di vita e semplifica-zione del percorso terapeutico, mantenendo elevati standard di efficacia e tollerabilità sia nei pazienti più giovani sia in quelli anziani. La terapia sinora descritta si applica alla maggior parte dei pazienti con LLC, fatta eccezione per quelli con biologia sfavorevole nei quali è prediletta una terapia di tipo continuativo”.
Anche nella leucemia mieloide acuta, patologia aggressiva e a rapida evoluzione, l’innovazione sta cambiando concretamente la pratica clinica, in particolare per i pazienti di prima linea “unfit”, anziani o con condizioni cliniche che non consentono l’utilizzo della chemioterapia intensiva tradizionale.
“Per decenni questi pazienti hanno avuto a disposizione opzioni limitate e risultati modesti. Oggi la situazione è profondamente cambiata – illustra Adriano Venditti, Professore Ordinario di Ematologia presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata – Le combinazioni venetoclax+ipometilanti hanno ridefinito gli standard di cura, offrendo benefici clinici reali e misurabili. Uno degli aspetti più rilevanti di questi nuovi approcci consiste nella possibilità di offrire al paziente non in grado di ricevere chemioterapia intensiva una combinazione che garantisce maggiore efficacia rispetto al solo agente ipometilante (azacitidina o decitabina) utilizzato in passato. Quindi, in un’era in cui l’obiettivo è la personalizzazione del trattamento, la combinazione venetoclax-ipometilante consente di migliorare la sopravvivenza anche di quei pazienti storicamente considerati a prognosi peggiore per età o per la presenza di concomitanti patologie”.

– foto ufficio stampa AbbVie –
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Malattie respiratorie croniche, accesso alle cure e liste d’attesa sfide del SSN

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ROMA (ITALPRESS) – Garantire un accesso equo alle cure resta una delle sfide più complesse per il Servizio Sanitario Nazionale. Le disuguaglianze territoriali continuano a pesare sulla possibilità, per i pazienti, di accedere a percorsi diagnostico-terapeutici appropriati. In questo contesto, rafforzare l’integrazione tra i diversi livelli assistenziali e ridurre le disparità regionali diventa decisivo per migliorare la qualità dell’assistenza e assicurare una presa in carico più uniforme.
Parallelamente, assume un ruolo sempre più centrale il tema delle liste d’attesa. Da anni al centro dell’attenzione delle Istituzioni e degli operatori sanitari, incide in modo particolare nell’ambito delle malattie croniche, che richiedono un monitoraggio continuo, interventi tempestivi e una presa in carico strutturata e multidisciplinare nel tempo. Ridurre i tempi per visite ed esami non è solo una questione organizzativa, ma un elemento chiave per migliorare la qualità della vita dei pazienti e rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse pubbliche.
In questo scenario, Tiziana Nicoletti, Responsabile del Coordinamento delle Associazioni dei malati cronici e rari di Cittadinanzattiva ha commentato: “In Italia la principale emergenza sanitaria non riguarda la qualità delle cure, ma la possibilità stessa di accedervi. Sebbene si comincino ad intravedere alcuni effetti delle riforme in corso – in merito a tempi di attesa, assistenza territoriale, aggiornamento dei Lea, ampliamento degli screening e del calendario vaccinale – le liste d’attesa, la carenza di personale e la disomogeneità territoriale nell’erogazione dei servizi sanitari mettono ancora a rischio l’effettività del diritto alla salute”.
“Tutto ciò – ha aggiunto – delinea in modo sempre più evidente, le problematiche che si sono radicate nel tempo per i pazienti cronici e per le loro famiglie, impedendo loro di accedere pienamente e in maniera uniforme alle cure. Piani e norme non mancano e, in genere, ben definiscono i diritti delle persone con malattia cronica e rara. Ma, troppo spesso, restano sospesi: nelle more delle decisioni, negli ostacoli che le Istituzioni tendono a frapporsi, nella insufficiente partecipazione dei cittadini e delle associazioni. Su questo chiediamo la piena attuazione del nuovo Piano Nazionale della Cronicità 2024 e il monitoraggio costante degli obiettivi previsti. La necessità di prevedere politiche pubbliche efficaci, e l’urgenza di un Patto rinnovato fra le Istituzioni, soprattutto nel rapporto fra Stato e Regioni, per accelerare i tempi di esigibilità dei diritti e dar loro attuazione in modo equo a tutti i cittadini in tutto il Paese”.
Tuttavia, la gestione di queste patologie rimane complessa, e ciò è dimostrato dalla presa in carico dei pazienti con BPCO che in Italia sono oltre 2 milioni. Il percorso assistenziale, in questi casi, necessita di sinergia tra i professionisti sanitari, quali specialista pneumologo e medico di medicina generale, che ricoprono ruoli diversi ma equamente importanti. Rafforzare questa integrazione rappresenta quindi una leva strategica per migliorare gli esiti assistenziali per i pazienti già diagnosticati, evitare riacutizzazioni e, conseguentemente, ottimizzare l’utilizzo delle risorse sanitarie.
Su questo tema si è espresso Raffaele Scala, Presidente Nazionale Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO): “La presa in carico dei pazienti con patologie respiratorie croniche, in particolar modo la BPCO, presenta ancora delle criticità che sono legate alla tempestività di identificazione della patologia, alla prevenzione della stessa, al monitoraggio di essa in tutte le sue fasi e al trattamento delle riacutizzazioni, soprattutto quando la patologia è avanzata. Gli elementi di miglioramento del percorso sono quelli legati alla maggiore integrazione tra lo specialista pneumologo e il medico di medicina generale, e tra specialista pneumologo e altri professionisti ospedalieri, anche attraverso gli strumenti che abbiamo già in atto e che solo in parte sono sviluppati, come quelli della telemedicina, che consentono soprattutto di accorciare le distanze tra specialista e medico di medicina generale e tra diversi specialisti per poter così dare subito una risposta al paziente con sospetta o conclamata malattia respiratoria sia in fase di stabilità che di acuzie”. “E’ chiaro – ha evidenziato – che tutto questo deve essere associato a un’azione di squadra, che coinvolge associazioni dei pazienti, Istituzioni e stakeholders privati.
Solo in questo modo si può costituire un modello applicativo che consenta un’equità delle cure in tutte le Regioni e si basi sul concetto di reti cliniche integrate e strutturate. Il primo anello di questa catena gestionale è proprio l’integrazione tra il medico di medicina generale e lo specialista pneumologo: è così che il paziente entra subito all’interno della rete per presa in cura. Le altre componenti del modello riguardano la integrazione ospedaliera e inter-ospedaliera basata sulla Rete Regionale e Interregionale che deve lavorare secondo la logica Hub & Spoke, laddove viene gestita sia la parte acuta, ad alta complessità diagnostica e terapeutica, e sia le successive complicanze delle patologie respiratorie. All’interno di questa rete Hub & Spoke, i nodi vengono gestiti attraverso una comunicazione tra le diverse strutture ospedaliere. In questo modello, le UTIP, unità di terapia intensiva pneumologica, ricoprono un ruolo cruciale di cerniera tra la fase dell’attacco respiratorio acuto e la transizione a domicilio di pazienti con sviluppo di dipendenza da ossigeno e supporti di ventilazione meccanica. E’ chiaro che sotto un punto di vista di strategia operativa, la gestione delle patologie respiratorie sia acute che croniche non deve prevedere un trattamento solo ospedaliero, ma deve privilegiare quando possibile il trattamento territoriale e per questo motivo all’interno di questa Rete vanno incluse le Case di Comunità nelle quali lo specialista pneumologo lavora a contatto con il medico di medicina generale per poter gestire insieme per la prima volta questi pazienti e ridurre il ricorso alle strutture ospedaliere”.
“Solo in questo modo – ha concluso – potremmo superare queste barriere, che impediscono al momento di poter diagnosticare le patologie respiratorie, come BPCO e asma, in fase precoce, laddove i trattamenti che abbiamo a disposizione, che sono particolarmente attivi, sono sicuramente più efficaci, e al tempo stesso potremmo prenderci carico delle persone in fase avanzata di malattia con dipendenza da supporti per la respirazione con l’obiettivo di ottenere un prolungamento e soprattutto un miglioramento della qualità di vita”.
La direzione è tracciata: rafforzare l’assistenza territoriale e l’integrazione tra i diversi livelli di cura per costruire un sistema più equo, efficiente e capace di rispondere ai bisogni dei pazienti.

– foto ufficio stampa Esperia –
(ITALPRESS).

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