Economia
Pensioni, Damiano “Riprendere il confronto sulla previdenza”
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4 anni fa-
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Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Sul tema pensioni Cesare Damiano, presidente dell’associazione Lavoro&Welfare ed ex ministro del lavoro, ritiene che “sarebbe estremamente positivo riprendere il confronto sulla previdenza”, pur consapevoli del fatto che “si dovrà dare priorità alla tutela dei settori più colpiti dalle conseguenze della guerra”. Per Damiano “è interesse di tutti superare le rigidità della legge Monti-Fornero, mano a mano che ci avviciniamo al sistema interamente contributivo, senza dimenticare il tema della rivalutazione degli assegni pensionistici nell’attuale momento di consistente ripresa dell’inflazione”.
Damiano, prima la pandemia e ora la guerra. Le riforme sembrano temi finiti di lato, che ne sarà di quella delle pensioni?
Siamo nel bel mezzo di una guerra tragica che riguarda, in primo luogo, tutti i Paesi dell’Unione europea perché si sta consumando alle nostre porte. Una guerra che investe i rapporti economici e sociali tra l’Europa, la Russia e l’Ucraina, ma che coinvolge il mondo intero. Dovremmo essere tutti consapevoli del fatto che l’agenda politica, economica e sociale, subirà dei profondi cambiamenti. Tra le vittime di questa situazione potrebbero esserci gli interventi a sostegno dello Stato sociale e il potere d’acquisto di salari e pensioni.
E’ però positivo il fatto che il ministro dell’Economia, Daniele Franco, abbia accennato nelle scorse settimane alla necessità di affrontare il tema delle pensioni che sembrava scivolato fuori dall’agenda delle priorità. Questa nuova disponibilità si somma alla nota sensibilità politica sui temi sociali del ministro Orlando. Il confronto avviato alcuni mesi fa su questo argomento con il sindacato nel tavolo politico con Draghi, Orlando e Franco e, successivamente, al tavolo tecnico istituito dal ministro Andrea Orlando presso il ministero del Lavoro, ha già consentito di tracciare un primo e provvisorio perimetro di intervento su flessibilità, giovani, donne e pensioni complementari. Quindi, pur consapevoli del fatto che si dovrà dare priorità alla tutela dei settori più colpiti dalle conseguenze della guerra, riteniamo che sarebbe estremamente positivo riprendere il confronto sulla previdenza: è interesse di tutti superare le rigidità della legge Monti-Fornero, mano a mano che ci avviciniamo al sistema interamente contributivo, senza dimenticare il tema della rivalutazione degli assegni pensionistici nell’attuale momento di consistente ripresa dell’inflazione.
Il tavolo politico, come ho accennato poco fa, aveva fornito indicazioni importanti individuando le tematiche essenziali: la flessibilità; la particolare attenzione da dedicare ai lavoratori fragili, cioè giovani e donne; il rilancio della previdenza complementare. Individuati i temi si era anche deciso di istituire una commissione tecnica con il compito di approfondire tutti questi argomenti, al fine di fornire al tavolo politico le indicazioni necessarie. Cosa che è stata realizzata presso il Ministero del Lavoro.
Quali sono state le ipotesi su cui ha lavorato il tavolo tecnico?
Il tavolo tecnico ha svolto una serie di incontri con il sindacato e ha terminato una prima fase del suo lavoro esaminando i singoli argomenti con reciproca soddisfazione delle parti.
In quella sede abbiamo maturato un orientamento comune, non ancora punti di merito.
Il primo aspetto ha riguardato il tema della flessibilità, sicuramente il più delicato e di più difficile soluzione. Per affrontarlo abbiamo diviso la platea dei lavoratori in tre parti: la prima riguarda i lavoratori ancora con il sistema retributivo (la vecchia generazione); la seconda riguarda la platea mista retributiva-contributiva (la generazione di mezzo); la terza, infine, è la platea totalmente contributiva ( i più giovani). La prima platea, secondo una stima fornita dall’Inps, era composta al 31 dicembre 2020 da 297mila soggetti. Un anno dopo quella stessa platea si era ridotta a 193mila unità. Un calo del 35%, con una diversa velocità tra uomini e donne: meno 44% tra i lavoratori e meno 24% tra le lavoratrici. Se il trend di diminuzione registrato in questo arco temporale dovesse mantenersi per il futuro è del tutto evidente che questa platea, formata da lavoratori che avevano maturato almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 (Legge Dini), si ridurrà ulteriormente fino alla sua scomparsa definitiva. Infatti presumiamo che, sia a causa delle pensioni di vecchiaia, fissate a 67 anni di età , sia a causa di tutte le formule di anticipo pensionistico previste, da Quota 102 a Opzione Donna, prima o poi ed in breve tempo tutti questi soggetti accederanno alla pensione, a meno di casi particolari.
La seconda platea sembra quella più corposa e anche la più complicata da affrontare.
Esatto. La seconda platea è quella su cui appuntare maggiormente la nostra attenzione: si tratta di lavoratori che alla data del 31 dicembre 1995 non avevano raggiunto i famosi 18 anni di contributi, come prevede la riforma Dini, e che quindi passavano al calcolo contributivo dal primo gennaio del 1996. Secondo un calcolo dell’Inps, nel caso in cui questi lavoratori che hanno una parte di pensione calcolata con il sistema retributivo, fino a un massimo di 17 anni di contributi, dovessero convertire quegli anni da retributivo a contributivo, la diminuzione di valore del loro assegno pensionistico arriverebbe a una punta massima del 18,4%. Per fare un altro esempio: nel caso di lavoratori con appena 6 anni di contributi versati con il sistema retributivo se questi anni di contributi fossero convertiti nel sistema contributivo, la penalizzazione sarebbe di circa il 10%. Stiamo sempre parlando di una simulazione che prevede un anticipo dell’età pensionistico a 64 anni con almeno 20 anni di contribuzione.
In questa categoria rientrano diverse tipologie di lavoratori. Chi svolge lavori gravosi non può essere considerato come chi lavora in ufficio. A quali soluzioni si è pensato?
Chi svolge un lavoro “normale”, un impiegato amministrativo, potrebbe avere la penalizzazione di cui abbiamo parlato in precedenza, alla quale potrebbe essere applicato convenzionalmente un tetto al fine di diminuirne l’impatto. Mentre per chi svolge invece lavori usuranti o gravosi è già prevista una uscita pensionistica anticipata senza penalizzazioni. I lavori usuranti, disciplinati nel 2007, sono attività che si svolgono in particolari condizioni: in miniera, in torbiera, nelle cave, nel sottosuolo e così via. Sono poche migliaia le persone che finora sono rientrate in queste categorie.
C’è anche un’altra agevolazione, l’Ape sociale, che non è un vero e proprio anticipo pensionistico perché si tratta di un assegno di accompagnamento verso la pensione con un tetto di 1500 euro lordi, circa 1200 euro netti mensili, non indicizzato e senza reversibilità: riguarda 215 mansioni censite e inserite nell’ultima legge di Bilancio che ha allargato la precedente platea. Si tratta anche in questo caso di lavori particolarmente impegnativi come il conduttore di impianti e macchinari per l’estrazione dei minerali, i fonditori, i saldatori, i lattonieri, i calderai e così via. Quindi, per quanto riguarda il tema della flessibilità, avendo noi suddiviso la platea complessiva in tre parti, possiamo arrivare a questa conclusione: chi appartiene alla vecchia generazione che ha un calcolo tutto retributivo (fino al 31 dicembre 2011) è numericamente in via di sparizione; coloro che invece ricadono in un calcolo tutto contributivo, perché hanno iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996, non hanno problemi di ricalcolo. Rimane la platea di mezzo, che ha un regime misto per il quale, mentre il Governo propone di convertire la parte retributiva in calcolo contributivo, con le penalizzazioni massime che abbiamo ricordato, a questa soluzione i sindacati si oppongono. Le loro proposte, infatti, vanno da un maggiore anticipo dell’età a partire dai 62 anni, ad una penalizzazione più ridotta.
Damiano, può tracciarci un quadro di tutte le varie formule a cui si può ricorrere per andare in pensione prima dei 67 anni di età?
Partiamo da un dato: a fronte dell’età legale del pensionamento di vecchiaia che è di 67 anni, secondo alcune ricerche l’età effettiva in Italia sarebbe di appena di 62 anni: cifra che viene contestata dai sindacati. Questo anticipo è sicuramente da ricondurre alle varie forme di flessibilità esistenti: lavori usuranti, Ape sociale, Ape volontaria, Ape rosa, Quota 102, Opzione Donna, Iso-pensione, Contratto di espansione, Anticipo pensionistico per i lavoratori di aziende in crisi, Rita (Rendita integrativa temporanea anticipata) e i 42 anni e 10 mesi di contributi per i cosiddetti lavoratori precoci (un anno in meno per le donne). Sicuramente si renderebbe necessaria una razionalizzazione di questo sistema.
Giovani e donne: le categorie più penalizzate dal mercato del lavoro. Come si rende davvero “giusto” un sistema che oggi fa acqua da tutte le parti?
Partiamo dai giovani: sappiamo che con la Legge Monti-Fornero coloro che avranno la liquidazione della loro pensione completamente con il contributivo (cioè chi ha iniziato a lavorare dal gennaio 1996) potranno, all’età di 64 anni, accedere alla pensione, ma ad una condizione: che l’importo dell’assegno sia almeno 2,8 volte il minimo pensionistico (pari a circa 500 euro). In poche parole, l’importo lordo dovrà essere almeno di 1400 euro. Poiché il tasso di sostituzione stipendio-pensione per le giovani generazioni si aggira intorno al 50- 60% vuol dire aver avuto nel corso della vita lavorativa, mediamente, uno stipendio lordo mensile di circa 2500 euro, cosa difficilmente raggiungibile per i giovani del lavoro povero perché discontinuo e sottopagato. Una sorta di beffa. Per questo noi abbiamo chiesto di poter abbassare questa soglia da 2,8 volte a 1,5 volte. Stiamo parlando di pensioni che sarebbero in molti casi molto basse e dunque da integrare.
Come immagina si possano integrare per evitare di avere intere generazioni di anziani indigenti?
Al tavolo tecnico abbiamo avanzato alcune proposte: si può agire valorizzando i contributi e riconoscendo, ad esempio, ogni anno di lavoro, per coloro che saranno al di sotto di una soglia di pensione dignitosa, con un anno e mezzo di contributi, ai quali sommare i contributi degli anni di formazione certificata, la nascita dei figli – un anno di contributi per figlio -, gli anni della Naspi, in modo tale che la somma dei contributi maturati durante il lavoro e fuori dal lavoro possa far raggiungere un livello adeguato di pensione. Come ho già detto, si potrebbero utilizzare anche altre modalità: c’è chi suggerisce di utilizzare lo zoccolo di base dei 500 euro come lo sgabello sul quale sedersi e dal quale calcolare i contributi con l’obiettivo di arrivare ad una pensione che vada dagli 800 euro in su, non uguale per tutti perché dovrà tenere conto dei contributi effettivamente versati, al fine di non indurre le persone a pensare che tanto, comunque vada, una pensione dignitosa c’è e i contributi non servono, incentivando in questo modo il lavoro nero.
Un altro modo per incrementare il reddito una volta in pensione è il ricorso alla previdenza complementare. Di questo avete discusso?
Sì, abbiamo discusso della possibilità di ripristinare la regola del silenzio assenso per un periodo di almeno sei mesi, anche perché quelli che mancano all’appello delle iscrizioni sono soprattutto i giovani, che sono coloro che possono trarne maggiore vantaggio da questo secondo pilastro previdenziale.
I soldi per fare tutto questo ci sono?
Ho tracciato il quadro complessivo del lavoro che si è svolto sin qui al tavolo tecnico. Naturalmente questa architettura deve trovare il suo equilibrio ed essere supportata da risorse significative che in questo momento non sarà facile reperire. La priorità è quella di riprendere il confronto tra Governo e sindacati sul tema della previdenza nell’ambito della scelta, confermata dal premier Draghi, di rendere strutturale il confronto con le parti sociali al fine di affrontare in modo efficace l’attuale situazione di emergenza economica e sociale.
(ITALPRESS).
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Il conflitto in Medio Oriente rallenta la crescita, Bankitalia stima il Pil a +0,5% e l’inflazione al 2,6% nel 2026
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Pubblicato
13 ore fa-
3 Aprile 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Le proiezioni macroeconomiche per il triennio 2026-2028 elaborate dalla Banca d’Italia, prevedono che il Pil aumenti dello 0,5% nel 2026 e nel 2027 e dello 0,8% nel 2028. Nello scenario di base i prezzi del petrolio si collocano a 103 dollari al barile e quelli del gas naturale a 55 euro a megawattora nella media del secondo trimestre di quest’anno, per poi scendere gradualmente nel resto del periodo di previsione, in linea con i recenti andamenti dei mercati a termine dell’energia.
Il commercio internazionale si espande in misura contenuta quest’anno, in un quadro caratterizzato da maggiore incertezza e costi energetici elevati, per poi recuperare progressivamente nel prossimo biennio. Le condizioni di finanziamento peggiorano lungo l’orizzonte di previsione. L’attività economica risente soprattutto quest’anno dell’indebolimento della domanda interna, frenata dal repentino rincaro dell’energia, dall’ulteriore aumento dell’incertezza e dal deterioramento della fiducia; essa tornerebbe a rafforzarsi gradualmente nel prossimo biennio. Lo scoppio del conflitto e il repentino innalzamento dei prezzi energetici incidono negativamente sulle prospettive a breve termine, comprimendo la domanda interna nel trimestre in corso e nei due successivi.
L’attività tornerebbe a rafforzarsi a partire dall’inizio del 2027, in concomitanza con l’attenuazione delle pressioni inflazionistiche. Rispetto alle proiezioni pubblicate in dicembre, la crescita del prodotto è rivista al ribasso nel triennio complessivamente per circa mezzo punto percentuale, sostanzialmente per effetto del rincaro dei beni energetici. L’andamento dell’attività economica dipenderà in misura cruciale dalla durata del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenze sulla produzione e sui flussi di trasporto delle materie prime.
Un protrarsi delle ostilità e l’eventualità di danni rilevanti alle infrastrutture energetiche nell’area mediorientale rischiano di incidere in maniera duratura sui prezzi delle materie prime, di indebolire ulteriormente gli scambi internazionali e di pesare sulla fiducia di famiglie e imprese. A fini puramente indicativi, in uno scenario particolarmente avverso la Banca d’Italia ipotizza che la crescita del prodotto possa risultare inferiore di circa mezzo punto percentuale nell’anno in corso e per circa un punto nel prossimo.
STIMA INFLAZIONE AL 2,6% NEL 2026 E POCO SOTTO 2% NEL 2027-2028
Secondo le proiezioni macroeconomiche per il triennio 2026-2028 elaborate dalla Banca d’Italia l’inflazione, misurata con l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, si colloca in media al 2,6% nel 2026, in aumento di un punto percentuale rispetto all’anno passato, per poi tornare poco sotto al 2%. L’incremento dell’inflazione nell’anno in corso è in larga misura riconducibile alla componente energetica, che risente del brusco rialzo delle quotazioni delle materie prime. La trasmissione dei rincari energetici ai salari e ai prezzi degli altri beni e dei servizi è graduale, anche per via della ridotta quota di contratti di lavoro in attesa di rinnovo: al netto delle componenti alimentare ed energetica, l’inflazione aumenta solo leggermente nella media dell’anno in corso, al 2%, per riportarsi all’1,8% nel biennio 2027-28. Rispetto alle previsioni pubblicate in dicembre, l’inflazione è rivista al rialzo, in misura più significativa quest’anno. L’incertezza sulle proiezioni è eccezionalmente elevata. L’andamento dell’inflazione dipenderà in misura cruciale dalla durata del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenze sulla produzione e sui flussi di trasporto delle materie prime.
Un protrarsi delle ostilità e l’eventualità di danni rilevanti alle infrastrutture energetiche nell’area mediorientale rischiano di incidere in maniera duratura sui prezzi delle materie prime, di indebolire ulteriormente gli scambi internazionali e di pesare sulla fiducia di famiglie e imprese. Ne deriverebbe un rialzo dell’inflazione maggiore e più persistente, con contraccolpi significativi sull’attività economica, specie qualora a tali sviluppi si accompagnassero turbolenze sui mercati finanziari. A fini puramente indicativi, in uno scenario particolarmente avverso, la Banca d’Italia ipotizza che l’inflazione al consumo risulterebbe più elevata rispetto alla proiezione centrale per oltre 1,5 punti percentuali all’anno nel 2026 e nel 2027 e per 0,3 punti nel 2028, rispetto alla proiezione di base. Questo aumento sarebbe determinato nel breve termine dall’effetto diretto dei più elevati prezzi dell’energia. Nel prossimo biennio vi contribuirebbe anche la graduale trasmissione ai salari e ai prezzi degli altri beni e dei servizi, che indurrebbe effetti indiretti e di retroazione salariale pari cumulativamente a 1,5 punti percentuali.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
Economia
Nel 2025 cresce il potere d’acquisto delle famiglie, ma si riduce il tasso di risparmio
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19 ore fa-
3 Aprile 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici a prezzi correnti è aumentato del 2,4% (+2,9% nel 2024), pari a un incremento di 32,4 miliardi. E’ quanto emerge dai dati del report Istat sui conti nazionali. L’andamento dei prezzi dei beni e servizi acquistati dalle famiglie ha determinato un aumento dello 0,9% del loro potere d’acquisto (+1,2% nel 2024), ossia del reddito disponibile espresso in termini reali.
La spesa per consumi finali sostenuta dalle famiglie nel 2025 è aumentata del 2,5% (+31,5 miliardi rispetto al 2024), determinando una diminuzione della quota di reddito destinata al risparmio. Di conseguenza, la propensione al risparmio si è ridotta, attestandosi all’8,2%, dall’8,3% dell’anno precedente.
Nel 2025 il reddito primario delle famiglie è aumentato di 47 miliardi (+3,1%), con un apporto positivo generato dai redditi da lavoro dipendente (+33,1 miliardi, +3,8%), dai redditi imputati per l’utilizzo delle abitazioni di proprietà (+6 miliardi, +3,5%), dai redditi derivanti dall’attività imprenditoriale (+5,5 miliardi, +1,5%) e dai redditi da capitale finanziario (+2,4 miliardi, +3,0%).
Il saldo degli interventi redistributivi ha sottratto alle famiglie 146,1 miliardi nel 2025, 14,6 miliardi in più rispetto all’anno precedente. Le imposte correnti pagate dalle famiglie sono diminuite di 0,7 miliardi (-0,3% rispetto al 2024), per la diminuzione del gettito dell’Irpef (-3,0%) in parte compensata dall’incremento delle ritenute sui redditi da capitale e dalle imposte sostitutive sul risparmio gestito e sui capital gains (+23,2%) e dall’inserimento dell’imposta sostitutiva derivante dall’adesione al concordato preventivo.
I contributi sociali versati dalle famiglie sono aumentati nel complesso di 30,3 miliardi (+9,5% rispetto al 2024): si registra un forte incremento dei contributi sociali effettivi pagati dai lavoratori dipendenti (+44,7%, +19,4 miliardi), a fronte di un aumento più contenuto di quelli a carico dei datori di lavoro (+4,3%, +9,4 miliardi) e di una variazione marginale di quelli a carico dei lavoratori autonomi (+1,9%, +0,9 miliardi).
Le prestazioni sociali hanno registrato un incremento del 3,3%, pari a +15,9 miliardi (nel 2024: +5,3% pari a +24,4 miliardi). La dinamica positiva delle prestazioni sociali è stata trainata dall’aumento delle pensioni e delle rendite erogate dagli enti di previdenza (+5,7 miliardi rispetto all’anno precedente), dei sussidi per l’esclusione sociale (+4,9 miliardi) e dei sussidi e assegni per la vecchiaia (+1,4 miliardi). N
el 2025 i contributi agli investimenti erogati dalle amministrazioni pubbliche alle famiglie ammontano a 10,8 miliardi (+3,6 miliardi rispetto al 2024), a fronte di investimenti per l’acquisto e la manutenzione straordinaria delle abitazioni pari a 82,7 miliardi (-3,3 miliardi rispetto al 2024). Il ridimensionamento dell’attività di investimento ha contribuito al miglioramento dell’accreditamento del settore delle famiglie, che nel 2025 si è attestato a 35,9 miliardi (+6,8 miliardi rispetto al 2024).
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
Economia
Il Gruppo Fs in utile per 30 milioni nel 2025, Donnarumma “Passaggio significativo nel percorso di crescita”
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2 giorni fa-
2 Aprile 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Il gruppo Fs chiude il 2025 con ricavi operativi a 17,3 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024, in tenuta su tutti i business. L’Ebitda si attesta a circa 2,4 miliardi (+6% sul 2024), mostrando una solidità dei risultati operativi del Gruppo, mentre l’Ebit chiude a 350 milioni (+2% sul 2024). Il risultato dell’esercizio è positivo per 30 milioni, nel 2024 era stato negativo per 208 milioni, per effetto dell’incremento dell’Ebitda. Gli investimenti tecnici sono stati pari a 18,3 miliardi (17,6 miliardi nel 2024), un anno record per il Gruppo con circa 16 miliardi consuntivati per il PNRR, raggiungendo tutte le milestone europee previste. La posizione finanziaria netta a 12,8 miliardi (-0,7 miliardi nel 2024) finalizzata a supportare il piano di sviluppo e ammodernamento principalmente attraverso strumenti di finanza sostenibile. Nel 2025 sono state effettuate 8.515 assunzioni, confermando il significativo contributo del gruppo all’incremento dell’occupazione.
“Il 2025 segna un passaggio significativo nel percorso di crescita del Gruppo con oltre 18 miliardi di investimenti tecnici, il livello più alto mai raggiunto, ricavi operativi saliti a 17,3 miliardi, in crescita, e un utile netto tornato positivo a 30 milioni. Un risultato particolarmente rilevante che conferma la solidità del nostro modello industriale anche in una fase di massima accelerazione degli investimenti e di profonda trasformazione del Gruppo. Questo andamento si inserisce in una traiettoria di sviluppo coerente con il Piano Strategico 2025-2029, che prevede oltre 100 miliardi di investimenti per sostenere la modernizzazione delle infrastrutture, migliorare la qualità del servizio, rafforzare la sostenibilità e consolidare la presenza internazionale”. Così Stefano Antonio Donnarumma, Ad e direttore generale del Gruppo FS Italiane, commentando i dati relativi all’esercizio 2025.
“I ricavi operativi – ha proseguito Donnarumma – registrano un nuovo massimo storico, sostenuti dalla crescita dei servizi di trasporto e dal contributo sempre più rilevante delle attività internazionali. In miglioramento anche i principali indicatori economici, con un Ebitda in aumento e una struttura patrimoniale e finanziaria che si conferma solida ed equilibrata, a supporto di un piano di investimenti di lungo periodo. Il Gruppo continua, inoltre, a contribuire in modo significativo allo sviluppo economico e occupazionale del Paese, con oltre 8.500 nuove assunzioni nel corso dell’anno, confermando il proprio ruolo di grande piattaforma industriale al servizio della mobilità e delle infrastrutture. Si consolidano – ha concluso l’Ad – i risultati in ambito ESG, con un impegno concreto nella riduzione delle emissioni, nell’efficienza delle risorse e nella promozione dell’inclusione, in coerenza con una visione di crescita sostenibile e di lungo periodo”.
– Foto ufficio stampa Gruppo FS –
(ITALPRESS).


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