Cronaca
PER LE SUE PIAGHE NOI SIAMO STATI GUARITI
Pubblicato
2 mesi fa-
di
Redazione
Ospitiamo la riflessione di Don Pietro Sacchi, sacerdote orionino della chiesa di San Pietro Apostolo di Voghera.
Anche quest’anno ci è dato di percorrere i tratti della vita di Gesù attraverso l’anno liturgico, nello scrutare le Sacre Scritture. Esse ci donano il loro lume se diventano vita, riflettendosi nelle sue pieghe, soprattutto le più pesanti e dolorose. Siamo sfiniti dai lutti, dai tradimenti subiti e dai fallimenti. La fatica nelle relazioni, i problemi sul lavoro o con la scuola segnano la nostra condizione interiore, generando la mappa delle nostre cicatrici che raramente mostriamo a qualcuno, affondando un po’ alla volta nelle nostre voragini interiori. Spesso affoghiamo negli eventi edonistici che anestetizzano, coprono e facilitano mille rimozioni di ciò che in noi non è accettabile né affrontabile…
Come capire la follia di un Dio che si incarna ed offre la sua vita per noi in modo così cruento come ha fatto Gesù, aderendo a modelli autocentrati la cui unica preoccupazione rimane la salvaguardia di sé nelle mille scappatoie che la vita offre?
Come far calare questa Parola nella nostra esperienza di vita ferita, che spesso è quella che ci allontana da Lui e da noi stessi? Come comprendere tale linguaggio nel tempo più edonista di sempre: “la tua vita per me vale più della mia”?
Viviamo in un’epoca in cui la dignità è sostituita da una sorta di “pedigree sociale”, misurabile attraverso parametri dalle diverse sfumature che hanno la pretesa di definirci nel bene e nel male, cucendoci addosso una versione accettabile di noi entro determinati confini, fuori dai quali non esiste più misura né alfabeto per definirci…
Devi poter dimostrare l’efficacia delle tue performance e il guadagno che ne deriva, la tua affermazione nel contesto lavorativo, i tuoi successi-trofeo nelle relazioni affettive, i tuoi passatempi acculturati, tutto in una “sana” competitività vincente, e la stima che gli altri nutrono per te dev’essere quantificabile anche virtualmente… oppure non sei più “visibile”, sei socialmente sfigurato, irriconoscibile. Esiste quindi una soglia che assomiglia all’orlo di una voragine, sul fondo della quale quelli che stanno sopra hanno relegato quelli che stanno sotto, poiché sfuggono a tutti i parametri di valutazione che promuovono l’individuo come efficace e degno di stima. Come unico canale relazionale e comunicativo riservano a loro uno sguardo… che dall’alto è rivolto verso il basso e li raggiunge caricandoli con tutto il suo peso sfigurante. Questo è anche quello che trasmetteva l’immagine prefigurata di Gesù nell’icona biblica del “servo sofferente”: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, né splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima» (Is 53,3).
L’immagine stereotipata di un Dio che abita i piani superiori ne resta davvero sfalsata, lasciando spazio invece a una follia d’amore dove le logiche di potere, piacere e arrivismo vengono capovolte. Chi stava davvero “in alto” è sceso dalle sue altezze per calarsi nei nostri inferni, amandoci… non solo facendoci godere di tale beneficio, ma concedendoci di sperimentare il sapore di farlo nella vita degli altri, dandoci la possibilità di cogliere, più che la gratificazione di farlo, l’urgenza della loro condizione di buio.
La Provvidenza mi ha concesso di entrare in punta di piedi in molte di queste voragini: al capezzale di amici malati terminali, per i quali il conforto vero, oltre a ricevere il Signore, era semplicemente esserci e sapere di non essere soli a un passo dalla fine; al fianco dei ragazzi del nostro oratorio e nella succursale del liceo Galilei che popola il nostro istituto Don Orione, i quali lottano per la loro identità e per appartenere a un gruppo; nella vita di detenuti ed ex detenuti che cercano di tornare a far parte di qualcosa; accanto a uomini e donne che abitano la strada e combattono la loro battaglia quotidiana con le dipendenze e l’invisibilità fiscale, che nega loro la sanità assistita (e non solo); e in giovani famiglie con bambini che vivono costantemente alla ricerca di una stabilità abitativa e lavorativa che manca…
Quand’ero piccolo e accompagnavo il mio papà, geometra, nei cantieri tortonesi vicini al torrente Scrivia, scoprii cosa fosse un tremaglio: una grande rete d’acciaio trainata da macchine, che aveva lo scopo di raschiarne il letto, ripulendolo dai detriti per poi deporli sulla riva, una volta sottratti al fondo che li celava. Gesù, salvandoci, è venuto a fare proprio questo partendo dal fondo: è sceso negli abissi delle nostre morti e ci ha agganciato con la sua passione, facendo di quel dono totale di sé il tremaglio capace di restituirci alla luce: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5).
Come vivere indifferenti dopo aver ricevuto questo nuovo alfabeto d’amore, rendendo impossibile l’indifferenza verso le tante morti delle sorelle e dei fratelli che giacciono sui fondali dimenticati delle nostre città? Se la Pasqua è amore e non edonismo, la vita che abbiamo ricevuto in dono non possiamo più tenercela per noi. Mi piacerebbe trovarmi al supermercato, nella moltitudine delle piazze, tra i negozi, e incontrare persone, la domenica, che mi dicano non “Buona Pasqua”, ma: “Buon dono di vita!”, poiché è lì che risiede il compimento della salvezza…
Don Pietro Sacchi
Parrocchia di San Pietro Apostolo (Don Orione) – Voghera
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– Foto Ipa Agency –
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