Economia
Tim, Poste rilancia offerta con 0,30 euro cash a 1,97 euro per azione
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5 minuti fa-
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Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Poste Italiane alza il prezzo dell’Opas su Telecom Italia. Il Consiglio di amministrazione di Poste, riunitosi in data odierna, ha deliberato di incrementare il corrispettivo dell’offerta mediante il riconoscimento di una componente aggiuntiva in denaro pari a 0,30 euro per ciascuna azione Tim portata in adesione all’offerta (componente aggiuntiva in denaro). Pertanto, al perfezionamento dell’offerta, per ciascuna azione Tim portata in adesione, il corrispettivo sarà incrementato della componente aggiuntiva in denaro e sarà complessivamente costituito da: 0,218 azioni ordinarie Poste di nuova emissione; e la componente in denaro già prevista dal documento di offerta, pari a 1,67 euro, incrementata della componente aggiuntiva in denaro pari a 0,30 euro, e quindi pari a complessivi 1,97 per azione (unitamente alla componente in azioni).
Con l’incremento del corrispettivo, il Consiglio di amministrazione dell’offerente intende confermare la rilevanza strategica e industriale dell’offerta. I benefici economici e finanziari per gli azionisti di Poste abilitati dall’offerta rimarranno sostanzialmente immutati a seguito del riconoscimento del corrispettivo unitario incrementato, con un impatto positivo confermato sull’utile per azione di Poste a partire dall’esercizio 2027 e previsto a doppia cifra nel 2028.
Si conferma, altresì, la politica di dividendi di Poste relativa all’esercizio 2026 su base stand-alone e l’impegno ad una politica di dividendi accrescitiva a partire dal 2027. Gli azionisti di Tim che aderiranno all’offerta riceveranno l’acconto sul dividendo di Poste relativo all’esercizio 2026, che sarà corrisposto in data 25 novembre 20262. L’offerente precisa che il corrispettivo Unitario incrementato rappresenta il corrispettivo finale dell’offerta e che non si procederà ad ulteriori incrementi dello stesso.
Sulla base del prezzo ufficiale delle azioni Poste rilevato alla chiusura del 20 marzo 2026, pari a 21,46 euro, il corrispettivo unitario incrementato esprime una valorizzazione monetaria implicita pari a 6,65 euro per ciascuna azione Tim e, dunque, incorpora un premio implicito del 14,16% rispetto al prezzo ufficiale delle azioni Tim rilevato alla data di riferimento. Inoltre, sulla base del prezzo ufficiale delle azioni di Poste rilevato alla chiusura del 4 settembre 2026, pari a 26,90 euro e incrementato del 25% dalla data di riferimento, il corrispettivo incrementato esprime una valorizzazione monetaria implicita pari a 7,83 euro per ciascuna azione Tim.
In caso di adesione totalitaria all’offerta, il controvalore monetario implicito complessivo dell’offerta sarebbe pari a 11.345.126.354 euro, comprensivo della componente aggiuntiva in denaro, calcolato sulla base del prezzo ufficiale delle azioni di Poste alla data di riferimento. In tale scenario, l’ammontare massimo complessivo della componente in denaro del corrispettivo unitario incrementato sarebbe pari a 3.361.532.803 euro.
– foto Ipa Agency –
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Economia
Intesa Sanpaolo e le PMI alla sfida Usa, crescere mantenendo il valore del Made in Italy
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4 ore fa-
7 Settembre 2026di
Redazione
di Stefano Vaccara
SAN FRANCISCO (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Portare le piccole e medie imprese italiane nei mercati più competitivi del mondo significa aiutarle a crescere, trovare partner e capitali, ma anche prepararle a confrontarsi da una posizione di forza con gruppi molto più grandi, evitando che il loro patrimonio tecnologico e industriale venga disperso. È uno dei temi emersi nell’incontro a San Francisco con Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, durante la missione che ha accompagnato nella Silicon Valley 12 PMI italiane dell’aerospazio e della Space Economy.
Una missione realizzata insieme a INNOVIT e costruita non soltanto intorno agli incontri con potenziali partner e investitori americani, ma anche al confronto con il mondo della ricerca e dell’innovazione delle università di Berkeley e Stanford.
“Siamo da sempre il riferimento per le PMI e lo siamo anche per la filiera dell’aerospazio”, ha spiegato Barrese. Dal 2020 Intesa Sanpaolo ha erogato alle piccole e medie imprese oltre 141 miliardi di euro di credito, di cui 12 miliardi per internazionalizzazione ed export e 14 miliardi per operazioni di finanza straordinaria, comprese acquisizioni, fusioni e aperture del capitale.
Ma proprio l’apertura al capitale e l’ingresso nel mercato americano pongono una questione delicata. Italpress ha chiesto a Barrese se aziende italiane relativamente piccole, ma proprietarie di tecnologie molto avanzate, non rischino di diventare prede particolarmente appetibili per colossi americani con disponibilità finanziarie enormemente superiori. In altre parole: portarle in America per farle crescere non significa anche esporle al rischio del “pesce grosso che mangia il pesce piccolo”?
È una preoccupazione che richiama quanto accaduto in passato a molte eccellenze italiane finite sotto il controllo di gruppi stranieri. Nel ragionamento sviluppato da Barrese, però, è proprio qui che assume importanza il lavoro di preparazione della banca. L’obiettivo non è semplicemente mettere un imprenditore davanti a un investitore, ma rafforzare l’impresa prima di quel confronto, aiutarla a comprendere il valore della propria tecnologia e a valutare con maggiore consapevolezza le diverse possibilità: partnership industriali, ingresso di capitale, crescita internazionale o eventuali operazioni straordinarie.
Internazionalizzarsi, dunque, non significa necessariamente vendere. La questione è arrivare al tavolo nelle condizioni migliori per scegliere e per non “svendere” il valore costruito in Italia. È un concetto coerente con la strategia indicata dallo stesso Barrese: “Il nostro ruolo è individuare con loro nuove opportunità per crescere all’estero e ideare nuovi strumenti per affiancarle nei progetti industriali, nelle partnership con nuovi investitori”.
A questo serve anche Connecting Markets, la nuova piattaforma digitale basata sull’intelligenza artificiale che consente alle imprese clienti di individuare potenziali partner industriali e commerciali, target per acquisizioni e collaborazioni e nuovi mercati. Il database mette a disposizione informazioni su oltre 560 milioni di aziende, più di 2.000 settori e oltre 170 Paesi.
Nel confronto con Italpress è emerso anche un secondo interrogativo: il rischio politico americano. In una fase di forte incertezza geopolitica e commerciale, quanto deve pesare nelle decisioni di una piccola impresa italiana che vuole investire negli Stati Uniti?
Barrese ha mostrato su questo punto una sostanziale fiducia nella capacità di tenuta del sistema americano. Gli Stati Uniti, ha osservato nel corso dell’incontro, sono stati più volte considerati in declino o “dati per spacciati”, ma hanno continuato a dimostrare una notevole capacità di reazione. Soprattutto, resta difficilmente comparabile con altri mercati la profondità del sistema finanziario americano, dalla Borsa alla quantità di capitali disponibili per finanziare innovazione, imprese e crescita.
Il political risk va quindi conosciuto e valutato, ma per Barrese non cancella le opportunità offerte dagli Stati Uniti. Ed è proprio la combinazione tra innovazione, mercato e disponibilità di capitale che continua a rendere l’America una destinazione fondamentale per le imprese italiane con ambizioni globali.
La strategia, peraltro, non si fermerà alla Silicon Valley. Barrese ha annunciato nuove missioni negli Stati Uniti ma anche nel Mercosur, mentre Intesa Sanpaolo sta lavorando a partnership con importanti operatori bancari in altre geografie, tra cui India e Brasile, per offrire alle imprese italiane anche un canale bancario nei mercati in cui intendono svilupparsi.
Il filo conduttore rimane lo stesso: portare le PMI dove si trovano capitali, tecnologia e opportunità, preparandole però abbastanza bene da poter crescere senza perdere per strada il valore industriale che le rende italiane.
– foto xo9/Italpress –
(ITALPRESS).
Economia
Sbarca a Londra la carta d’identità digitale per gli immobili
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6 ore fa-
7 Settembre 2026di
Redazione
LONDRA (ITALPRESS) – Un immobile che porta con sé, in forma verificabile, la propria storia: titoli, permessi, contratti, lavori, flussi e vincoli, sempre aggiornati e consultabili da chi ne ha diritto. È la carta d’identità digitale dell’asset immobiliare sviluppata da Traent, che debutta sulla scena internazionale a PropTech Connect Europe, a Londra, con il Transparent Token: il primo security token collegato in modo permanente alla vita verificabile dell’immobile sottostante. Oggi la blockchain di un security token può provare titolarità e trasferimenti del titolo, ma non dimostra lo stato reale dell’immobile che rappresenta. Il Transparent Token colma questa distanza: è un security token emesso attraverso una SPV lussemburghese, con operatori accreditati e diritti definiti dalla documentazione di emissione, ancorato in modo permanente all’Asset Token Traent, l’identità digitale che collega l’immobile ai suoi tre gemelli digitali.
Il Physical Twin descrive la realtà fisica e operativa del bene; il Legal Twin raccoglie titoli, diritti, permessi, contratti e vincoli; il Capital Twin segue flussi, pagamenti, indicatori e covenant. L’intelligenza artificiale classifica e riconcilia le informazioni, la blockchain ne rende tracciabili origine e modifiche. Il risultato è la Collateral Evidence: il patrimonio probatorio che accompagna l’immobile e che banche, acquirenti, assicuratori o autorità possono consultare secondo profili autorizzativi, senza pubblicazione indiscriminata dei dati. Il proprietario decide chi vede cosa, per quanto tempo e con quale finalità. Il token è il veicolo finanziario; la Collateral Evidence è ciò che lo rende accettabile per chi firma un rischio. La stessa infrastruttura resta utilizzabile anche senza emissione di alcun token, in compravendite, cantieri, credito, rifinanziamenti, polizze e portafogli NPL: ogni posizione conserva la qualità della propria evidenza invece di scomparire nella media. Allo stand Traent il Transparent Token sarà mostrato su un immobile reale: un complesso commerciale di recente costruzione a Busto Garolfo (Milano), di proprietà del Gruppo Alfano, con tre unità retail interamente locate a operatori nazionali con contratti pluriennali indicizzati ISTAT. I visitatori potranno consultare, con diversi livelli di autorizzazione, l’Asset Platform che gestisce Physical, Legal, Capital Twin e Collateral Evidence, sia come vista aggiornabile sia come passaporto digitale riferito a una data certa. Il real estate gestisce ancora la propria “verità” in modo frammentato: a ogni passaggio di proprietà, ingresso di una banca o intervento di un assicuratore la fiducia va ricostruita da capo, con costi che si scaricano su tempi, capitale immobilizzato, spread e premi. In Italia, dove filiera e patrimonio edilizio sono particolarmente stratificati, il peso è maggiore. Secondo Savills l’immobiliare mondiale valeva a fine 2024 393.300 miliardi di dollari, più di azioni e obbligazioni sommate; Deloitte stima che il real estate tokenizzato possa crescere da meno di 300 miliardi nel 2024 a 4.000 miliardi entro il 2035, trainato soprattutto da prestiti e cartolarizzazioni, dove la qualità del collaterale è decisiva. Un asset comprensibile e verificabile è anche più attrattivo per i capitali internazionali che non conoscono direttamente il territorio. “Il token è il veicolo; la Collateral Evidence è ciò che lo rende accettabile per chi firma un rischio”, sintetizza Federico d’Annunzio, fondatore e CEO di Traent. “La nostra sfida è trasformare la fiducia da costo da ricostruire a ogni passaggio in un’infrastruttura persistente dell’immobile”.
– foto sito Traent –
(ITALPRESS).
Economia
Osservatorio Clean Technology 2026, il green da scelta di immagine ad una leva per la competitività
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8 ore fa-
7 Settembre 2026di
Redazione
MILANO (ITALPRESS) – La transizione ecologica del tessuto produttivo italiano è entrata in una fase di consistenza e stabilità in cui la sostenibilità è diventata parte della cultura aziendale e delle scelte gestionali, con un approccio pragmatico e strutturato. Sotto la spinta dei rincari energetici, dell’instabilità geopolitica, di vincoli normativi e per l’accesso al credito sempre più stringenti, le imprese integrano la sostenibilità direttamente nel core business e nei processi industriali. Con un’attenzione sempre più rigorosa al conto economico ai vantaggi di business che gli investimenti in sostenibilità riescono a generare.
Questo è il quadro principale che emerge dalla V Edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2026, l’approfondito monitoraggio realizzato da Eumetra per Haiki+ e Circularity, condotto su un campione statistico di 400 pmi e grandi imprese italiane. La ricerca di quest’anno evidenzia come le tematiche ambientali non siano più vissute come un trend del momento, ma come una rigorosa necessità gestionale ed economica.
‘I risultati dell’Osservatorio mostrano una crescita del tessuto imprenditoriale italiano: la sostenibilità non viene più affrontata come un elemento accessorio, ma come parte integrante delle strategie industriali. Per consolidare questo percorso è fondamentale poter contare su dati affidabili, criteri condivisi e strumenti di misurazione in grado di valorizzare gli investimenti delle imprese e contrastare pratiche di comunicazione ambientale non supportate da evidenze scientifiche. La trasparenza rappresenta oggi una leva essenziale per accompagnare la competitività e la transizione ecologica del Paese’, ha dichiarato Maria Alessandra Gallone, Presidente di ISPRA.
La criticità principale riscontrata nelle scorse edizioni viene finalmente superata nel 2026 da una decisa virata strategica: il 63% delle medie e grandi imprese italiane dispone oggi di un piano industriale con chiare direzioni strategiche a medio-lungo termine sulla sostenibilità, segnando un netto raddoppio rispetto al 35% registrato nel 2025. La transizione ecologica diventa un asset strutturale anche sul piano dell’organigramma: il 57% delle grandi aziende vanta infatti una funzione o un reparto interno specificamente dedicato a valutare e gestire le tematiche green. Il 2026 fotografa un tessuto imprenditoriale fortemente attivo, con il 79% delle aziende che ha realizzato almeno un investimento in sostenibilità. Tuttavia, lo scenario internazionale e l’incertezza sui costi energetici spingono le imprese verso una rigida selezione dei capitoli di spesa. Gli investimenti si concentrano in modo drastico sul contenimento dei costi e l’autonomia energetica. Le imprese scelgono le rinnovabili contro il caro energia: il 76% ha realizzato investimenti in efficienza energetica nel 2026 (versus il 65% del 2025), con 7 imprese su 10 che hanno installato pannelli fotovoltaici. Inoltre, ben il 78% del campione considera le rinnovabili la chiave per la competitività e l’indipendenza energetica nazionale.
Mentre sale la quota di imprese che considera la tutela dell’ambiente (67% versus 52% del 2025) e la riduzione dei rifiuti (65% versus 58% del 2025) una priorità assoluta per il Paese, l’urgenza economica ha fatto passare in secondo piano la riduzione della CO2 (dal 26% al 15%) e ha causato una contrazione degli investimenti complessivi in economia circolare, scesi dal 27% dello scorso anno al 14%. Ciononostante, chi continua a investire in economia circolare lo fa in modo strutturato, con un’ottica di medio-lungo periodo e interventi che per 6 aziende su 10 richiedono un re-design dei processi produttivi.
Il focus resta sul riciclo di scarti e sfridi di produzione per praticamente tutte le imprese intervistate (96%), sul monitoraggio dei rifiuti (per 9 imprese su 10) e sull’approvvigionamento di materiali riciclati (8 imprese su 10). La barriera principale rimane il costo economico: per l’86% delle imprese i materiali riciclati comportano costi più elevati rispetto alle materie prime vergini tradizionali (come la plastica).
Tra le aziende che investono nel green cresce in modo significativo il ricorso alle certificazioni ambientali (60% contro il 41% del 2025). L’aumento riflette un contesto normativo europeo sempre più orientato alla trasparenza e alla verificabilità delle performance ambientali. In questa direzione si inserisce anche il D.lgs. 30/2026, in vigore dal 27 settembre, che recepisce la Direttiva (UE) 2024/825 e introduce regole più rigorose sulle comunicazioni ambientali rivolte ai consumatori, limitando l’utilizzo di dichiarazioni ambientali generiche quando non supportate da evidenze verificabili, certificazioni di terze parti o sistemi di riconoscimento ufficialmente riconosciuti.
Gli investimenti green si dimostrano redditizi: il 67% delle aziende ha già pienamente raggiunto i vantaggi economici attesi dal proprio impegno, un balzo di ben +12 punti percentuali rispetto al 2025. Tali benefici si traducono in un risparmio concreto in termini di efficienza operativa (che per il 64% delle imprese si attesta tra l’1% e il 5% del fatturato annuo) e in un sensibile miglioramento della redditività generale (indicata dal 38% del campione, +4 punti percentuali).
Cresce in parallelo l’importanza strategica della finanza sostenibile: per 3 imprese su 10 l’impegno green ha determinato un migliore accesso al credito (+9 punti percentuali rispetto al 2025), in particolare tramite l’accesso a finanziamenti dedicati (18%). Questo dato sembra spiegare il nuovo e forte coinvolgimento della funzione Amministrazione aziendale (che sale al 33% di coinvolgimento diretto, +14 punti percentuali rispetto al 2025) nella gestione e rendicontazione dei dati ESG. L’adozione di modelli di business sostenibili riscontra un forte apprezzamento esterno: il 63% delle imprese dichiara che i propri sforzi sono riconosciuti, in prima fila da clienti e consumatori (71%) e dai propri dipendenti (36%).
Per il futuro, l’instabilità macroeconomica generale (conflitti internazionali, inflazione, dazi) genera tuttavia una diffusa cautela: circa la metà del campione (51% complessivo tra un 12% che prevede riduzioni e un 38% che teme probabili ritardi) ipotizza un rallentamento o una rimodulazione dei volumi di spesa previsti nel prossimo biennio.
“I dati di questa quinta edizione dell’Osservatorio Clean Technology certificano la fine della fase dell’entusiasmo green e l’inizio di quella che possiamo definire la sostenibilità del ‘solido realismo’”, ha commentato Giovanni Rosti, Amministratore Delegato di Haiki+. “Nel 2026 le aziende non investono per l’immagine, ma integrano l’efficienza energetica, l’economia circolare e le metriche ESG direttamente nella struttura operativa e gestionale della produzione, mosse dalla vitale necessità di tagliare i costi operativi e di rispondere ai requisiti stringenti di banche e normative europee. Per supportare questo sforzo è ormai vitale che le politiche industriali nazionali ed europee intervengano per regolare i costi delle materie prime riciclate, permettendo all’economia circolare di tornare a correre ed imporsi come standard di mercato”, ha aggiunto.
“Giunto alla sua quinta edizione, l’Osservatorio dimostra la grande capacità di adattamento e la resilienza del nostro sistema produttivo in un contesto internazionale instabile – ha commentato Camilla Colucci, founder e CEO di Circularity -. Sebbene il caro bollette abbia temporaneamente frenato la diffusione dell’economia circolare in favore dell’efficientamento energetico, le imprese che continuano a fare circolarità lo fanno con progetti strutturati, di medio-lungo periodo, che richiedono un ridefinizione dei processi industriali. In questa fase di consolidamento e realismo, c’è ancora molta strada da fare e gli imprenditori hanno bisogno di essere guidati e supportati per riuscire a trasformare i vincoli operativi e normativi in valore, pulito e certificato”.
-Foto Haiki+ e Circularity-
(ITALPRESS).


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