Economia
Furlan “Sistema economico finanziario centrale per lo sviluppo”
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3 anni fa-
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Redazione
“Dal voto sono uscite confermate le previsioni della vigilia. Ora si tratta di capire se il nuovo corso politico resisterà, con responsabilità e autorevolezza, alle posizioni estreme in politica interna e internazionale cui abbiamo assistito durante la campagna elettorale da parte di alcuni settori della maggioranza uscita vittoriosa. Da questa tenuta dipenderà il grado della nostra preoccupazione come interpreti delle attese del mondo del lavoro, per un Paese socialmente più eguale e internazionalmente più sicuro, sempre dalla parte dell’Europa e dell’Occidente. È comunque evidente che, come già successo, la diffusione del populismo e della demagogia, che da anni pervadono il dibattito pubblico e politico, ha trovato consolidamento nell’astensionismo e in un pericoloso disinteresse verso le logiche collettive e nelle forze politiche di stampo sovranista e nazionalista, quelle che nella storia, e ancora oggi in molti Paesi, hanno arretrato le conquiste civili, cancellato diritti, limitato le libertà, rinnegato la democrazia, aperto contrapposizioni e conflitti fra i popoli”. Così Fulvio Furlan, segretario generale Uilca, commenta il risultato elettorale in apertura del 7° congresso nazionale del sindacato. “Ora vedremo quale governo si formerà, quali saranno le sue iniziative, in particolare per quanto riguarda il lavoro, i diritti e i temi sociali. Noi continueremo a svolgere con determinazione il nostro ruolo e sotto questo profilo resta invariata la posizione che abbiamo sempre espresso, di fermo contrasto a qualsiasi impostazione o proposta politica che possa mettere in discussione diritti acquisiti e il loro ampliamento e i principi democratici e costituzionali del nostro Paese e la sua collocazione, chiara e senza ambiguità, nell’Unione Europea e nell’alleanza atlantica”, ha aggiunto. L’apertura dei lavori congressuali, a 24 ore dal voto, è stata l’occasione per chiedere alle forze politiche, a nome del sistema del credito italiano, “di partecipare e di condividere una visione di indirizzo più sociale e a non disinteressarsi delle sorti di un settore centrale per la vita del Paese. Riteniamo si debba assumere piena consapevolezza dell’assoluta centralità che riveste il sistema economico finanziario, e farne comprendere la rilevanza anche alle parti politiche e alle istituzioni che invece dimostrano una disattenzione miope e per certi aspetti irresponsabile”, ha spiegato. Per Furlan “dalle scelte delle aziende dei nostri settori e dal lavoro delle donne e degli uomini che noi rappresentiamo dipende il corretto utilizzo e la corretta destinazione di risorse indispensabili per lo sviluppo del Paese, tra cui, in primo luogo, quelle del Pnrr”. Tanti i temi affrontati dal segretario generale nel corso della relazione: dal fenomeno sempre più urgente della desertificazione bancaria al problema, divenuto ormai di interesse sociale, delle pressioni commerciali. Su entrambi la Uilca è impegnata in primo piano e ha lanciato due campagne di coinvolgimento: la prima, condotta con il sostegno dell’Anci, “Chiusura filiali? No Grazie”, per sensibilizzare tutte le parti coinvolte e l’opinione pubblica su un tema che, oltre i rilievi economici, ha pesanti impatti sociali con varie implicazioni tra cui, ovviamente, anche occupazionali. La seconda, “Basta pressioni commerciali”, vuole essere un richiamo a tutti i soggetti coinvolti ad assumersi le proprie responsabilità in ottica di benessere collettivo. Dalla questione delle esternalizzazioni, che “se devono avvenire siano esternalizzazione da un’azienda e non dal settore”, alle aggregazioni bancarie, dove conta che qualsiasi operazione societaria abbia una concreta e solida prospettiva industriale e occupazionale e punti a “realizzare realtà in grado di coniugare la vocazione d’impresa con il ruolo sociale che le banche devono svolgere”. Dalla centralità del contratto nazionale al ruolo, costruttivo, delle relazioni sindacali e del sindacato come baluardo fondamentale e indispensabile della democrazia rappresentativa; dalle pari opportunità, intese come garanzia di parità di condizioni competitive, al lavoro agile, come strumento a favore di un solido sistema di welfare per le famiglie e non come occasione per tagliare i costi. Circa il settore assicurativo, il segretario generale ha ricordato che è in corso il confronto per il rinnovo del contratto nazionale e che ritiene “necessaria una rapida soluzione positiva”, mentre sul credito cooperativo ricorda che “è uno di quei poli necessari per diversificare il settore bancario e renderlo sempre più funzionale a favorire lo sviluppo del Paese e i territori”.
(ITALPRESS).
-foto ufficio stampa Uilca-
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Economia
ESG, il 77% degli italiani sceglie aziende che investono sul territorio
Pubblicato
13 ore fa-
14 Gennaio 2026di
Redazione
MILANO (ITALPRESS) – In un contesto globale sempre più frammentato, in cui le priorità di sostenibilità si definiscono a livello locale, per cittadini e stakeholder conta sempre di più dove e come le imprese generano valore. È quanto emerge dall’Impact Monitor 2025 di SEC Newgate, gruppo globale di comunicazione strategica, advocacy e ricerca. La quinta edizione della ricerca annuale – in precedenza “ESG Monitor” – analizza le aspettative e la percezione delle comunità nei confronti del comportamento di imprese e governi sui temi ESG. Lo studio ha coinvolto oltre 20.000 persone (1.005 in Italia) in 20 Paesi e fotografa una sensibilità in cui il concetto di ESG resta rilevante, ma è sempre più valutato attraverso la lente dell’impatto locale: lavoro, investimenti, trasparenza e benefici tangibili per le comunità. L’indagine di quest’anno rivela un’Italia più critica del resto del mondo. Le aspettative dell’opinione pubblica globale sui comportamenti di imprese e governi in ambito ambientale, sociale e di governance restano elevate, ma solo il 36% degli italiani ritiene che il Paese stia andando nella giusta direzione, contro una media globale del 48%. Preoccupazioni economiche, costo della vita, sicurezza e servizi essenziali spingono cittadini e stakeholder a chiedere alle organizzazioni un ruolo più attivo e responsabile.
Fermo restando che il 72% dei cittadini ritiene che le imprese dovrebbero agire nell’interesse di tutti gli stakeholder (vs 76% del dato globale), le aspettative verso le grandi imprese restano molto elevate: il 53% degli italiani attribuisce un’importanza massima (9-10 su 10) a un comportamento responsabile, in linea con il dato globale (54%). Una percentuale simile (54%) esprime lo stesso parere riguardo al governo, mentre le aspettative sono inferiori per le piccole e medie imprese (40%). A fronte di tali aspettative, il giudizio è insufficiente. Meno di un quinto degli italiani (18%) assegna alle grandi imprese una valutazione elevata (9-10 su 10). Trasparenza e aderenza a principi morali ed etici sono i principali punti critici: ben il 51% degli italiani ritiene che le grandi aziende stiano facendo troppo poco per essere aperte e trasparenti e per operare secondo principi morali ed etici solidi, rispetto a una media globale del 42% e 36% rispettivamente. Molti ritengono inoltre che in Italia le aziende non paghino la giusta quota di tasse (46%), non comunichino le misure adottate per migliorare le proprie prestazioni ESG (41%) e non rispondano alle esigenze degli stakeholder (38%).
Il tema della localizzazione emerge come uno degli elementi di maggiore differenziazione tra Italia e resto del mondo. La maggioranza degli italiani ritiene che il Paese abbia troppa dipendenza dalle catene di fornitura globali (per il 49% degli intervistati) e troppa poca produzione locale in ambito alimentare (41%) e manifatturiero (50%), con livelli di insoddisfazione più alti rispetto alla media globale. Circa sette italiani su dieci preferiscono che le imprese producano (per il 77% degli intervistati), assumano (71%) e si approvvigionino (65%) localmente, anche se questo comporta costi più elevati per i consumatori: valori superiori di circa il 10% a quelli globali. Inoltre, circa otto italiani su dieci dichiarano che avrebbero una percezione più positiva di un’azienda che paga le tasse in Italia (per il 79% degli intervistati), crea posti di lavoro locali (70%), localizza la produzione (82%) o l’approvvigionamento (80%) e mantiene la sede principale sul territorio nazionale (79%). Questi dati confermano che, più che altrove, in Italia la reputazione aziendale è strettamente legata alla capacità di generare benefici economici e sociali tangibili a livello locale. L’attenzione ai temi ambientali resta molto elevata in Italia, spesso superiore alla media globale. L’82% degli italiani considera molto importante la transizione verso le energie rinnovabili e una pari percentuale ritiene fondamentale agire in modo deciso contro il cambiamento climatico (mentre i valori globali sono 75% e 74% rispettivamente). Il 63% degli italiani guarda con favore alla transizione energetica (contro il 64% a livello globale), anche se oltre la metà (56%) ritiene che il processo stia procedendo troppo lentamente. Allo stesso tempo, solo il 9% esprime un giudizio negativo, in linea con il dato globale. Quando però l’azione ambientale comporta costi diretti, il consenso si riduce: il 60% degli italiani privilegia la riduzione delle emissioni rispetto al mantenimento di prezzi bassi. Il sostegno scende ulteriormente al 51% quando il confronto è con l’aumento di salari e benefit per i lavoratori. Un segnale chiaro della necessità di conciliare ambizione climatica, equità sociale e sostenibilità economica.
Il tema della localizzazione emerge come uno degli elementi di maggiore differenziazione tra Italia e resto del mondo. La maggioranza degli italiani ritiene che il Paese abbia troppa dipendenza dalle catene di fornitura globali (per il 49% degli intervistati) e troppa poca produzione locale in ambito alimentare (41%) e manifatturiero (50%), con livelli di insoddisfazione più alti rispetto alla media globale. Circa sette italiani su dieci preferiscono che le imprese producano (per il 77% degli intervistati), assumano (71%) e si approvvigionino (65%) localmente, anche se questo comporta costi più elevati per i consumatori: valori superiori di circa il 10% a quelli globali. Inoltre, circa otto italiani su dieci dichiarano che avrebbero una percezione più positiva di un’azienda che paga le tasse in Italia (per il 79% degli intervistati), crea posti di lavoro locali (70%), localizza la produzione (82%) o l’approvvigionamento (80%) e mantiene la sede principale sul territorio nazionale (79%). Questi dati confermano che, più che altrove, in Italia la reputazione aziendale è strettamente legata alla capacità di generare benefici economici e sociali tangibili a livello locale. L’attenzione ai temi ambientali resta molto elevata in Italia, spesso superiore alla media globale. L’82% degli italiani considera molto importante la transizione verso le energie rinnovabili e una pari percentuale ritiene fondamentale agire in modo deciso contro il cambiamento climatico (mentre i valori globali sono 75% e 74% rispettivamente). Il 63% degli italiani guarda con favore alla transizione energetica (contro il 64% a livello globale), anche se oltre la metà (56%) ritiene che il processo stia procedendo troppo lentamente. Allo stesso tempo, solo il 9% esprime un giudizio negativo, in linea con il dato globale. Quando però l’azione ambientale comporta costi diretti, il consenso si riduce: il 60% degli italiani privilegia la riduzione delle emissioni rispetto al mantenimento di prezzi bassi. Il sostegno scende ulteriormente al 51% quando il confronto è con l’aumento di salari e benefit per i lavoratori. Un segnale chiaro della necessità di conciliare ambizione climatica, equità sociale e sostenibilità economica.
In ambito sociale, gli italiani mostrano aspettative particolarmente elevate. Solo un terzo ritiene che le grandi imprese stiano facendo la giusta quantità di sforzi nel tutelare gli interessi dei dipendenti (27% degli intervistati), sostenere le comunità locali (32%) e considerare l’impatto sociale nelle decisioni di business (30%), un giudizio più severo rispetto alla media globale. Allo stesso tempo, emerge un forte sostegno alle politiche di diversità, equità e inclusione (DEI), superiore a quello registrato a livello internazionale. Le iniziative più sostenute riguardano la chiusura del gender pay gap (sostenuta dal 78% degli intervistati) e l’accessibilità per favorire la partecipazione al lavoro e la creazione di ambienti inclusivi (77%). Anche misure come obiettivi di genere (72%) e politiche strutturate di inclusione raccolgono una maggioranza di consensi (70%), seppur con livelli di supporto leggermente inferiori. Fiorenzo Tagliabue, Group CEO di SEC Newgate, ha commentato: “La reputazione aziendale è cambiata in modo significativo nell’ultimo anno. Con l’evoluzione dell’attenzione politica e delle aspettative sociali, l’Impact Monitor evidenzia un andamento chiaro in tutti i mercati: le persone giudicano le aziende in base all’impatto reale che sono in grado di generare, in particolare nelle comunità più vicine alle loro attività. Questo cambiamento sta ridefinendo il modo in cui le organizzazioni costruiscono credibilità e ottengono la legittimazione a operare. Per le imprese globali, la sfida è ricondurre aspettative locali differenti a una direzione globale coerente e, al tempo stesso, tradurre tale direzione in azioni significative in ciascun mercato. Affrontare questa sfida richiede una conoscenza profonda delle comunità, dei regolatori, dei mercati e dei media con cui operano, oltre alla capacità di bilanciare aspettative diverse mantenendo credibilità a livello globale”. I risultati italiani confermano che la reputazione oggi si costruisce meno sulle dichiarazioni e più sugli impatti reali, visibili e coerenti con le aspettative locali. Paola Ambrosino, Amministratore Delegato di SEC Newgate Italia, spiega: “In Italia le aspettative nei confronti di imprese e istituzioni restano molto elevate, ma la percezione è che l’azione concreta non sia ancora sufficiente. I dati evidenziano un bisogno forte di maggiore trasparenza, ascolto e capacità di rendere visibile l’impatto generato. Rafforzare fiducia e reputazione oggi significa parlare il linguaggio delle comunità locali e dimostrare, con fatti concreti, il valore creato per i territori”.
– foto Sec –
(ITALPRESS).
Economia
Mimit, al via domande per accedere ai 731 mln per Accordi Innovazione
Pubblicato
19 ore fa-
14 Gennaio 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Al via da oggi, e fino alle ore 18.00 del 18 febbraio, la presentazione delle domande per accedere ai 731 milioni di euro di contributi a fondo perduto messi a disposizione dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy a sostegno dei progetti di innovazione industriale di aziende e centri di ricerca.
“Con questa misura – dichiara il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – mettiamo a disposizione di imprese e centri di ricerca risorse significative per rafforzarne la competitività sui mercati internazionali, puntando sull’innovazione tecnologica nei settori strategici del Made in Italy”.
Il provvedimento, previsto dal decreto ministeriale del 4 settembre 2025, stanzia la somma di 731 milioni di euro, suddivisi in 530 milioni per i progetti relativi a automotive e trasporti, materiali avanzati, robotica e semiconduttori, e 201 milioni per tecnologie quantistiche, reti di telecomunicazione, cavi sottomarini, realtà virtuale e aumentata.
Possono accedere alle agevolazioni aziende di qualsiasi dimensione, con almeno due bilanci approvati, che operino nei settori industriale e dei trasporti, centri di ricerca e imprese di servizi. E’ consentito presentare anche progetti congiunti tra più soggetti, fino a un massimo di cinque.
I richiedenti potranno ricevere contributi diretti fino al 45% dei costi per le piccole imprese, al 35% per le medie e al 25% per le grandi. E’ previsto inoltre un eventuale finanziamento agevolato fino al 20%. Circa un terzo delle risorse stanziate è destinato a sostenere progetti di ricerca e sviluppo nelle regioni del Mezzogiorno.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
Economia
L’Antitrust avvia un’indagine conoscitiva su Gdo nell’ambito della filiera agroalimentare
Pubblicato
21 ore fa-
14 Gennaio 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva sul ruolo svolto dalla grande distribuzione organizzata (GDO) nell’ambito della filiera agroalimentare, anche prendendo spunto dalla netta divaricazione, che si è determinata negli ultimi anni, tra l’inflazione generale e l’inflazione dei generi alimentari.
In particolare, sulla base dei dati ISTAT, tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno fatto registrare un incremento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti percentuali rispetto a quello registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei prezzi al consumo (pari al 17,3%).
“A fronte di questi aumenti dei prezzi al consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno, una crescita inadeguata dei propri margini, che potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata – sottolinea l’Antitrust in una nota -. Nell’ambito della filiera agro-alimentare, l’anello della catena rappresentato dalla fase di scambio tra i distributori finali e i fornitori rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello di remunerazione dei fornitori – e, di conseguenza, della redditività delle attività produttive a monte – sia per la definizione dell’andamento dei prezzi al consumo”.
In questo contesto, l’indagine intende approfondire, tra l’altro, “le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della GDO, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali); la richiesta ai fornitori, da parte delle catene distributive, di corrispettivi per l’acquisto dei servizi di vendita (come l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, ovvero il cosiddetto trade spending); il crescente rilievo dell’incidenza dei prodotti a marchio del distributore (le cosiddette Private Label)”.
“I temi legati all’esercizio del potere di acquisto da parte delle catene distributive hanno un rilievo concorrenziale anche perché la gestione degli acquisti e della vendita dei servizi ai fornitori, come pure quella dell’approvvigionamento e del posizionamento dei prodotti Private Label, rappresentano un’importante leva strategica di competizione a valle tra gli operatori della GDO e incidono direttamente sulle dinamiche di formazione dei prezzi finali”, conclude l’Authority.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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