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Economia

Aurelio Regina confermato alla guida di Fondimpresa

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ROMA (ITALPRESS) – Il Cda di Fondimpresa ha nominato all’unanimità Aurelio Regina, componente della squadra di Presidenza di Confindustria, nuovamente Presidente di Fondimpresa, e Fulvio Bartolo Vicepresidente. Fondimpresa è il Fondo interprofessionale per la formazione continua di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. E’ il più importante in Italia ed è aperto alle imprese di ogni settore e dimensione. L’obiettivo principale è rendere semplice e accessibile alle aziende e ai lavoratori la formazione, leva indispensabile per l’innovazione e lo sviluppo.
“Apriamo questo nuovo triennio con l’approvazione di un avviso pilota, dedicato alla formazione di lavoratori stranieri, al fine di promuovere flussi di ingresso legale di questi lavoratori e di prevenire e contrastare l’immigrazione irregolare – dichiara il Presidente -.Crediamo che questo avviso strategico possa, in parte, aiutare a prevenire l’annoso problema del mismatch tra competenze necessarie e competenze disponibili sul mercato andando ad apportare un correttivo importante e positivo per il mercato del lavoro del Paese”.
Aurelio Regina è Vicepresidente e azionista di Manifatture Sigaro Toscano e Presidente di Sisal Spa, del Gruppo Defence Tech e di SIAS Spa. Nel 2019 è stato nominato Cavaliere del Lavoro dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Laureato con lode in Scienze Politiche alla LUISS di Roma, ha ricoperto numerosi incarichi all’interno di aziende nazionali e multinazionali. E’ stato il primo Presidente di Unindustria. Dal 2012 al 2014 è stato Vicepresidente con delega allo Sviluppo Economico di Confindustria ed ora Delegato per la Transizione energetica e Presidente del Gruppo Tecnico Energia di Confindustria. Ricopre inoltre cariche di primo piano nei principali Think Tank italiani e internazionali.
Alla Vicepresidenza del Fondo è stato nominato Fulvio Bartolo, dirigente Uil, componente del tavolo del Partenariato delle Campania ed esperto di formazione e lavoro, che dichiara “Un onore poter mettere a fattor comune l’esperienza maturata in anni al servizio della formazione continua per imprese e lavoratori”.
Consiglieri di Amministrazione per il triennio 2024-2027 saranno Annamaria Trovò (CISL), Simonetta Ponzi (CGIL), Pierangelo Albini e Luca Businaro (Confindustria).

– Foto ufficio stampa Fondimpresa –

(ITALPRESS).

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Economia

Sbarca a Londra la carta d’identità digitale per gli immobili

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LONDRA (ITALPRESS) – Un immobile che porta con sé, in forma verificabile, la propria storia: titoli, permessi, contratti, lavori, flussi e vincoli, sempre aggiornati e consultabili da chi ne ha diritto. È la carta d’identità digitale dell’asset immobiliare sviluppata da Traent, che debutta sulla scena internazionale a PropTech Connect Europe, a Londra, con il Transparent Token: il primo security token collegato in modo permanente alla vita verificabile dell’immobile sottostante. Oggi la blockchain di un security token può provare titolarità e trasferimenti del titolo, ma non dimostra lo stato reale dell’immobile che rappresenta. Il Transparent Token colma questa distanza: è un security token emesso attraverso una SPV lussemburghese, con operatori accreditati e diritti definiti dalla documentazione di emissione, ancorato in modo permanente all’Asset Token Traent, l’identità digitale che collega l’immobile ai suoi tre gemelli digitali.

Il Physical Twin descrive la realtà fisica e operativa del bene; il Legal Twin raccoglie titoli, diritti, permessi, contratti e vincoli; il Capital Twin segue flussi, pagamenti, indicatori e covenant. L’intelligenza artificiale classifica e riconcilia le informazioni, la blockchain ne rende tracciabili origine e modifiche. Il risultato è la Collateral Evidence: il patrimonio probatorio che accompagna l’immobile e che banche, acquirenti, assicuratori o autorità possono consultare secondo profili autorizzativi, senza pubblicazione indiscriminata dei dati. Il proprietario decide chi vede cosa, per quanto tempo e con quale finalità. Il token è il veicolo finanziario; la Collateral Evidence è ciò che lo rende accettabile per chi firma un rischio. La stessa infrastruttura resta utilizzabile anche senza emissione di alcun token, in compravendite, cantieri, credito, rifinanziamenti, polizze e portafogli NPL: ogni posizione conserva la qualità della propria evidenza invece di scomparire nella media. Allo stand Traent il Transparent Token sarà mostrato su un immobile reale: un complesso commerciale di recente costruzione a Busto Garolfo (Milano), di proprietà del Gruppo Alfano, con tre unità retail interamente locate a operatori nazionali con contratti pluriennali indicizzati ISTAT. I visitatori potranno consultare, con diversi livelli di autorizzazione, l’Asset Platform che gestisce Physical, Legal, Capital Twin e Collateral Evidence, sia come vista aggiornabile sia come passaporto digitale riferito a una data certa. Il real estate gestisce ancora la propria “verità” in modo frammentato: a ogni passaggio di proprietà, ingresso di una banca o intervento di un assicuratore la fiducia va ricostruita da capo, con costi che si scaricano su tempi, capitale immobilizzato, spread e premi. In Italia, dove filiera e patrimonio edilizio sono particolarmente stratificati, il peso è maggiore. Secondo Savills l’immobiliare mondiale valeva a fine 2024 393.300 miliardi di dollari, più di azioni e obbligazioni sommate; Deloitte stima che il real estate tokenizzato possa crescere da meno di 300 miliardi nel 2024 a 4.000 miliardi entro il 2035, trainato soprattutto da prestiti e cartolarizzazioni, dove la qualità del collaterale è decisiva. Un asset comprensibile e verificabile è anche più attrattivo per i capitali internazionali che non conoscono direttamente il territorio. “Il token è il veicolo; la Collateral Evidence è ciò che lo rende accettabile per chi firma un rischio”, sintetizza Federico d’Annunzio, fondatore e CEO di Traent. “La nostra sfida è trasformare la fiducia da costo da ricostruire a ogni passaggio in un’infrastruttura persistente dell’immobile”.

– foto sito Traent –

(ITALPRESS).

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Economia

Osservatorio Clean Technology 2026, il green da scelta di immagine ad una leva per la competitività

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MILANO (ITALPRESS) – La transizione ecologica del tessuto produttivo italiano è entrata in una fase di consistenza e stabilità in cui la sostenibilità è diventata parte della cultura aziendale e delle scelte gestionali, con un approccio pragmatico e strutturato. Sotto la spinta dei rincari energetici, dell’instabilità geopolitica, di vincoli normativi e per l’accesso al credito sempre più stringenti, le imprese integrano la sostenibilità direttamente nel core business e nei processi industriali. Con un’attenzione sempre più rigorosa al conto economico ai vantaggi di business che gli investimenti in sostenibilità riescono a generare.

Questo è il quadro principale che emerge dalla V Edizione dell’Osservatorio Clean Technology 2026, l’approfondito monitoraggio realizzato da Eumetra per Haiki+ e Circularity, condotto su un campione statistico di 400 pmi e grandi imprese italiane. La ricerca di quest’anno evidenzia come le tematiche ambientali non siano più vissute come un trend del momento, ma come una rigorosa necessità gestionale ed economica.

‘I risultati dell’Osservatorio mostrano una crescita del tessuto imprenditoriale italiano: la sostenibilità non viene più affrontata come un elemento accessorio, ma come parte integrante delle strategie industriali. Per consolidare questo percorso è fondamentale poter contare su dati affidabili, criteri condivisi e strumenti di misurazione in grado di valorizzare gli investimenti delle imprese e contrastare pratiche di comunicazione ambientale non supportate da evidenze scientifiche. La trasparenza rappresenta oggi una leva essenziale per accompagnare la competitività e la transizione ecologica del Paese’, ha dichiarato Maria Alessandra Gallone, Presidente di ISPRA. 

La criticità principale riscontrata nelle scorse edizioni viene finalmente superata nel 2026 da una decisa virata strategica: il 63% delle medie e grandi imprese italiane dispone oggi di un piano industriale con chiare direzioni strategiche a medio-lungo termine sulla sostenibilità, segnando un netto raddoppio rispetto al 35% registrato nel 2025. La transizione ecologica diventa un asset strutturale anche sul piano dell’organigramma: il 57% delle grandi aziende vanta infatti una funzione o un reparto interno specificamente dedicato a valutare e gestire le tematiche green. Il 2026 fotografa un tessuto imprenditoriale fortemente attivo, con il 79% delle aziende che ha realizzato almeno un investimento in sostenibilità. Tuttavia, lo scenario internazionale e l’incertezza sui costi energetici spingono le imprese verso una rigida selezione dei capitoli di spesa. Gli investimenti si concentrano in modo drastico sul contenimento dei costi e l’autonomia energetica. Le imprese scelgono le rinnovabili contro il caro energia: il 76% ha realizzato investimenti in efficienza energetica nel 2026 (versus il 65% del 2025), con 7 imprese su 10 che hanno installato pannelli fotovoltaici. Inoltre, ben il 78% del campione considera le rinnovabili la chiave per la competitività e l’indipendenza energetica nazionale.

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Mentre sale la quota di imprese che considera la tutela dell’ambiente (67% versus 52% del 2025) e la riduzione dei rifiuti (65% versus 58% del 2025) una priorità assoluta per il Paese, l’urgenza economica ha fatto passare in secondo piano la riduzione della CO2 (dal 26% al 15%) e ha causato una contrazione degli investimenti complessivi in economia circolare, scesi dal 27% dello scorso anno al 14%. Ciononostante, chi continua a investire in economia circolare lo fa in modo strutturato, con un’ottica di medio-lungo periodo e interventi che per 6 aziende su 10 richiedono un re-design dei processi produttivi.

Il focus resta sul riciclo di scarti e sfridi di produzione per praticamente tutte le imprese intervistate (96%), sul monitoraggio dei rifiuti (per 9 imprese su 10) e sull’approvvigionamento di materiali riciclati (8 imprese su 10). La barriera principale rimane il costo economico: per l’86% delle imprese i materiali riciclati comportano costi più elevati rispetto alle materie prime vergini tradizionali (come la plastica).

Tra le aziende che investono nel green cresce in modo significativo il ricorso alle certificazioni ambientali (60% contro il 41% del 2025). L’aumento riflette un contesto normativo europeo sempre più orientato alla trasparenza e alla verificabilità delle performance ambientali. In questa direzione si inserisce anche il D.lgs. 30/2026, in vigore dal 27 settembre, che recepisce la Direttiva (UE) 2024/825 e introduce regole più rigorose sulle comunicazioni ambientali rivolte ai consumatori, limitando l’utilizzo di dichiarazioni ambientali generiche quando non supportate da evidenze verificabili, certificazioni di terze parti o sistemi di riconoscimento ufficialmente riconosciuti.

Gli investimenti green si dimostrano redditizi: il 67% delle aziende ha già pienamente raggiunto i vantaggi economici attesi dal proprio impegno, un balzo di ben +12 punti percentuali rispetto al 2025. Tali benefici si traducono in un risparmio concreto in termini di efficienza operativa (che per il 64% delle imprese si attesta tra l’1% e il 5% del fatturato annuo) e in un sensibile miglioramento della redditività generale (indicata dal 38% del campione, +4 punti percentuali).

Cresce in parallelo l’importanza strategica della finanza sostenibile: per 3 imprese su 10 l’impegno green ha determinato un migliore accesso al credito (+9 punti percentuali rispetto al 2025), in particolare tramite l’accesso a finanziamenti dedicati (18%). Questo dato sembra spiegare il nuovo e forte coinvolgimento della funzione Amministrazione aziendale (che sale al 33% di coinvolgimento diretto, +14 punti percentuali rispetto al 2025) nella gestione e rendicontazione dei dati ESG. L’adozione di modelli di business sostenibili riscontra un forte apprezzamento esterno: il 63% delle imprese dichiara che i propri sforzi sono riconosciuti, in prima fila da clienti e consumatori (71%) e dai propri dipendenti (36%).

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Per il futuro, l’instabilità macroeconomica generale (conflitti internazionali, inflazione, dazi) genera tuttavia una diffusa cautela: circa la metà del campione (51% complessivo tra un 12% che prevede riduzioni e un 38% che teme probabili ritardi) ipotizza un rallentamento o una rimodulazione dei volumi di spesa previsti nel prossimo biennio.

“I dati di questa quinta edizione dell’Osservatorio Clean Technology certificano la fine della fase dell’entusiasmo green e l’inizio di quella che possiamo definire la sostenibilità del ‘solido realismo’”, ha commentato Giovanni Rosti, Amministratore Delegato di Haiki+. “Nel 2026 le aziende non investono per l’immagine, ma integrano l’efficienza energetica, l’economia circolare e le metriche ESG direttamente nella struttura operativa e gestionale della produzione, mosse dalla vitale necessità di tagliare i costi operativi e di rispondere ai requisiti stringenti di banche e normative europee. Per supportare questo sforzo è ormai vitale che le politiche industriali nazionali ed europee intervengano per regolare i costi delle materie prime riciclate, permettendo all’economia circolare di tornare a correre ed imporsi come standard di mercato”, ha aggiunto.

“Giunto alla sua quinta edizione, l’Osservatorio dimostra la grande capacità di adattamento e la resilienza del nostro sistema produttivo in un contesto internazionale instabile – ha commentato Camilla Colucci, founder e CEO di Circularity -. Sebbene il caro bollette abbia temporaneamente frenato la diffusione dell’economia circolare in favore dell’efficientamento energetico, le imprese che continuano a fare circolarità lo fanno con progetti strutturati, di medio-lungo periodo, che richiedono un ridefinizione dei processi industriali. In questa fase di consolidamento e realismo, c’è ancora molta strada da fare e gli imprenditori hanno bisogno di essere guidati e supportati per riuscire a trasformare i vincoli operativi e normativi in valore, pulito e certificato”. 

-Foto Haiki+ e Circularity-
(ITALPRESS).

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Economia

Intesa Sanpaolo porta l’aerospazio italiano nella Silicon Valley: 12 Pmi alla sfida Usa

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di Stefano Vaccara

SAN FRANCISCO (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Dalla meccanica di precisione ai materiali compositi, dalla robotica alla cybersecurity, dai laser per l’esplorazione spaziale ai sistemi per satelliti e lanciatori. Dodici piccole e medie imprese italiane hanno portato per cinque giorni nella Silicon Valley uno spaccato della filiera nazionale dell’aerospazio, incontrando investitori, aziende, ricercatori e protagonisti dell’ecosistema tecnologico americano.

La missione, promossa da Intesa Sanpaolo in collaborazione con INNOVIT dal 31 agosto al 4 settembre, rappresenta la terza iniziativa realizzata insieme in tre anni e la prima interamente concentrata sull’aerospazio. L’obiettivo è accompagnare aziende italiane ad alto potenziale non soltanto nella ricerca di nuovi clienti, ma verso partnership industriali, capitali e una presenza più strutturata sul mercato americano. Il programma ha previsto incontri diretti con protagonisti dell’industria spaziale statunitense, investitori e potenziali partner, oltre a sessioni di formazione e approfondimento nell’ecosistema della Silicon Valley.

Le dodici aziende selezionate sono ALI di Napoli, APR di Torino, Bercella di Parma, Bisiach & Carrù di Torino, Bright Solutions di Pavia, Cospal Composites di Bergamo, Curti, Dino Paoli di Reggio Emilia, Leas di Padova, Netgroup di Napoli, Novation Tech di Treviso e SAB Aerospace di Benevento. Realtà differenti per dimensioni, storia e specializzazione, ma accomunate da tecnologie che possono trovare spazio nella nuova catena del valore dell’industria aerospaziale americana.

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A ideare e guidare la missione per Intesa Sanpaolo è stato Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori, accompagnato da Anna Roscio, Executive Director Sales & Marketing Imprese, e da Nicola Baiocchi Di Silvestri, Country Manager USA & Americas della Divisione IMI Corporate & Investment Banking. La missione è stata realizzata a San Francisco lavorando a fianco di INNOVIT, il cui Centro di Innovazione è diretto da Alberto Acito. L’iniziativa è stata anche supportata dal Console Generale d’Italia a San Francisco Massimo Carnelos e dall’Italian Trade Agency, con Filippo Fusaro dell’ufficio ITA di Houston

Dietro la missione c’è una strategia che Intesa Sanpaolo vuole rendere sempre più strutturale. La banca ha già finanziato oltre 500 PMI della filiera aerospaziale italiana per più di un miliardo di euro ed è la prima banca commerciale europea ad aver aderito all’ESA Investor Network. Un accordo sottoscritto con Banca Europea per gli Investimenti e Agenzia Spaziale Europea punta inoltre ad attivare altri 300 milioni di euro di finanziamenti per gli investimenti delle PMI.

“L’apertura di nuove rotte commerciali e industriali è cruciale per l’economia italiana e, più in generale, per quella europea”, ha sottolineato Barrese. Dal 2020 Intesa Sanpaolo ha erogato alle PMI oltre 141 miliardi di euro di credito, dei quali 12 miliardi per internazionalizzazione ed export e 14 miliardi per operazioni di finanza straordinaria, tra acquisizioni, fusioni e aperture del capitale. Per Barrese, il compito della banca non si esaurisce dunque nel finanziamento: significa accompagnare l’impresa nella crescita e prepararla ad affrontare mercati, investitori e operazioni societarie sempre più complesse.

Un tema particolarmente delicato proprio nella Silicon Valley, dove alcune delle PMI italiane presenti, pur relativamente piccole, possiedono tecnologie e know-how di altissimo livello che possono renderle appetibili anche per grandi gruppi americani. Interpellato da Italpress sul rischio che l’apertura agli investitori statunitensi possa tradursi nella vendita di aziende strategiche e, alla fine, nella perdita di tecnologia e Made in Italy, Barrese ha spiegato che il ruolo della banca è anche quello di preparare le imprese prima che si trovino davanti a queste scelte, rafforzandole e accompagnandole nella valutazione delle opportunità. Internazionalizzare, quindi, non deve necessariamente significare vendere: l’obiettivo è mettere l’imprenditore nelle condizioni di scegliere consapevolmente partner, capitali e modalità di crescita, preservando quando possibile il valore industriale costruito in Italia.

Proprio a San Francisco la banca ha presentato anche Connecting Markets, nuova piattaforma digitale basata sull’intelligenza artificiale che consente alle imprese clienti di ricercare potenziali partner industriali, commerciali e della supply chain, oltre a possibili target per acquisizioni e collaborazioni. Il sistema permette di consultare informazioni su oltre 560 milioni di aziende, appartenenti a più di 2.000 settori in oltre 170 Paesi. Dal 2020 Intesa Sanpaolo ha già destinato 12 miliardi di euro a finanziamenti per progetti di internazionalizzazione e sostegno all’export.

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Ma la missione non si è limitata agli incontri di business nella sede di INNOVIT. A UC Berkeley abbiamo incontrato alcuni degli italiani impegnati nella ricerca scientifica e tecnologica dell’università, guidati in tour dal Prof. Alessandro Ratti, del Lawrence Berkeley National Laboratory. Nel campus quindi incontri (e interviste) con il professor Massimiliano Fratoni, nuclear engineer, insieme a una nuova generazione di dottorandi e ricercatori. Tra loro Carlo Bosio, impegnato nella robotica, Matteo Guarrera, che lavora nel campo dell’intelligenza artificiale, oltre a Gianluca Sampaolo, MSCA Global Fellow, e Gianmarco Fifi, Marie Sklodowska-Curie Research Fellow. Italpress li ha intervistati per raccontare anche attraverso le loro esperienze il contributo dei ricercatori italiani all’ecosistema tecnologico californiano.

A Stanford University il confronto ha coinvolto direttamente anche i rappresentanti delle 12 aziende italiane, che hanno partecipato a briefing e lecture con il mondo accademico. Tra i protagonisti il professor Alberto Salleo, docente di Materials Science & Engineering e Photon Science e Senior Fellow del Precourt Institute for Energy, con il quale Italpress ha affrontato anche le grandi trasformazioni tecnologiche in corso e la competizione internazionale, compresa quella con la Cina.

A Stanford Italpress ha intervistato anche il giovane ricercatore italiano Daniele Gammelli, specializzato nell’intelligenza artificiale applicata alla robotica e all’autonomia dei sistemi e impegnato anche sui possibili utilizzi nello spazio. Gammelli rappresenta inoltre un caso significativo di “cervello di ritorno”: dopo l’esperienza negli Stati Uniti è destinato a riportare in Italia competenze maturate nell’ecosistema di Stanford, assumendo un ruolo di primo piano a Torino nell’ambito dell’Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale (AI4I).

Un ricevimento al Consolato Generale d’Italia a San Francisco ha quindi riunito imprese, istituzioni e protagonisti della missione. Tra gli ospiti Silvio Savarese, scienziato italiano dell’intelligenza artificiale, intervenuto sulle trasformazioni che l’AI è destinata a produrre nell’industria e nella società. Per il Console Generale Carnelos, le capacità mostrate dalle PMI arrivate dall’Italia dimostrano che il Paese possiede le competenze per giocare nella “Champions League” della Space Economy. Ed è proprio la convergenza fra spazio e nuove tecnologie a rendere strategica la presenza nella Bay Area. “La convergenza tra spazio, AI, software e dati sta aprendo nuove opportunità”, ha spiegato Acito. INNOVIT ha sviluppato 48 programmi per startup e PMI innovative, sostenendo quasi 500 aziende e mille imprenditori, attraverso oltre 1.750 sessioni e più di mille mentor e speaker. La collaborazione con Intesa Sanpaolo è ormai al terzo anno.

Una collaborazione che coinvolge più in generale il Sistema Italia. L’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Marco Peronaci ha sottolineato come l’aerospazio sia uno dei settori a più alto contenuto tecnologico nelle relazioni economiche fra Italia e Stati Uniti, caratterizzato anche dalla complementarità tra le rispettive filiere produttive.

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Per Carnelos, invece,saper fare sistema” è essenziale per trasformare l’eccellenza tecnologica italiana in connessioni durature con partner strategici americani. La posta in gioco è del resto enorme. Secondo le stime della Space Foundation riportate da Intesa Sanpaolo, la Space Economy globale dovrebbe raggiungere circa 800 miliardi di dollari entro il 2027 e mille miliardi entro il 2032. L’Italia parte da una base significativa: oltre 50 mila addetti nell’industria aerospaziale e una filiera che attraversa software, elettronica, telecomunicazioni, ingegneria, meccanica e produzione di veicoli spaziali. Le PMI rappresentano spesso nicchie altamente specializzate di questo sistema produttivo.

La sfida emersa nei cinque giorni californiani è allora trasformare questa eccellenza tecnologica in maggiore scala internazionale senza disperderne il patrimonio industriale italiano. Non andare nella Silicon Valley soltanto per imparare o per cercare finanziamenti, ma per fare affari, costruire alleanze e portare tecnologia italiana dentro l’industria spaziale americana. E, nello stesso tempo, arrivarci abbastanza forti da poter scegliere come crescere e con chi farlo. Una partita nella quale manifattura avanzata, ricerca e capacità ingegneristica del Made in Italy possono diventare il passaporto per una presenza più forte negli Stati Uniti, senza necessariamente rinunciare alla propria identità.

– Foto xo9/Italpress –

(ITALPRESS).

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