IN ALTO I CALICI – IL MONDO DEL VINO E LE SCELTE, CON IL PROFESSOR OSVALDO FAILLA
Un tuffo settimanale nell’attualità e nella cultura del vino con Emanuele Bottiroli, giornalista di settore, e Guerrino Saviotti, decano degli enologi, ogni sabato alle 13 su Pavia Uno TV e Lombardia Live 24. Oggi ospite speciale il professor Osvaldo Failla, Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali, Università degli Studi di Milano. Dopo la laurea in Scienze Agrarie (1984) e il Dottorato di Ricerca (1992), ha intrapreso la carriera accademica diventando Ricercatore universitario nel 1992, Professore associato nel 2005 e, dal 2015, Professore ordinario di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università degli Studi di Milano. Insegna Biologia della vite nei corsi di laurea in Viticoltura ed Enologia e in Scienze viticole ed enologiche. La sua ricerca si concentra sulla fisiologia della maturazione dell’uva, sulla qualità enologica, sulla vocazionalità territoriale, sul miglioramento genetico dei portinnesti e sulla conservazione del germoplasma della vite. A livello internazionale ha ricoperto il ruolo di Chair della COST Action FA1003 (2010-2015). È autore di oltre cento pubblicazioni scientifiche dedicate alla vite, alla viticoltura e alle relazioni tra ambiente, ecofisiologia e qualità del frutto.
L’incontro con Don Franco Tassone, parroco del SS.mo Salvatore e della Chiesa del Sacro Cuore a Pavia. Sacerdote da sempre a fianco degli ultimi, è responsabile della Caritas Pavese e per anni ha guidato la Casa del Giovane, allievo del venerabile Don Enzo Boschetti.
La Voce Pavese – Quando il territorio diventa solo una passerella
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra organizzare un evento per celebrare davvero un territorio e costruire una manifestazione per celebrare chi la organizza. Da fuori, le due cose possono sembrare identiche: un palco, qualche ospite, fotografie, discorsi, autorità invitate e comunicati pieni di parole come identità, tradizione e valorizzazione. Ma basta guardare un po’ più da vicino per capire quando il territorio è protagonista e quando viene usato soltanto come scenografia.
Gli eventi autenticamente territoriali partono dalla conoscenza. Dalla storia dei luoghi, dalle persone che li hanno vissuti, dalle associazioni che vi operano da anni, dagli archivi, dalle tradizioni, dalle attività economiche e culturali che hanno costruito una comunità facendo impresa. Non basta scegliere una piazza suggestiva o inserire il nome di una città nel titolo. Per raccontare un territorio bisogna studiarlo, ascoltarlo e rispettarlo.
Poi ci sono le manifestazioni confezionate da piccoli circoli di privati, spesso molto abili nel promuovere se stessi, meno nel conoscere ciò che dicono di rappresentare. Eventi nei quali il nome degli organizzatori compare più volte di quello del luogo, dove il racconto storico è approssimativo, le realtà locali vengono ignorate e gli inviti sembrano rispondere più alle relazioni personali che al reale valore culturale dell’iniziativa.
In questi casi il territorio non viene celebrato: viene preso in prestito. Diventa un marchio da applicare su una locandina, una cornice utile per ottenere fotografie, visibilità, relazioni e magari anche qualche contributo. La comunità resta sullo sfondo, mentre in primo piano finiscono sempre gli stessi volti, gli stessi nomi e gli stessi gruppi autoreferenziali.
La qualità di una manifestazione non si misura dal numero degli ospiti importanti o dai post pubblicati sui social. Si misura da ciò che lascia. Una conoscenza in più, una memoria recuperata, un luogo riscoperto, un’associazione coinvolta, un’attività valorizzata, una storia restituita correttamente ai cittadini.
Chi ama davvero un territorio non ha bisogno di mettersi continuamente al centro. Lavora perché siano il paese, la città, la sua storia e la sua gente a emergere. Chi invece usa il territorio per promuovere se stesso può anche organizzare eventi eleganti e affollati, ma difficilmente riuscirà a nascondere il vuoto che rimane quando si spengono le luci e vengono riposti i manifesti.
Celebrare una comunità richiede umiltà, competenza e memoria. Tutto il resto è pubbliche relazioni e pubblicità travestito da cultura.
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