Cronaca
Malattie respiratorie croniche, accesso alle cure e liste d’attesa sfide del SSN
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6 mesi fa-
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Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Garantire un accesso equo alle cure resta una delle sfide più complesse per il Servizio Sanitario Nazionale. Le disuguaglianze territoriali continuano a pesare sulla possibilità, per i pazienti, di accedere a percorsi diagnostico-terapeutici appropriati. In questo contesto, rafforzare l’integrazione tra i diversi livelli assistenziali e ridurre le disparità regionali diventa decisivo per migliorare la qualità dell’assistenza e assicurare una presa in carico più uniforme.
Parallelamente, assume un ruolo sempre più centrale il tema delle liste d’attesa. Da anni al centro dell’attenzione delle Istituzioni e degli operatori sanitari, incide in modo particolare nell’ambito delle malattie croniche, che richiedono un monitoraggio continuo, interventi tempestivi e una presa in carico strutturata e multidisciplinare nel tempo. Ridurre i tempi per visite ed esami non è solo una questione organizzativa, ma un elemento chiave per migliorare la qualità della vita dei pazienti e rendere più efficiente l’utilizzo delle risorse pubbliche.
In questo scenario, Tiziana Nicoletti, Responsabile del Coordinamento delle Associazioni dei malati cronici e rari di Cittadinanzattiva ha commentato: “In Italia la principale emergenza sanitaria non riguarda la qualità delle cure, ma la possibilità stessa di accedervi. Sebbene si comincino ad intravedere alcuni effetti delle riforme in corso – in merito a tempi di attesa, assistenza territoriale, aggiornamento dei Lea, ampliamento degli screening e del calendario vaccinale – le liste d’attesa, la carenza di personale e la disomogeneità territoriale nell’erogazione dei servizi sanitari mettono ancora a rischio l’effettività del diritto alla salute”.
“Tutto ciò – ha aggiunto – delinea in modo sempre più evidente, le problematiche che si sono radicate nel tempo per i pazienti cronici e per le loro famiglie, impedendo loro di accedere pienamente e in maniera uniforme alle cure. Piani e norme non mancano e, in genere, ben definiscono i diritti delle persone con malattia cronica e rara. Ma, troppo spesso, restano sospesi: nelle more delle decisioni, negli ostacoli che le Istituzioni tendono a frapporsi, nella insufficiente partecipazione dei cittadini e delle associazioni. Su questo chiediamo la piena attuazione del nuovo Piano Nazionale della Cronicità 2024 e il monitoraggio costante degli obiettivi previsti. La necessità di prevedere politiche pubbliche efficaci, e l’urgenza di un Patto rinnovato fra le Istituzioni, soprattutto nel rapporto fra Stato e Regioni, per accelerare i tempi di esigibilità dei diritti e dar loro attuazione in modo equo a tutti i cittadini in tutto il Paese”.
Tuttavia, la gestione di queste patologie rimane complessa, e ciò è dimostrato dalla presa in carico dei pazienti con BPCO che in Italia sono oltre 2 milioni. Il percorso assistenziale, in questi casi, necessita di sinergia tra i professionisti sanitari, quali specialista pneumologo e medico di medicina generale, che ricoprono ruoli diversi ma equamente importanti. Rafforzare questa integrazione rappresenta quindi una leva strategica per migliorare gli esiti assistenziali per i pazienti già diagnosticati, evitare riacutizzazioni e, conseguentemente, ottimizzare l’utilizzo delle risorse sanitarie.
Su questo tema si è espresso Raffaele Scala, Presidente Nazionale Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri (AIPO): “La presa in carico dei pazienti con patologie respiratorie croniche, in particolar modo la BPCO, presenta ancora delle criticità che sono legate alla tempestività di identificazione della patologia, alla prevenzione della stessa, al monitoraggio di essa in tutte le sue fasi e al trattamento delle riacutizzazioni, soprattutto quando la patologia è avanzata. Gli elementi di miglioramento del percorso sono quelli legati alla maggiore integrazione tra lo specialista pneumologo e il medico di medicina generale, e tra specialista pneumologo e altri professionisti ospedalieri, anche attraverso gli strumenti che abbiamo già in atto e che solo in parte sono sviluppati, come quelli della telemedicina, che consentono soprattutto di accorciare le distanze tra specialista e medico di medicina generale e tra diversi specialisti per poter così dare subito una risposta al paziente con sospetta o conclamata malattia respiratoria sia in fase di stabilità che di acuzie”. “E’ chiaro – ha evidenziato – che tutto questo deve essere associato a un’azione di squadra, che coinvolge associazioni dei pazienti, Istituzioni e stakeholders privati.
Solo in questo modo si può costituire un modello applicativo che consenta un’equità delle cure in tutte le Regioni e si basi sul concetto di reti cliniche integrate e strutturate. Il primo anello di questa catena gestionale è proprio l’integrazione tra il medico di medicina generale e lo specialista pneumologo: è così che il paziente entra subito all’interno della rete per presa in cura. Le altre componenti del modello riguardano la integrazione ospedaliera e inter-ospedaliera basata sulla Rete Regionale e Interregionale che deve lavorare secondo la logica Hub & Spoke, laddove viene gestita sia la parte acuta, ad alta complessità diagnostica e terapeutica, e sia le successive complicanze delle patologie respiratorie. All’interno di questa rete Hub & Spoke, i nodi vengono gestiti attraverso una comunicazione tra le diverse strutture ospedaliere. In questo modello, le UTIP, unità di terapia intensiva pneumologica, ricoprono un ruolo cruciale di cerniera tra la fase dell’attacco respiratorio acuto e la transizione a domicilio di pazienti con sviluppo di dipendenza da ossigeno e supporti di ventilazione meccanica. E’ chiaro che sotto un punto di vista di strategia operativa, la gestione delle patologie respiratorie sia acute che croniche non deve prevedere un trattamento solo ospedaliero, ma deve privilegiare quando possibile il trattamento territoriale e per questo motivo all’interno di questa Rete vanno incluse le Case di Comunità nelle quali lo specialista pneumologo lavora a contatto con il medico di medicina generale per poter gestire insieme per la prima volta questi pazienti e ridurre il ricorso alle strutture ospedaliere”.
“Solo in questo modo – ha concluso – potremmo superare queste barriere, che impediscono al momento di poter diagnosticare le patologie respiratorie, come BPCO e asma, in fase precoce, laddove i trattamenti che abbiamo a disposizione, che sono particolarmente attivi, sono sicuramente più efficaci, e al tempo stesso potremmo prenderci carico delle persone in fase avanzata di malattia con dipendenza da supporti per la respirazione con l’obiettivo di ottenere un prolungamento e soprattutto un miglioramento della qualità di vita”.
La direzione è tracciata: rafforzare l’assistenza territoriale e l’integrazione tra i diversi livelli di cura per costruire un sistema più equo, efficiente e capace di rispondere ai bisogni dei pazienti.
– foto ufficio stampa Esperia –
(ITALPRESS).
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L’operazione è stata effettuata con la tecnica mini-invasiva della videotoracoscopia.
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13 Ottobre 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – “Quest’oggi in Consiglio dei Ministri l’Autonomia compie un passo avanti decisivo: abbiamo sottoscritto le intese definitive con le quattro Regioni che hanno avviato questo percorso, approvando gli schemi di intesa definitiva, e deliberato i rispettivi disegni di legge per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Un passaggio istituzionale importante e soprattutto decisivo per la riforma, che ora è pronta per iniziare il suo percorso in Parlamento. Garantire ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia ai territori non è solo uno dei capisaldi del programma con cui il centrodestra ha vinto le elezioni, ma anche e soprattutto una storica battaglia della Lega che non è mai stata così vicina alla sua realizzazione. Ci abbiamo lavorato tanto, con convinzione e senza sosta, e ora il risultato è più vicino che mai. Resta un ultimo miglio da percorrere in Parlamento e io non vedo l’ora di cominciare”. Lo afferma il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
Cronaca
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6 ore fa-
13 Ottobre 2026di
Redazione
PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Il primo gruppo di parchi nazionali della Cina ha ottenuto risultati sostanziali dall’istituzione ufficiale di cinque parchi di questo tipo nel 2021, come dichiarato ieri dall’Amministrazione nazionale per le foreste e le praterie.
Negli ultimi cinque anni ha preso forma un sistema di parchi nazionali con caratteristiche cinesi, la qualità degli ecosistemi naturali nelle aree chiave ha continuato a migliorare e le popolazioni delle specie simbolo sono cresciute costantemente, secondo l’amministrazione.
Nel 2021, la Cina ha istituito i suoi primi parchi nazionali: il Parco nazionale di Sanjiangyuan, il Parco nazionale del panda gigante, il Parco nazionale della tigre e del leopardo della Cina nord-orientale, il Parco nazionale della foresta pluviale tropicale di Hainan e il Parco nazionale di Wuyishan.
Questi cinque parchi coprono una superficie totale di 230.000 chilometri quadrati e comprendono oltre 120 riserve naturali di varie tipologie e livelli.
Attraverso l’attuazione di una serie di misure, come il ripristino degli habitat, il collegamento dei corridoi ecologici e la regolamentazione delle attività umane, i cinque siti hanno ottenuto risultati ecologici significativi negli ultimi cinque anni.
Ad esempio, il Parco nazionale di Sanjiangyuan, noto come “la torre d’acqua della Cina”, ha migliorato significativamente la propria capacità di conservazione delle risorse idriche, convogliando ogni anno a valle una media di 80 miliardi di metri cubi di acqua di alta qualità. Il Parco nazionale del panda gigante ha aperto 13 corridoi ecologici che collegano popolazioni isolate di panda giganti selvatici, migliorando notevolmente la connettività degli habitat.
Per quanto riguarda la protezione delle specie simbolo, la popolazione di antilopi tibetane nel Parco nazionale di Sanjiangyuan è tornata a superare i 70.000 esemplari. Nel Parco nazionale della tigre e del leopardo della Cina nord-orientale, il numero di tigri dell’Amur selvatiche è aumentato da 27 a 72, mentre quello dei leopardi dell’Amur selvatici è passato da 42 a 115.
Nel frattempo, la realizzazione dei parchi nazionali ha conciliato la protezione ecologica con il miglioramento delle condizioni di vita. Quasi 50.000 residenti locali sono stati assunti come guardiani ecologici, percependo salari annui compresi tra 12.000 yuan (circa 1.782 dollari statunitensi) e 21.000 yuan a persona.
La Cina ha inoltre dato attuazione alla legge sui parchi nazionali e rivisto i regolamenti sulle riserve naturali, segnando una nuova fase di sviluppo basato sulla legge e standardizzato per il sistema delle riserve naturali, di cui i parchi nazionali costituiscono la componente principale.
Durante il periodo del 15esimo Piano quinquennale (2026-2030), la Cina continuerà a promuovere lo sviluppo di alta qualità dei parchi nazionali e a istituirne di nuovi in modo ordinato, ha aggiunto l’amministrazione.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-


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