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Cronaca

Castelli “Dal Superbonus effetto tossico sulla ricostruzione post-sisma”

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ROMA (ITALPRESS) – Il Superbonus “ha prodotto un effetto tossico” sulla ricostruzione post-terremoto “perchè molte imprese si sono orientate verso il 110, lasciando sguarniti i cantieri del sisma”. Lo ha detto Guido Castelli, commissario straordinario di Governo per la ricostruzione post-sisma del 2016, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica Primo Piano dell’agenzia Italpress.
Un altro effetto negativo del Superbonus è che “quando le imprese sono tornate a occuparsi di sisma”, avevano “i cassetti fiscali pieni e una fragilità economica che ha fatto perdurare questo effetto tossico. E’ stato un delitto non utilizzare quei soldi per la grande emergenza di un Paese in cui un terzo dei Comuni si trova in zone altamente vulnerabili: il Sisma bonus ha assorbito meno del 10% di quei 130 miliardi di costo e invece tutti si sono dati ai cappotti e agli infissi. Quando si verificherà la prossima scossa – che ci sarà, è inutile incrociare le dita o toccare ferro – dovremmo togliere i cappotti pagati dai contribuenti italiani per vedere se ci sono lesioni sugli immobili. Prima di fare i cappotti, bisognava trovare il modo di consolidare le strutture: rischiamo di avere altri disastri perchè si è invertito l’ordine delle priorità”. A che punto è la ricostruzione? “Sono stato chiamato a superare le molte false partenze che hanno afflitto la procedura, che si annunciava già particolarmente complessa: si parla spesso del terremoto, ma in realtà sono stati quattro che si sono susseguiti tra il 24 agosto 2016 e il 18 gennaio del 2017, per oltre 8mila km di cratere”. Il governo ha cercato di “dare un cambio di passo e posso dire che finalmente, dopo 11 mesi, i dati ci dicono che quel cambio di passo c’è stato: a novembre abbiamo fatto il record delle liquidazioni che materialmente stiamo facendo in favore delle imprese che lavorano concretamente nei cantieri, stiamo lavorando senza sosta e abbiamo semplificato molto”, ha spiegato.
Per quanto riguarda gli immobili privati “c’è un problema molto importante: su 50mila pratiche da terremoto che attendevamo, abbiamo avuto 29mila progetti depositati e ancora mancano 20mila progetti. C’è un problema di saturazione della classe tecnica, perchè abbiamo quasi completato la presenza professionale: i tecnici che si stanno applicando sul tema sono appena 4.000, quindi abbiamo un problema di ‘cilindratà. Sto facendo continuamente un appello affinchè siano anche altri i tecnici che si occupino di questa cosa”. Per Castelli “c’era una diffidenza che circondava gli operatori professionali, tante norme si affastellavano: via via abbiamo ‘disincrostatò, dando ai singoli progettisti il compito di prendersi le proprie responsabilità”. E’ necessario ricostruire ma bisogna anche “mantenere il flusso minimo vitale in zone che, anche prima del 24 agosto 2016, erano ‘malconcè dal punto di vista demografico e della vitalità economica: c’è un modello economico e sociale da rivedere”, per questo “abbiamo avuto la possibilità di utilizzare 1,8 miliardi di Fondo complementare al PNR Sisma per stimolare economicamente le imprese. I risultati sono stati davvero soddisfacenti: di fronte a 600 milioni messi in campo per lo stimolo alle imprese, abbiamo avuto richieste per 1,5 miliardi: vuol dire che c’è vita nel cratere”, ha sottolineato.
Il Centro Italia è fatto da piccole e medie imprese, start up giovanili, grandi aziende. “Abbiamo cercato di non escludere nulla: la nostra idea era quella di superare l’idea di un Appennino ‘presepè dove si va anche a passeggiare, ma dove ci sono anche delle realtà industriali importanti, per arrivare fino alle comunità energetiche rinnovabili e a un piano di viabilità che è il presupposto perchè la gente torni a vivere” in questi luoghi. Questo piano, “che serve a far uscire dall’isolamento quel quadrante del Centro Italia, complessivamente cuba 2,7 miliardi: in un anno abbiamo messo a terra 1,1 miliardi, non è poco in un’Italia in cui non si sa spendere”, ha proseguito Castelli. “Questo Centro sta scivolando verso Sud: dobbiamo recuperare la spina dorsale dell’Italia”. E’ uno dei motivi per cui è andato alla Cop28? “Assolutamente. Crisi climatica e crisi demografica sono due facce della stessa medaglia: se ripopoliamo l’Appennino – e questo è uno degli obiettivi impliciti della ricostruzione – creiamo le condizioni” anche per contenere “le 600mila frane attive che ci sono in Italia, attraverso un comportamento che non ha nulla a che fare con la pur necessaria limitazione dell’anidride carbonica: un vigneto trattiene una frana più del bosco, però se non ci sono gli uomini che coltivano la terra poi piangiamo i lutti”. Serve “un atteggiamento pragmatico e non ideologico: l’Italia è fragilissima e anche gli obiettivi di contenimento dell’inquinamento vanno declinati sulle specificità della nostra nazione. Non siamo un atollo del Pacifico, possiamo fare quel che riusciamo con l’elettrico ma è più importante che questo manufatto meraviglioso che si chiama Italia possa indebolirsi sempre di meno”. Quali sono i primi obiettivi per il 2024? “Sicuramente Amatrice: è il posto dove si è più indietro, ci sono tanti problemi. Dopo sette anni ancora troppa gente è fuori dalle proprie case: la bacchetta magica non ce l’ho, però devo dare quello che è possibile per far sì che il vuoto e la desolazione non siano prive di uno sguardo delle istituzioni”.

– Foto Italpress –

(ITALPRESS).

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Focus Banca del Fucino: Cina, sul commercio impatto assimetrico per l’Europa

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ROMA (ITALPRESS) – L’andamento dei flussi commerciali tra Europa e Cina sta assumendo i contorni di un nuovo shock, ma i suoi effetti non si distribuiscono in modo uniforme tra i Paesi del continente. E’ quanto mette in luce il nuovo Focus dell’Ufficio Studi di Banca del Fucino, intitolato “Una crisi asimmetrica. Italia e Germania di fronte al China shock 2.0”, che analizza le ragioni per cui la frenata dell’export verso Pechino colpisce l’industria tedesca molto più di quella italiana.
Il quadro di partenza è quello di uno squilibrio in allargamento: tra il picco del marzo 2022 e l’estate del 2026 le vendite dell’Area Euro in Cina sono arretrate del 17,3% – circa 3,3 miliardi di euro mensili di export in meno (considerando le esportazioni annue, sono 34,9 miliardi in meno rispetto al picco). All’opposto, l’import europeo dalla Cina è notevolmente cresciuto, risultando oggi superiore di oltre il 50% rispetto al valore di dicembre 2020; sullo stesso periodo, l’export europeo è diminuito di circa il 3%. Il risultato è un disavanzo commerciale dell’Area Euro verso la Cina che nel 2026 ha toccato nuovi massimi storici in valore nominale, superando il precedente record del 2022. Da qui l’allarme di diversi Paesi – culminato in un documento inviato alla Commissione Europea dai vertici di Francia e Germania – sulla perdita di competitività delle manifatture del Vecchio Continente e sul rischio di un “secondo China shock”, dopo quello dei primi anni Duemila seguito all’ingresso di Pechino nel WTO.
La ricerca invita però a non leggere il fenomeno come un problema indistintamente europeo. Disaggregando il dato ed esaminando le tre principali manifatture del continente – Germania, Italia e Francia – emergono traiettorie profondamente diverse. Per la Germania la flessione è continua e lineare dal 2023, con un export verso la Cina ridottosi di quasi un terzo (-29%, da 104,6 a 81,2 miliardi di euro tra il 2021 e il 2025). Per l’Italia, al contrario, il calo è risultato più circoscritto, concentrato tra la seconda metà del 2023 e la fine del 2025, per poi lasciare spazio a una nuova fase di crescita.
A spiegare la sofferenza tedesca è anzitutto la composizione merceologica del suo export. Il comparto dei mezzi di trasporto, che da solo pesava per circa un terzo delle vendite in Cina, ha subito un crollo del 55% rispetto al picco: a pesare è la transizione verso l’auto elettrica, mercato in cui i grandi marchi tedeschi non dispongono di vantaggi nè di prezzo nè di qualità rispetto ai produttori locali. Arretramenti significativi hanno interessato anche gli altri settori di punta dell’export della Germania – macchinari (-25%), apparecchi elettrici (-15%) e computer, prodotti di elettronica e di ottica (-11%) – tutti comparti capital-intensive nei quali la Cina, grazie all’avanzamento tecnologico accelerato dal programma Made in China 2025, ha progressivamente ridotto il fabbisogno di importazioni.
Il caso italiano si presenta in termini differenti. A fronte di un export complessivo in Cina passato da 15,6 a 14,3 miliardi di euro (-9%) tra 2021 e 2025, il profilo delle esportazioni del Paese appare oggi più adatto a intercettare la domanda cinese. Accanto ai comparti in difficoltà – macchinari e mezzi di trasporto, anche per l’Italia in calo – pesano infatti in misura crescente i beni di consumo del Made in Italy e il chimico-farmaceutico. La quota della moda sul nostro export in Cina è salita dal 20% al 24% tra il 2021 e il 2025, quella dei prodotti farmaceutici dal 6,4% al 9,4%, trainata da una crescita dell’export di settore di circa il 170% rispetto a fine 2020 (a fronte di un peso della farmaceutica tedesca fermo a poco più del 4% sul totale nazionale). A partire dagli ultimi mesi del 2025, inoltre, anche settori come chimica, moda e apparecchi elettrici sono tornati a crescere, a differenza di quanto osservato per la manifattura tedesca. La conferma più recente arriva dai dati doganali cinesi di settembre 2026: +22,9% l’export italiano verso la Cina su base annua, contro il sostanziale ristagno di quello tedesco (+0,14%).
Alla base di questa divergenza c’è l’evoluzione della domanda cinese. Esaurita la prima fase di sviluppo, fondata su manodopera a basso costo e su una forte importazione di tecnologia e macchinari occidentali, la Cina ha spostato l’enfasi verso uno sviluppo “di qualità”, conquistando l’autonomia in settori ad alta o medio-alta intensità tecnologica – molto spesso proprio quelli nei quali la Germania era fornitrice privilegiata. Parallelamente, il progressivo ribilanciamento verso i consumi interni e l’espansione di una classe media che, secondo i piani del governo, dovrebbe raddoppiare nell’arco di un decennio (arrivando a 800 milioni di persone entro il 2035) fanno del mercato cinese, per un Paese dal profilo di export diversificato come l’Italia, un’occasione più che una minaccia.
E’ su queste basi che lo studio esprime una valutazione sulle ipotesi protezionistiche ventilate da Francia e Germania. Alzare barriere commerciali verso Pechino sarebbe per l’Europa un errore strategico, per due principali ragioni: il rischio di ritorsioni (come dimostrato dalla guerra commerciale tra Cina e USA, Pechino dispone di leve importanti, dall’imposizione di contro-dazi all’interruzione della fornitura di input produttivi critici quali le terre rare), e la scarsa efficacia di simili misure sul resto del mercato mondiale: l’innalzamento di barriere porrebbe un freno all’export cinese verso l’Unione Europea, ma lascerebbe inalterata la posizione della Cina sul resto dei mercati mondiali, senza perciò rafforzare la competitività internazionale dell’industria comunitaria.
A queste ragioni di validità generale se ne aggiunge una che riguarda in modo particolare l’Italia: il peso dei beni intermedi, che rappresentano circa il 60% dell’import italiano dalla Cina e alimentano la competitività stessa delle produzioni italiane. Non va dimenticato che il deficit verso la Cina è ampiamente compensato dal solido surplus che l’Italia registra con le altre aree del mondo, un surplus al quale lo stesso approvvigionamento di beni intermedi cinesi contribuisce.
La vera risposta al “China shock 2.0”, conclude la ricerca, “non passa dalla chiusura del mercato europeo, ma dalla soluzione del nodo dei costi energetici e dall’implementazione di politiche industriali di ampio respiro. Sul piano dei rapporti con Pechino, più promettente dei dazi appare la strada di favorire investimenti diretti esteri cinesi in Europa, ponendo come condizione il trasferimento tecnologico, e, soprattutto, di richiedere una maggiore apertura del mercato interno cinese ai prodotti europei. L’obiettivo da perseguire, in altre parole, dovrebbe essere l’ampliamento del mercato cinese, non la chiusura di quello europeo”.

– Foto Banca del Fucino –

(ITALPRESS).

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Cronaca

Al via Vinitaly.Usa a New York, 300 imprese e 2500 etichette

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NEW YORK (ITALPRESS) – Con 300 imprese del vino e 2.500 etichette tricolori, è stata inaugurata oggi a New York la 3^ edizione di Vinitaly.USA, la rassegna organizzata da Veronafiere in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency, in programma fino a domani al Pier 36. Una compagine, quella italiana di Vinitaly al suo esordio nella Grande Mela, determinata a sviluppare in maniera ancora più capillare il mercato americano.
«Gli Stati Uniti sono il principale mercato obiettivo per Veronafiere e per il vino italiano ed esprimono ancora un potenziale di altissimo livello che richiede investimenti e continuità d’azione – ha dichiarato il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, nel corso della cerimonia di apertura -. In questa fase complessa, in cui non mancano segnali incoraggianti, la collaborazione tra imprese e istituzioni è determinante per sostenere la competitività delle nostre cantine e accompagnarle verso nuovi consumatori e aree da esplorare».
Un impegno condiviso dal presidente di ITA – Italian Trade Agency, Matteo Zoppas che nel suo intervento ha sottolineato che: «Mai come oggi è fondamentale fare sistema per sostenere il settore vitivinicolo italiano, in linea con l’attenzione che il Governo sta dedicando alla filiera, dal tavolo avviato a Palazzo Chigi dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’impegno del Ministero dell’Agricoltura e della diplomazia della crescita della Farnesina. New York è una porta d’accesso strategica all’intero mercato americano e Vinitaly USA si conferma uno strumento concreto di sviluppo commerciale».
Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, sono 35 milioni i consumatori di vino italiano oltreoceano, un primato tra i Paesi d’importazione che evidenzia ancora ampi spazi per crescere: su quasi 90 milioni di user abituali di vino negli States, oltre 50 milioni rappresentano un bacino di consumatori potenzialmente interessati ai prodotti made in Italy. E’ quindi su questo divario che si misura la sfida del vino italiano chiamato a consolidare le posizioni raggiunte e ampliare il mercato, intercettando nuovi pubblici, nuove generazioni e nuove occasioni di consumo.
La “fase 2” di presidio del principale mercato al mondo (4,4 miliardi di euro l’import di vino solo dall’Ue nel 2025) parte dalla consapevolezza di dover segmentare sempre più i target per fasce di età, etnia e geografia della domanda.
Un vantaggio competitivo per i vini italiani è legato, secondo lo studio realizzato per Vinitaly.USA, alla maggior penetrazione tra le fasce giovani rispetto ai produttori locali: mentre i vini californiani mostrano una forte concentrazione nelle fasce di età più mature, con oltre il 70% dei volumi venduti riconducibile ai consumatori over 55, i vini italiani presentano una distribuzione più equilibrata tra le diverse generazioni, con una maggiore capacità di penetrazione anche tra i consumatori più giovani.
Un altro elemento sfidante – evidenzia l’Osservatorio Uiv-Vinitaly – lo indica la recente indagine del Wine Market Council sull’approccio al consumo dei nuovi user americani: in un periodo mai così fluido rispetto ai cambiamenti, non mutano solo le occasioni ma si reinterpretano anche le modalità stesse con cui si consuma il vino.
Se oggi la modalità prevalente è come bevanda da sola (67%) o come accompagnamento al pasto (63%), emergono – specie tra i più giovani – nuovi mood, a partire dal vino mixato in un cocktail (34%), servito freddo col ghiaccio (30%), miscelato con altra bevanda analcolica. In generale, il 75% dei consumatori abituali beve il vino anche in modalità diversa da quella tradizionale, scelta che arriva da “contaminazioni” familiari (60%) ma anche emulando quanto visto in un bar o al ristorante (50%) o sui social media (30%).
Per il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Sacripante: «Il vino italiano ha nella qualità, nella varietà e nella tradizione dei suoi territori le risorse per conquistare nuovi consumatori negli Stati Uniti. La sfida è comprendere l’evoluzione della domanda e orientare le scelte commerciali per avvicinare pubblici diversi, dall’alta ristorazione alle occasioni di consumo emergenti, mantenendo salda la nostra identità».
Le 300 aziende del vino italiano presenti a Vinitaly.USA sono pronte a imboccare la strada biunivoca indicata dalla domanda a stelle e strisce: da una parte i grandi vini, il matching con l’alta ristorazione e l’Italian style; dall’altra l’approccio multitasking a un prodotto che può dimostrare tutta la sua fungibilità in modalità di somministrazione e contesti inediti per la storica bevanda.
In contemporanea si è aperta la 13^ edizione di wine2wine Vinitaly Business Forum, che affianca agli appuntamenti business oltre 20 sessioni di approfondimenti tra mercato, enoturismo, formazione e masterclass.
All’inaugurazione di Vinitaly.USA ha portato il proprio saluto con un videomessaggio il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida. Sono intervenuti in presenza Riccardo Guariglia, segretario generale del ministero degli Affari esteri; Marco Peronaci, Ambasciatore d’Italia negli USA; Gianluca Caramanna, consigliere del ministro del Turismo Gianmarco Mazzi per i rapporti istituzionali; Marco Rago, consigliere giuridico del ministro degli Affari esteri per la diplomazia economica e dello sviluppo e Nicola Caputo, consigliere del ministro degli Affari esteri con delega all’export e all’internazionalizzazione della filiera agroalimentare (dichiarazioni di seguito).
Presenti, tra le istituzioni, il Console generale d’Italia a New York, Giuseppe Pastorelli e gli assessori all’Agricoltura della Regione Emilia-Romagna, Alessio Mammi, della Regione Lazio, Giancarlo Righini, della Regione autonoma del Friuli Venezia Giulia, Stefano Zannier e della Regione Basilicata, Carmine Cicala.
Per la filiera, hanno preso la parola anche: Giovanni Bernardini, vicepresidente Copagri; Sandro Gambuzza, vicepresidente Confagricoltura; Luigi Pio Scordamaglia, Ad Filiera Italia; Filippo Polegato, vicepresidente Unione italiana Vini e Luca Rigotti, presidente Gruppo Vino Copa-Cogeca.
Inoltre, per Veronafiere, hanno partecipato ai lavori Barbara Ferro, amministratrice delegata, la vicepresidente Marina Montedoro e la consigliera di amministrazione, Dèsirèe Zucchi.
All’opening anche Alessandro Del Piero Serie A Ambassador, ospite di ITA – Italian Trade Agency per il progetto Serie A – Made in Italy di ITA con Lega Calcio Serie A.
Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, sottolinea: «Vinitaly USA offre alle nostre cantine un’occasione concreta per consolidare la presenza italiana negli Stati Uniti, che si confermano il primo mercato extra-UE per il nostro vino. Nel 2025 il settore vitivinicolo ha dato un contributo straordinario alla crescita del nostro agroalimentare, raggiungendo la quota record di 7,8 miliardi di euro di export. Il vino è un ambasciatore indiscusso dell’eccellenza italiana nel mondo e un pilastro identitario del Made in Italy, rafforzato anche dal riconoscimento della Cucina Italiana come Patrimonio UNESCO e dal legame sempre più stretto con il turismo enologico. Come Governo continuiamo a sostenere con determinazione la promozione internazionale del comparto per accrescere la reputazione dei nostri vigneti e la competitività dei nostri territori a livello globale».
Riccardo Guariglia, segretario generale ministero degli Affari esteri, afferma: «Il vino è simbolo dell’identità italiana, dei nostri territori e della nostra cucina, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità. E’ anche un importante motore di crescita: l’export italiano di vino vale quasi 8 miliardi di euro l’anno. L’Italia è il primo esportatore mondiale per volumi e il secondo per valore, con gli Stati Uniti che restano il nostro principale mercato di destinazione, nonostante le difficoltà del momento. Per consolidare questo primato, è fondamentale promuovere sempre meglio la qualità delle nostre produzioni. In questo, fiere come Vinitaly svolgono un ruolo essenziale. E la Farnesina, attraverso la propria rete diplomatico-consolare e degli Istituti Italiani di Cultura, in collaborazione con ITA – Italian Trade Agency e le Camere di Commercio, è al fianco delle imprese per sostenere la loro proiezione internazionale. E’ il cuore della nostra diplomazia della crescita, al centro dell’impegno quotidiano del ministero e della strategia per l’export promossa dal vicepresidente del Consiglio e ministro Antonio Tajani. Quando il Sistema Italia lavora insieme per promuovere le proprie eccellenze, i risultati arrivano».
Per Marco Peronaci, Ambasciatore d’Italia negli USA, ‘il vino italiano è una delle espressioni più riconoscibili dell’identità del nostro Paese. Riflette la diversità dei nostri territori, le tradizioni di generazioni di produttori. E’ anche un settore che ha dimostrato una straordinaria capacità di innovare e di adattarsi ai mercati in continua evoluzione. Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante in questo successo all’estero, diventando uno dei mercati più significativi per il vino italiano e un partner chiave per i nostri produttori. Le esportazioni di vino italiano negli Stati Uniti hanno superato il miliardo di dollari e l’Italia rimane il principale fornitore straniero del mercato statunitense per volume e il secondo per valore. Stiamo lavorando per rafforzare ulteriormente questi dati, insieme a tutti gli attori del Sistema Italia. Vinitaly è certamente una vetrina importante».
Gianluca Caramanna, consigliere del ministero del Turismo per i rapporti istituzionali, sottolinea: «L’Italia si racconta anche attraverso un calice: nei suoi vini vivono la storia dei territori, la sapienza dei produttori e le tradizioni delle comunità. Vinitaly USA rappresenta un’occasione strategica per rafforzare la presenza delle nostre eccellenze sul mercato americano, fondamentale per il Made in Italy, e consolidare le relazioni con gli operatori internazionali. Il vino è anche un motore di sviluppo turistico: valorizza borghi, aree rurali e produzioni locali, creando nuove opportunità economiche e occupazionali. Promuovere l’enoturismo significa rafforzare l’attrattività dell’Italia e portare nel mondo l’identità e la ricchezza dei nostri territori».
Marco Rago, consigliere giuridico ministro degli Affari esteri per la diplomazia economica e dello sviluppo, afferma: «Dopo le due prime edizioni cui ho presenziato per conto del ministro Tajani, sono qui ancora una volta a testimoniare l’approdo della più importante manifestazione internazionale del vino, “Vinitaly’, nel cuore finanziario e commerciale degli Stati Uniti. Un momento che, nella sua bellezza, conferma l’indissolubile legame culturale, oltre che politico ed economico, tra Italia e USA: una partnership che rappresenta anche uno dei valori-pilastro della nostra politica estera e, in fondo, del nostro vivere quotidiano. Come recentemente sottolineato dal ministro Tajani, esiste un rapporto profondo tra le nostre società, che passa anche attraverso la cucina italiana, patrimonio mondiale UNESCO, lo stare a tavola e il vino, espressione dei nostri territori, della filiera produttiva che evidenzia passione, esperienza, tradizione, resilienza e maestria».
Nicola Caputo, consigliere del ministro degli Affari esteri con delega all’export e all’internazionalizzazione della filiera agroalimentare, evidenzia che ‘il vino italiano ha nella ricchezza dei vitigni autoctoni e nell’identità dei territori il suo punto di forza per crescere negli Stati Uniti. Dobbiamo valorizzare l’interesse per la cucina italiana e il fascino turistico del nostro Paese, rafforzando il legame tra vino, gastronomia e scoperta dei luoghi di produzione. In questo percorso conta la forza della nostra cultura, custodita ogni giorno dai tanti connazionali e dagli americani di origine italiana. La diplomazia della crescita promossa dal ministro Antonio Tajani sostiene le imprese in questa sfida. Vinitaly.USA ha il compito di trasformare queste opportunità in relazioni commerciali durature e in reddito per i produttori, coinvolgendo anche le cantine più piccole».
-foto ufficio stampa Veronafiere –
(ITALPRESS).

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Cronaca

Cina, riapre a Pechino il Museo della Grande Muraglia

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PECHINO (CINA) (XINHUA/ITALPRESS) – Il Museo cinese della Grande Muraglia, ai piedi della celebre sezione di Badaling della Grande Muraglia a Pechino, ha riaperto al pubblico sabato dopo un’ampia ristrutturazione e un intervento di ammodernamento.

Situato nel distretto di Yanqing, alla periferia della capitale cinese, il museo è stato inaugurato nel 1994 e ha chiuso nell’aprile 2022 per la riqualificazione.

I lavori sono iniziati nel dicembre 2023, con la realizzazione di un edificio progettato per integrare meglio il museo nelle montagne e nella vegetazione circostanti.

Il museo, con una superficie di 16.000 metri quadrati, comprende aree espositive, spazi educativi e di servizio al pubblico, depositi per le collezioni e spazi di ricerca.

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La mostra permanente e le esposizioni tematiche speciali esplorano la storia e la cultura della Grande Muraglia. La mostra permanente presenta oltre 700 reperti culturali, molti dei quali in prestito da musei di tutta la Cina.

Le esposizioni ripercorrono oltre 2.000 anni di lavori di costruzione della Grande Muraglia e illustrano l’evoluzione dei metodi di tutela, dalla protezione d’emergenza alla conservazione sistematica.

I visitatori possono inoltre comprendere meglio i ruoli storici della Grande Muraglia. Oltre alla sua funzione di struttura di difesa militare, è diventata gradualmente anche un luogo di scambio e integrazione tra i gruppi etnici della Cina.

Al secondo piano del museo, i visitatori possono ammirare ampie vedute dell’imponente sezione di Badaling all’esterno della struttura attraverso vetrate continue.

La Grande Muraglia, patrimonio mondiale dell’UNESCO, si estende per oltre 20.000 chilometri attraverso 15 province, municipalità e regioni autonome. Pechino conta complessivamente circa 520 chilometri di sezioni della Grande Muraglia e quella di Badaling è la più visitata.
(ITALPRESS).
-Foto Xinhua-

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