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Mattarella “Il cinema ha rafforzato le basi della nostra democrazia”

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ROMA (ITALPRESS) – “Il cinema è organo vitale delle nostre comunità. Nei suoi molteplici generi, ha contribuito a raccontare la nostra storia, a scriverla, a interpretarla. Con emozioni e immagini, con verità e fantasia, con i volti che sono impressi nella nostra memoria. Il cinema ha contribuito a formare l’identità degli italiani; ha aiutato a sviluppare una lingua comune, a far maturare una coscienza civica, e dunque a rafforzare le basi della nostra libertà e della nostra democrazia”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della cerimonia di presentazione dei candidati ai premi David di Donatello.

“A pochi giorni dall’ottantesimo della Liberazione torna alla mente ‘Roma città apertà, capolavoro di Roberto Rossellini, che aprì la finestra su un’Italia che voleva ripartire. Nel 1945 le risorse erano scarse, il Paese da ricostruire. In quell’anno vennero prodotti soltanto 25 film. Ma il cinema ha subito ripreso a camminare velocemente insieme alla società. A camminare nella libertà. Presentando al mondo l’originalità e la creatività italiana”, ha aggiunto.

“La cultura e, in essa, il cinema è capace di lasciare tracce sotto la superficie. E dunque può essere uno strumento decisivo, un alleato della libertà dei singoli e delle comunità nell’affrontare il cambiamento d’epoca, nel comprenderlo, e dunque viverlo senza subirlo passivamente. La consapevolezza delle proprie radici e, insieme, il desiderio di innovare, di sperimentare il nuovo, sono tratti essenziali del cinema. Questo, credo, sia il senso dei premi alla carriera e dei premi speciali, che il David tradizionalmente assegna”, ha concluso il capo dello Stato.

-Foto: Quirinale-

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La Consulta accoglie il ricorso delle difese, il processo sul caso Regeni riprenderà

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ROMA (ITALPRESS) – La Corte costituzionale ha accolto il ricorso sulla questione, sollevata dalla Corte d’assise di Roma nell’ambito del processo sull’omicidio di Giulio Regeni, riguardante il tema del diritto di difesa legato ai costi delle consulenze tecniche. Il Collegio aveva disposto una perizia avente ad oggetto la traduzione di un documento in lingua araba ritenuto rilevante ai fini del giudizio. I difensori d’ufficio degli imputati avevano chiesto di essere ammessi a nominare un consulente di parte a spese dello Stato, eccependo, nel contempo, l’illegittimità costituzionale della disciplina della consulenza tecnica nella parte in cui, nella speciale ipotesi di processo in assenza di cui si tratta, non prevede che le relative spese siano anticipate dallo Stato. Il processo, che era stato sospeso in attesa della decisione della Consulta, potrà ora riprendere. In particolare, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’articolo 24 della Costituzione, dell’articolo 225, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui – per la eccezionale ipotesi introdotta dalla sentenza della stessa Corte numero 192 del 2023 – non prevede che l’onorario e le spese spettanti al consulente di parte nominato dal difensore d’ufficio sono anticipati dallo Stato.

Salvo il diritto di ripeterne gli importi nei confronti dell’imputato che si renda successivamente reperibile, e liquidati dal magistrato nella misura e con le modalità previste dall’articolo 83 del testo unico delle spese di giustizia per l’ipotesi di ammissione al gratuito patrocinio. Tale eccezionale ipotesi è quella in cui si proceda in assenza per uno dei delitti previsti dall’articolo 1 della Convenzione di New York contro la tortura quando, a causa della mancata assistenza dello Stato di appartenenza dell’imputato, sia impossibile avere la prova che questi, pur consapevole della pendenza del procedimento, sia stato messo a conoscenza della pendenza del processo. La Consulta ha, anzitutto, ribadito la rilevanza costituzionale dell’ausilio delle conoscenze tecnico-scientifiche nel processo penale. Quando l’accertamento della responsabilità richieda specifiche competenze il consulente tecnico è “parte integrante dell’ufficio di difesa”, sicché ogni limitazione imposta alla possibilità, per lo stesso imputato, di valersi del suo contributo si risolve in una menomazione del diritto di difesa garantito dall’articolo 24 della Costituzione. Nella sentenza si sottolinea che tale esigenza di tutela non è ravvisabile nel processo in assenza, nel quale la rinuncia dell’imputato a presenziare al giudizio coinvolge tutti i suoi diritti partecipativi, ivi compreso quello di farsi assistere da un esperto.

Diverso, però, è il caso, sopra descritto, esaminato dalla Corte, in cui si procede in assenza in quanto la chiamata in giudizio è stata resa impossibile dalla mancata cooperazione dello Stato di appartenenza dell’imputato. In tale eccezionale ipotesi, mancando una rinuncia dell’accusato a esercitare i diritti partecipativi nel processo a suo carico, il principio di effettività della difesa rende necessario compensare la restrizione di tutela che inevitabilmente si correla alla sua assenza, sollevando il difensore d’ufficio che necessiti di un ausilio tecnico dall’onere economico derivante dalla nomina di un consulente. Il rilevato vulnus costituzionale, osserva la sentenza, deve essere sanato con la introduzione di una ipotesi eccezionale di anticipazione erariale degli onorari e delle spese del consulente tecnico, salva la possibilità per lo stato di recuperare i relativi importi nei confronti degli imputati nel caso in cui divengano reperibili. Il dato normativo idoneo a colmare la rilevata lacuna è stato individuato nell’anticipazione erariale, salvo recupero, prevista in favore del difensore d’ufficio dell’imputato irreperibile dall’articolo 117, del testo unico spese di giustizia.

– foto IPA Agency –

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Inaugurazione dell’anno giudiziario della Cassazione, Nordio “Blasfemo sostenere che la riforma mini l’indipendenza delle toghe”

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ROMA (ITALPRESS) – “La preoccupazione della magistratura è volta a garantire che resti effettiva l’indipendenza e l’autonomia della giurisdizione come caposaldo del sistema costituzionale”. Così il primo presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola, illustrando la Relazione sull’Amministrazione della Giustizia e per l‘inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte di cassazione. “In una Costituzione che ha il suo perno essenziale nel principio di uguaglianza sostanziale, la magistratura, che esercita la funzione giurisdizionale affinché la legge sia uguale per tutti, sente di aver adempiuto il proprio dovere se il diritto, ogni diritto, ha effettiva tutela e non se è soltanto declamato. La sua autonomia e la sua indipendenza non sono un privilegio, ma sono presupposti perché il giudice sia sempre imparziale”, ha aggiunto.

“L’assemblea si è rivolta al Parlamento e al Governo per prospettare l’esigenza di – leggo testualmente – ‘riservare la massima attenzione alla concreta e futura attuazione delle riforme costituzionali in corso di approvazione aventi a oggetto la funzione giurisdizionale, con il preoccupato auspicio (pur nell’assoluto rispetto delle prerogative proprie e intangibili del decisore politico) che venga escluso ogni possibile rischio di indebolimento o solo anche di appannamento dei principi costituzionali fondanti della giurisdizione, primo tra tutti quello della sua indipendenza e in ogni articolazione o componente, e che il dibattito in corso e futuro su dette riforme abbia nella serenità e nello spirito istituzionale costruttivo le proprie essenziali connotazioni di metodo”, ha aggiunto.

“Va pertanto coltivato con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della giustizia. È da evitare che si diffonda nella società la falsa convinzione che il magistrato sia incerto e titubante circa la tutela complessiva della funzione giurisdizionale e che quindi sorga la tentazione di influire sul magistrato stesso, immaginandolo avvicinabile, pavido, condizionabile”, ha sottolineato.

“Occorre offrire ai cittadini e alle istituzioni ogni utile strumento di analisi a far vedere come la Corte, attraverso le proprie denunce, dimostri la capacità di garantire la tenuta e l’evoluzione dei diritti fondamentali, di recepire prontamente le trasformazioni della società, i mutamenti del quadro normativo di riferimento. Ciò in quanto la legittimità del sistema giudiziario si fonda sulla soddisfazione coerente dell’interesse alla certezza del diritto e di quello alla giustizia del caso concreto, raggiungibile solo alla luce del contraddittorio che esalta la funzione indefettibile dell’avvocato”, è un altro passaggio.

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PINELLI “DELEGITTIMARE TOGHE INDEBOLISCE MAGISTRATURA”

“In una moderna liberale democrazia, le visioni sul modello più efficace per il disciplinare la giustizia possono prevedere anche radicali divergenze, ma sul presupposto che gli attori istituzionali si riconoscano come parte di un comune orizzonte, condividendo i principi fondamentali che sono alla base della convivenza civile e che permeano l’istituzione democratica. La delegittimazione reciproca viceversa indebolisce le istituzioni, erompe il patto di fiducia tra esse e i cittadini, che disorientati possono chiedersi se debbano o possano ancora fidarsi di chi decide a vario titolo le loro sorti, sia con l’introduzione di nuove norme anche di rango costituzionale, sia con l’applicazione e l’interpretazione del diritto nell’esercizio della giurisdizione. È un rischio che va responsabilmente e col contributo di ciascuno decisamente scongiurato”. Così il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Fabio Pinelli.

“In una democrazia liberale spetta alla politica il compito di dettare le regole perché espressione del potere di rappresentanza fondato su libere elezioni ma è altrettanto necessario evitare posizioni che possano svilire il nevralgico e insostituibile ruolo che la Costituzione assegna alla magistratura, dimenticando che il potere giudiziario è uno dei pilastri sui quali poggia la democrazia, e che ogni giudice altro non è se non lo Stato stesso in una delle sue manifestazioni di sovranità”, ha aggiunto.

NORDIO “BLASFEMO DIRE CHE RIFORMA MINI INDIPENDENZA TOGHE”

“Sul versante delle riforme la pagina più significativa è certamente rappresentata dalla riforma costituzionale prossima al vaglio del popolo italiano. Sento il dovere istituzionale di ribadire con chiarezza e fermezza che ritengo blasfemo sostenere che questa riforma tenda a miniare l’indipendenza della magistratura un principio non negoziabile che, oltre mezzo secolo fa, in un momento peraltro molto doloroso della Repubblica, mi indusse a far parte di quel nobile ordine al quale mi sento ancora di appartenere”. Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nel corso del suo intervento. “Vorrei ricordare le istituzioni solenne della nuova formulazione dell’articolo 104 della Costituzione. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, ed è composta da magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”, ha aggiunto.

“Troverei persino irriguardoso soffermarmi a smentire alcune ripugnanti insinuazioni che in questi giorni sono state diffuse sull’ipotesi di interferenze illecite da parte nostra nell’attività esclusiva e sovrana della magistratura”, ha rivendicato.

“Auspico che il dibattito sulla riforma” della giustizia “si mantenga nei limiti della razionalità, della pacatezza e della continenza. Abbiamo già detto che vi sono buone ragioni per criticarla, e abbiamo anche aggiunto – citando il poeta – che le buone ragioni cedono alle ragioni migliori, o almeno a quelle che noi riteniamo essere le migliori. Entrambe possono comunque senza rancori e soprattutto senza retropensieri elettorali. Se il popolo la rifiuterà, resteremo fermi al nostro posto rispettandone la decisione. Se al contrario le confermerà, inizieremo il corso successivo: un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura, per elaborare le necessarie norme attuative”, ha infine auspicato.

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– foto screenshot da sito Cassazione –

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Niscemi, Musumeci “Stop al pagamento delle rate dei mutui e sto pensando di avviare un’indagine amministrativa”

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ROMA (ITALPRESS) – “Avviare un’indagine amministrativa sulla frana di Niscemi? “Ci sto pensando, oggi ne parlerò in Consiglio dei ministri, credo che sia importante fare la cronistoria di quello che è accaduto negli ultimi 30 anni a Niscemi. Non si è intervenuti e vorrei capire se c’è stata una sottovalutazione della situazione. Escludo il dolo, però una ragione ci deve pur essere”. Così il ministro della Protezione civile Nello Musumeci, ospite a Rainews24.

Come per tutte le calamità naturalmente c’è una sospensione, non un esonero, una sospensione del pagamento delle rate di mutuo, di ogni altra obbligazioneha aggiunto il ministro – e poi stiamo lavorando con la collega Calderone anche per individuare quali e quanti ammortizzatori servono per quelle aziende, per sollevare quelle aziende che dovrebbero pagare i contributi per i dipendenti e che in questo contesto non potrebbero farlo perché inattive e non operative. Alcune misure credo che siano già alla firma del Dipartimento di Protezione Civile, quindi parliamo di ore, altre hanno bisogno di un provvedimento di legge ed è uno dei temi che affronteremo oggi pomeriggio al Consiglio dei ministri”.

“E’ un aggiornamento in costante evoluzione, fino a quando non si ferma la frana la linea del fronte continua ad arretrare verso il centro abitato e quindi l’area rossa è destinata ad allargarsi se il fenomeno non dovesse arrestarsi. Ora pensiamo già al dopo perché l’irreparabile è già già avvenuto. Per il governo nazionale, per la Protezione civile, è importante intanto consentire alle famiglie che sono state costrette ad allontanarsi, molte delle quali non potranno più tornare nelle loro case, offrire loro la possibilità di avere presto un tetto dignitoso, un appartamento”, ha concluso Musumeci.

-Foto IPA Agency-
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