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Cronaca

Longevità leva sviluppo, a Scilla convegno di Fondazione Magna Grecia

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SCILLA (ITALPRESS) – L’Italia è un laboratorio globale per l’invecchiamento, con sfide uniche legate allo spopolamento dei territori e alla necessità di ripensare il welfare. Nel nostro Paese si fanno sempre meno figli, per una serie di fattori interconnessi tra loro; e il Mezzogiorno, da questo punto di vista, vive la più grande fragilità. E’ fondamentale quindi capire come gestire un fenomeno ormai in divenire e cambiare la narrativa ponendosi domande diverse. O, meglio, integrando al quesito del “come aiutiamo i giovani a fare famiglia”, quello di “come trasformare l’invecchiamento della popolazione da un onere percepito a una leva positiva per il Paese, stimolando la ‘silver economy’ e creando nuove opportunità economiche e sociali a beneficio di tutte le generazioni”. E’ con questo interrogativo che si sono chiusi i lavori della prima giornata di dibattito “Generazioni in mutamento – 2° Focus Sud e futuri” organizzato da Fondazione Magna Grecia a Scilla (RC). E da cui oggi, 25 luglio, si è riaperta la discussione tra esperti, economisti, specialisti del terzo settore, mondo sanitario, ma anche esponenti del mondo culturale e digitale, per capire come l’innovazione, in particolare la salute digitale e l’intelligenza artificiale, possano garantire una “longevità in salute”.
“La sfida della denatalità e quindi le politiche per la longevità chiedono grande innovazione e creatività, ma si fondano anche sul rinnovamento di un patto di solidarietà intergenerazionale. In questo, i territori sono ovviamente al centro, e quelli del nostro Mezzogiorno, che si contraddistinguono per una particolare forza e solidità delle reti informali, lo sono ancora di più”, ha commentato, aprendo i lavori, Fiammetta Pilozzi, responsabile del Centro di Ricerca di Fondazione Magna Grecia. Come “sfruttare questa positività?” Lo spunto viene da Fabio Miraglia, imprenditore e presidente GIOMI RSA: “possiamo usare un milione di metri quadri di borghi che le persone stanno abbandonando per creare veri e propri villaggi, sul modello anglosassone”. Luoghi che possono essere incubatori di modelli di silver economy unici in grado di attrarre anziani di tutto il Paese. “Un sistema – ha aggiunto – che non sia basato solo sul volontariato e che sia in grado di creare anche occupazione, grazie anche alla rivoluzione del digitale”. Il risultato sarebbe ‘esplosivò con conseguenze a cascata: porterebbe una riqualificazione dei territori e soprattutto il consolidarsi della domiciliazione dei servizi, in spazi abitativi personalizzati, monitorati dal digitale e sostenibili economicamente. L’idea è configurare nuovi modelli dell’abitare in cui unire le dimensioni della condivisione a quello della preservazione della privacy e della personalizzazione degli spazi, il tutto in luoghi densi di storia e di bellezza. Guardando così ai bisogni della persona che, spesso, nelle strutture RSA si perde. “La tecnologia inoltre aiuterebbe ad avvicinare figli e nipoti: nuovi care giver nati con la tecnologia, e in grado di assumere il ruolo di veri e propri alfabetizzatori”, ha concluso Miraglia.
Un approccio condiviso da Rocco Mammoliti, responsabile Sicurezza informatica di Poste italiane che ha raccontato come le Poste non abbiano abbandonato nessun borgo “perchè crediamo sia nel mondo fisico che nel mondo digitale, che però vanno connessi”. Tanto che Poste italiane ha avviato un progetto – Polis – che porta dentro l’ufficio postale la garanzia di avere, oltre a quelli già inclusi, l’erogazione di tutti i servizi della Pubblica amministrazione compresi quelli legati al sistema sanitario, “Creando così un unico punto di accentramento di prenotazione e consegna dei referti, per esempio. L’ufficio postale resta quindi vivo e integrato, sede di una rete di relazioni di cui gli anziani hanno bisogno”.
In Italia, 14 milioni di persone oggi sono over 65, il 24% della popolazione totale. E il trend è in crescita. Con esso aumenteranno anche i problemi di salute correlati all’invecchiamento. Non solo, dobbiamo considerare che oggi di questi over 65, il 42% vive in coppia senza figli, il 31% è solo e un esiguo 13% vive con i figli. Più del 70% del totale quindi è rappresentato da anziani soli. Come aiutarli allora nella loro reale esigenze di salute? Una delle soluzioni viene proposta da Pietro Rossi, cardiologo, co-founder di Policardio una startup che produce il primo device patch in grado di fare ECG e holter a casa con la qualità ospedaliera: “abbiamo pensato ad una piattaforma che monitora, analizza dati e mette in comunicazione in modo automatico l’anziano e il medico. E, nel caso di necessità, contatti il figlio o chi per lui”. Un sistema totalmente automatizzato, interconnesso e attento alla parte sanitaria ma anche a quella psicologica. “Abbiamo previsto infatti la possibilità di avere consulti veloci e sempre disponibili, superando il problema che il medico non risponda al telefono con il conseguente senso di abbandono nell’anziano”.
Ma la digitalizzazione può cambiare l’assistenza sanitaria e andare verso la silver economy anche nel sistema assicurativo e finanziario, “che sta ripensando prodotti e servizi centrati sempre più sulla prevenzione, con app per i vari monitoraggi, e incentivi economici per chi aderisce a stili di vita sani. Va promossa una trasformazione assicurativa che finanzi, per esempio, l’assistenza domiciliare continuativa e la gestione dei farmaci. Insieme ad una educazione finanziaria per una longevità consapevole tramite l’erogazione di corsi per over 60 su come gestire patrimoni, pensioni e tecnologie per una connessione diretta con i servizi sociali”, ha detto Alberto Polverino, Direttivo cluster C.H.I.C.O.
“Non va dimenticato che qualsiasi processo di sviluppo sostenibile deve essere equo, in particolare in un’ottica di genere, e ancor di più se si parla di silver economy”. Le donne sono più longeve degli uomini, ma sono anche quelle che soffrono maggiormente il rischio di trovarsi in condizione di fragilità, soprattutto sotto il profilo economico. Il monito, che arriva dalla voce autorevole e appassionata di Rossana Oliva De Conciliis, Presidente onoraria della Rete per la Parità, ha l’obiettivo di sensibilizzare politica, mondo economico e società a puntare su misure che pongano al centro il principio di garantire parità di diritti e opportunità, anche in età anziana, e anche nei processi di progettazione di politiche di sviluppo di prodotti e servizi che guardino a un pubblico “silver”.
L’intera due giorni ha preso spunto da una ricerca promossa da Fondazione Magna Grecia e curata dai sociologi Emiliana Mangone e Giuseppe Masullo, che ha mostrato come, fra le varie preoccupazioni che “bloccano” i giovani nello sviluppare la propensione alla genitorialità, vi sia il timore “di perdere occasioni, non solo professionali, ma di vita e culturali”. Il patrimonio culturale del resto è uno strumento potentissimo attraverso cui generare identità, ma anche apprendimento, sviluppare categorie di interpretazione della realtà, e quindi imparare anche la cittadinanza. Da qui la necessità che il nostro patrimonio culturale sia “family friendly”, fruibile da genitori e figli. “Pensiamo ai bambini – ha detto Francesco Pisani, professore di Neuropsichiatria infantile, Dipartimento di Neuroscienze umane della Sapienza di Roma – a quanto in loro la cultura, come la visita in un museo o di un sito archeologico, stimoli la meraviglia che a sua volta spinge alla voglia di conoscere. Le neuroscienze ci dicono che in un museo il bimbo impara a guardare, a interpretare, anche a stare fermo. E la stessa cosa vale per i genitori. Dobbiamo tenere presente che anche solo una singola esperienza culturale è fondamentale per essere educati al bello”.
Daniele Carnovale è CEO e fondatore di Guides4You, stratup che nasce sul territorio calabrese: un esempio di come i temi dell’accessibilità, del “design for all”, della necessità di rendere i beni del nostro patrimonio “per tutti”, a volte sia una necessità che nasce dal mercato in modo potente. “Avevamo pensato ad un dispositivo che servisse per ‘leggerè le opere e le strutture museali. Spinti dalla richiesta di mercato, ad oggi abbiamo funzioni per non vedenti e ipovedenti, per bambini ancora piccoli”. Non da meno l’esperienza della “Fondazione Medicina a misura di donna” che ha creato forse lo strumento più simbolico che sia stato ideato in Italia per costruire un patto inscindibile fra i nuovi nati, le famiglie, e il patrimonio culturale: un passaporto della cultura. “L’idea ci è venuta partendo dalla consapevolezza che la cultura aiuta a vivere di più e soprattutto meglio, come dimostrano anche numerosi studi”, ha detto Chiara Benedetto, presidentessa della Fondazione. “Il passaporto è stato tradotto in diverse lingue, viene dato alle mamme che hanno appena partorito ed e dedicato al nuovo nato e alle mamme al terzo mese di gravidanza. Offre la possibilità a tutto il nucleo famigliare di vistare gratuitamente i 48 musei della rete piemontese ed è diffuso in tutti i presidi ospedalieri dell’area metropolitana di Torino”. Nel 2024 sono stati scaricati dal sito 15mila passaporti e la best practice oggi è stata adottata anche a Brescia, Pavia e Val Canonica
“Affrontare oggi la denatalità – ha concluso Nino Foti, presidente della Fondazione Magna Grecia – significa ripensare l’intero sistema Paese alla luce dell’invecchiamento, delle nuove insicurezze sociali e del bisogno di dare ai giovani un futuro desiderabile. Con questa iniziativa, pertanto, vogliamo rimettere al centro le persone, i territori e le connessioni tra le generazioni. La genitorialità si sostiene con politiche abilitanti, e il calo demografico si affronta anche guardando al nostro Mezzogiorno come a una piattaforma di sperimentazione per uno sviluppo inclusivo. Parlare di cultura inclusiva, significa anche capire che il nostro patrimonio è il più potente strumento di legame intergenerazionale. Ogni museo o sito storico va reso davvero fruibile per famiglie, anziani e bambini, è così che si diventa realmente attrattivi e si costruiscono fiducia nel futuro e coesione tra generazioni. La Fondazione Magna Grecia lavora perchè Sud e futuro non siano più due parole in contrasto, ma una sola visione condivisa”.
-foto ufficio stampa Fondazione Magna Grecia-
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Centro Antoniano, a Milano quasi un terzo dei lavoratori a rischio povertà

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MILANO (ITALPRESS) – Milano è la città con il reddito medio più alto d’Italia, eppure proprio nel capoluogo lombardo la povertà si fa sentire maggiormente. Canoni di locazione elevati e costo della vita alle stelle rendono difficoltoso arrivare a fine mese per un terzo dei lavoratori. Al Centro Sant’Antonio, in via Quadrio, si è tenuto l’incontro “I tanti volti della povertà: un dialogo sulle nuove fragilità sociali”, con la presenza di alcune realtà francescane della rete di Operazione Pane e la partecipazione di Caritas e Croce Rossa Italiana.

Al centro del confronto, l’aumento del costo della vita e i fattori che incidono sulle nuove forme di vulnerabilità sociale, dai conflitti al cambiamento climatico, che determinano nuovi volti del fenomeno: dai working poor alla cooling poverty. In vista della Giornata Mondiale dei Poveri, di domenica 15 novembre, l’incontro ha raccontato le trasformazioni della povertà e le azioni concrete che possono essere messe in atto dalle realtà del Terzo Settore. L’incontro ha dato voce alle diverse realtà del Terzo settore coinvolte che hanno offerto uno sguardo complementare sulle trasformazioni della povertà, attraverso le esperienze quotidiane maturate sul campo. A portare queste testimonianze sono stati Rocco Pezzullo, coordinatore dell’Unità Comunicazione e Fundraising di Caritas Italiana, fra Giampaolo Cavalli, direttore di Antoniano, Maurizio Bonomi, presidente del Comitato Regionale della Lombardia di Croce Rossa Italiana e fra Luca Volonté, responsabile del Centro Sant’Antonio di Milano.

La povertà non scompare quando diminuisce il numero di persone che chiedono aiuto: cambia aspetto, si intreccia con nuove fragilità, coinvolgendo anche chi ha un’occupazione. È quanto emerge dai dati dell’Osservatorio 2026 di “Operazione Pane”, secondo cui a Milano le persone singole supportate sono 398 (il 7% delle persone supportate dalla rete di Operazione Pane), un terzo in meno rispetto al 2025. A fronte di questa diminuzione, si registra una crescita significativa dei working poor (+65%), che rappresentano il 12% di tutti i lavoratori in difficoltà aiutati dalla rete di Operazione Pane a livello nazionale. A Milano, questa categoria costituisce oggi il 30% delle persone singole supportate, contro il 17% della media nazionale e il 12% dell’anno precedente. In aumento anche le situazioni di grave marginalità tra le persone singole che si rivolgono alla mensa francescana meneghina: il 56% è senza dimora, mentre il 33% ha più di 60 anni. A queste situazioni di difficoltà risponde innanzitutto il sostegno alimentare offerto dalla mensa francescana: nei primi otto mesi del 2026, la mensa di Milano ha garantito in media 82 pasti al giorno, per un totale di 2.132 al mese (+2,5% rispetto al 2025), con un valore donato pari a 8.528 euro al mese. L’impegno di Operazione Pane non si esaurisce però nella distribuzione dei pasti e si estende ad altri servizi di accoglienza e sostegno, per rispondere alle diverse difficoltà delle persone aiutate.

A Milano, tutti i singoli supportati hanno usufruito dello sportello di ascolto, rappresentando il 18% degli utenti di questo servizio a livello nazionale. Un’attività particolarmente importante di fronte a fragilità che non sono soltanto economiche e alimentari, ma che riguardano anche il benessere delle persone: il 6% dei singoli assistiti presenta infatti problematiche legate alla salute mentale. A queste si aggiungono le necessità legate alla cura e all’igiene personale, a cui risponde il servizio docce, utilizzato dal 31% delle persone assistite e fondamentale per garantire dignità anche nei periodi segnati da temperature elevate, come quelli che hanno caratterizzato l’estate 2026 o inverni particolarmente rigidi. A partire dai dati dell’Osservatorio presentati dagli enti del terzo settore, l’incontro, moderato da Stefano Arduini, direttore di Vita, ha approfondito le trasformazioni della povertà e le risposte necessarie per contrastare le nuove forme di vulnerabilità sociale. Chiara Lodi Rizzini, sociologa e ricercatrice, specializzata nello studio delle politiche sociali, del welfare e del contrasto alla povertà, ha offerto una lettura dei fattori che concorrono a determinare le condizioni di fragilità: “Pesano più crisi che si sommano: inflazione, conflitti in Ucraina, Medio Oriente, crisi climatica, impatto dell’intelligenza artificiale, trasformazioni delle famiglie e una crescente erosione della capacità fiscale e regolativa dello Stato”.

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Il punto di vista del mondo dell’assistenza e della solidarietà è stato esaminato da Rocco Pezzullo: “Attraverso i dati e le testimonianze raccolte dalle Caritas diocesane, ci viene restituita la complessità delle povertà e il valore di uno sguardo capace di riconoscere, insieme ai bisogni, le risorse delle persone. Perché la sfida non è soltanto dare risposte alla povertà, ma trasformare le condizioni che la rendono persistente e restituire a ciascuno la possibilità di costruire il proprio futuro”.

Maurizio Bonomi ha ampliato la riflessione ponendo l’accento sul ruolo delle organizzazioni di soccorso e assistenza: “Quattro, in particolare, sono le dimensioni di vulnerabilità approfondite dalla Croce Rossa: la solitudine e l’isolamento degli anziani, le crescenti difficoltà economiche di molte famiglie, la povertà energetica e i rischi delle persone coinvolte in conflitti e migrazioni. Attraverso gli obiettivi e i risultati dei progetti realizzati, la Croce Rossa racconta il proprio impegno concreto nel contrasto alle nuove povertà”.

A chiudere l’incontro, fra Luca Volonté che ha raccontato l’esperienza quotidiana di accoglienza e sostegno alle persone con difficoltà. “La povertà assume forme diverse e coinvolge persone di ogni età e condizione: famiglie in difficoltà, giovani, anziani soli e donne con figli. In un contesto segnato dall’aumento del costo della vita e dell’emergenza abitativa, sono sempre più evidenti le fragilità di chi fatica a sostenere le spese quotidiane, talvolta pur avendo un lavoro.

Papa Leone XIV nel messaggio per la Giornata Mondiale dei Poveri afferma: “I poveri dei nostri giorni sono i dimenticati e gli emarginati: derubati di una parola e di un volto, oltre che del pane”. “Il nostro compito è costruire risposte concrete, che restituiscano dignità alle persone”, ha commentato Fra Giampaolo Cavalli.

Con “Operazione Pane”, la rete delle mense francescane e del terzo settore trasforma la solidarietà in un aiuto quotidiano, fatto di accoglienza, ascolto e attenzione ai bisogni di chi vive in povertà.

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– Foto xu6/Italpress –

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Alle Gallerie d’Italia di Napoli la mostra “Angelica e E’lisabeth”

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NAPOLI (ITALPRESS) – Intesa Sanpaolo apre al pubblico dal 6 novembre 2026 al 7 marzo 2027 alle Gallerie d’Italia di Napoli la mostra Angelica e E’lisabeth. L’età delle donne pittrici, dedicata ad Angelica Kauffmann e E’lisabeth Louise Vigèe Le Brun, due tra le più importanti pittrici della storia dell’arte, protagoniste di una straordinaria affermazione professionale e sociale tra la fine dell’Antico Regime e la nascita dell’Europa moderna. Realizzata con il patrocinio del Comune di Napoli e in collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca ETS, la mostra è curata da Francesco Leone, Fernando Mazzocca ed Elisabetta Rasy.
Colte, indipendenti e cosmopolite, Kauffmann e Vigèe Le Brun seppero conquistare una clientela internazionale e il favore delle corti europee, affermandosi in un mondo dell’arte ancora dominato dagli uomini. La mostra mette per la prima volta a confronto le loro vite e le loro opere, seguendo due percorsi artistici accomunati da una naturale genialità, dalla professionalità e dalla volontà di emancipazione, ma profondamente diversi per formazione, sensibilità e scelte artistiche.
Con 73 opere tra dipinti, disegni, incisioni e sculture, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private italiane e internazionali – tra cui Gallerie degli Uffizi, Musèe du Louvre, Musei Capitolini, National Portrait Gallery di Londra, Accademia Nazionale di San Luca ETS, Liechtenstein – The Princely Collections, Museo e Real Bosco di Capodimonte, National Museum of Women in the Arts di Washington, Musèe des Beaux-Arts di Rouen e Galleria Nazionale della Pilotta di Parma – l’esposizione ricostruisce le sorprendenti analogie e le profonde differenze dei percorsi delle due artiste.
Tra le opere più significative spiccano i due autoritratti delle protagoniste provenienti dalle Gallerie degli Uffizi: quello di E’lisabeth Louise Vigèe Le Brun, realizzato nel 1789 e donato dalla stessa artista, e quello di Angelica Kauffmann, del 1787. Attraverso questi dipinti la mostra introduce uno dei temi centrali del progetto: la consapevolezza con cui entrambe le artiste seppero costruire e governare la propria immagine pubblica.
“Le Gallerie d’Italia proseguono il percorso di valorizzazione delle grandi protagoniste della storia dell’arte portando, per la prima volta a Napoli, un progetto dedicato ad Angelica Kauffmann ed E’lisabeth Vigèe Le Brun, due artiste straordinarie che seppero affermarsi sulla scena europea del loro tempo – afferma Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo -. Grazie al contributo di importanti studiosi e alla collaborazione con istituzioni prestigiose, come l’Accademia Nazionale di San Luca, realizziamo una mostra di grande valore scientifico, arricchita da prestiti eccezionali. Si conferma così il ruolo delle Gallerie d’Italia nel dialogo tra realtà internazionali, contribuendo alla vitalità culturale di Napoli”.
Napoli rappresenta uno dei luoghi privilegiati di questo confronto. Terra del Grand Tour, crocevia di artisti, intellettuali e collezionisti provenienti da tutta Europa, la città fu per entrambe le pittrici un importante centro di committenza e di confronto con la cultura internazionale. Kauffmann e Vigèe Le Brun lavorarono infatti, in momenti diversi, per la corte borbonica, lasciando attraverso i loro ritratti due interpretazioni della famiglia reale e della società napoletana.
Il percorso mette così in dialogo due personalità profondamente diverse. Angelica Kauffmann, nata a Coira nel 1741, fu un’artista estremamente versatile, capace di misurarsi con il ritratto, la pittura sacra, l’allegoria e soprattutto la pittura di storia. La sua cultura filosofica, letteraria e musicale e la conoscenza di più lingue contribuirono a farne una figura cosmopolita, capace di affrontare soggetti tratti dalla mitologia, dalla storia antica e moderna e dalla letteratura, da Omero a Shakespeare.
E’lisabeth Louise Vigèe Le Brun, nata a Parigi nel 1755, concentrò invece il proprio talento soprattutto sul ritratto, raggiungendo risultati di altissima qualità. La sua carriera fu segnata dal rapporto privilegiato con Maria Antonietta, di cui divenne una delle principali interpreti, e dalla capacità di costruire una clientela internazionale tra corti, aristocrazie e ambienti culturali.
Una delle differenze più significative tra le due artiste riguarda proprio la scelta dei generi. Kauffmann si confrontò con la pittura di storia, considerata il genere più elevato nella gerarchia accademica, oltre a cimentarsi con una grande varietà di soggetti; Vigèe Le Brun fece invece del ritratto il centro della propria ricerca, sviluppando una straordinaria capacità di cogliere la personalità dei modelli e di costruirne al tempo stesso l’immagine pubblica.
Il loro riconoscimento raggiunse anche istituzioni tradizionalmente precluse alle donne. Kauffmann fu, insieme a Mary Moser, l’unica donna tra i membri fondatori della Royal Academy di Londra, mentre Vigèe Le Brun fu ammessa all’Acadèmie Royale de Peinture et de Sculpture di Parigi. Entrambe furono così riconosciute ai massimi livelli della gerarchia artistica del loro tempo.
Il confronto tra le due pittrici trova uno dei suoi momenti più significativi nella rappresentazione della corte napoletana. Tra le opere esposte figurano il Modello per il ritratto di re Ferdinando IV di Napoli e della sua famiglia di Angelica Kauffmann, proveniente dalle Princely Collections del Liechtenstein, e i ritratti realizzati da Vigèe Le Brun delle principesse borboniche Maria Cristina di Borbone, principessa delle Due Sicilie, mentre coglie delle rose in un giardino, e Maria Teresa Carolina Giuseppina di Borbone, principessa delle Due Sicilie e futura imperatrice d’Austria, entrambi provenienti dal Museo e Real Bosco di Capodimonte.
Il nucleo napoletano permette di osservare come le due artiste abbiano interpretato, in momenti differenti, gli stessi ambienti e protagonisti, restituendo immagini diverse della corte e della società del tempo. Alla Kauffmann si deve inoltre una nuova concezione del ritratto di famiglia, attenta alla natura, alla dimensione affettiva e ai valori della morale illuminista.
Particolarmente significativo è il confronto tra i numerosi autoritratti delle due artiste, attraverso i quali emerge la consapevolezza della propria identità professionale. Dall’autoritratto come artista affermata alla rappresentazione della donna, madre e intellettuale, entrambe seppero utilizzare la propria immagine come strumento di autorappresentazione e di legittimazione sociale.
Il soggiorno italiano di Vigèe Le Brun, tra il 1789 e il 1792, rappresentò una svolta decisiva nella sua carriera. Costretta a lasciare la Francia allo scoppio della Rivoluzione, la pittrice riuscì a ricostruire in Italia la propria rete di committenze. Fu ammessa all’Accademia di San Luca a Roma e all’Accademia di Parma e trovò nella corte napoletana uno dei suoi principali sostegni, lavorando per Maria Carolina, sorella di Maria Antonietta.
Accanto alla committenza aristocratica, Vigèe Le Brun entrò in rapporto con i protagonisti della cultura del Grand Tour, con intellettuali e musicisti, tra cui Carlo Gastone della Torre di Rezzonico e Giovanni Paisiello. Il suo percorso proseguì poi attraverso Vienna, San Pietroburgo e Berlino, dove fu ammessa nelle rispettive Accademie di Belle Arti e continuò a lavorare per sovrani e aristocratici.
Anche per Kauffmann l’Italia rappresentò il cuore della propria esperienza artistica. Dopo i soggiorni a Milano, Bologna e Firenze, fu soprattutto Roma a diventare il centro della sua vita e della sua fama internazionale. Dal 1781 vi si stabilì definitivamente, trasformando il proprio studio e il proprio salotto in uno dei più importanti luoghi di incontro della capitale pontificia.
La sua rete di relazioni comprendeva artisti, intellettuali e collezionisti europei, tra cui Johann Wolfgang Goethe e soprattutto Antonio Canova, con il quale ebbe un rapporto privilegiato. Tra le opere presenti in mostra figura anche il Ritratto di Antonio Canova con il modellino di “Ercole furioso scaglia Lica in mare”, testimonianza del rapporto tra i due protagonisti della cultura artistica romana di fine Settecento.
La mostra dedica poi particolare attenzione alle fonti che hanno tramandato la memoria delle due artiste. Per Vigèe Le Brun un ruolo fondamentale è svolto dai celebri Souvenirs e dall’epistolario, nel quale il soggiorno napoletano occupa uno spazio importante; per Kauffmann la vasta documentazione contemporanea permette di ricostruire la sua straordinaria affermazione e il prestigio raggiunto negli ambienti culturali europei.
Il percorso si apre inoltre alla più ampia presenza delle donne pittrici tra Settecento e primo Ottocento, mostrando come il successo di Kauffmann e Vigèe Le Brun si inserisca in un panorama nel quale altre artiste seppero affermarsi in un sistema ancora fortemente segnato dal predominio maschile. Sono presenti, tra le altre, opere di Adèlaìde Labille-Guiard, Sofia Clerk Giordano, Maria Callani, Adèle Romanee, Marie-Geneviève Bouliard, Marie Guilhelmine Benoist e Constance Mayer.
Angelica e E’lisabeth. L’età delle donne pittrici propone così non soltanto il confronto tra due straordinarie personalità artistiche, ma anche una riflessione sul ruolo delle donne nella società e nel mondo dell’arte tra Settecento e primo Ottocento. Attraverso le loro opere e le loro vicende personali emerge il ritratto di un’Europa cosmopolita in trasformazione, nella quale talento, ambizione e indipendenza permisero a due donne di costruire carriere internazionali e di conquistare uno spazio autorevole in un sistema artistico prevalentemente maschile.

– foto ufficio stampa Intesa Sanpaolo –
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Intesa Sanpaolo, 10 anni di legge antispreco valgono 10,3 mld

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MILANO (ITALPRESS) – A dieci anni dall’approvazione della Legge 166/2016 contro lo spreco alimentare e farmaceutico, oltre 10,3 miliardi di euro di valore economico sono stati generati grazie al recupero e alla redistribuzione di eccedenze alimentari e farmaceutiche. E’ il principale risultato della ricerca presentata oggi nel corso dell’evento “Donazione delle eccedenze: un’alleanza circolare con nuove opportunità per le imprese”, promosso da Fondazione Valore e Fondazione Terzjus in collaborazione con Intesa Sanpaolo, socio fondatore della Fondazione Valore, e con il sostegno di Fondazione Cariplo.
L’incontro ha presentato anche prospettive future e opportunità di sviluppo per le donazioni, evidenziando come il potenziale delle eccedenze non riguardi soltanto alimenti e farmaci, ma anche altre categorie di beni che possono generare valore sociale attraverso la donazione, con l’obiettivo di favorire nuove collaborazioni e coinvolgere ulteriori aziende nei processi di donazione.
Nell’evento, ospitato presso la Sala Convegni di Intesa Sanpaolo a Milano e moderato da Maria Carla De Cesari, Caporedattrice di Norme e Tributi del Sole 24 Ore, si sono incontrati rappresentanti delle istituzioni, del Terzo Settore e del mondo imprenditoriale per riflettere sull’impatto della “Legge Gadda” e sulle prospettive future delle politiche antispreco. Al confronto hanno preso parte importanti realtà impegnate nella sostenibilità e nel recupero delle eccedenze che hanno presentato alcuni dei loro progetti sul tema come Amazon Italia, Lidl, Granarolo, GLS, Banco Alimentare, Equoevento e Altroconsumo, che per l’occasione ha presentato l’indagine “Cibo e sostenibilità, l’indagine sui comportamenti di consumo dei cittadini”.
All’evento ha partecipato anche il cantante Stash, Frontman dei The Kolors e voce del video istituzionale realizzato per l’occasione.
Da oggi è inoltre ufficialmente disponibile online la nuova piattaforma HUB 166 di Fondazione Valore dedicata alla gestione delle donazioni. La procedura di iscrizione è semplice e guidata e consente agli enti del Terzo Settore interessati di accreditarsi e accedere alle opportunità di donazione che verranno progressivamente pubblicate sulla piattaforma. Gli enti troveranno l’elenco dei beni disponibili e potranno prenotarli per il ritiro presso un hub centrale o di prossimità.
Secondo la ricerca di Fondazione Valore e Fondazione Terzjus, tra il 2016 e il 2025 sono state donate 3,7 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari, per un valore di 9,9 miliardi di euro, a cui si aggiungono oltre 40 milioni di confezioni di farmaci recuperate, pari a 423 milioni di euro. Il valore economico complessivo supera così i 10,3 miliardi di euro.
La ricerca evidenzia inoltre come le donazioni alimentari siano cresciute del 95% nell’ultimo decennio, confermando l’efficacia degli strumenti introdotti per incentivare le donazioni e il recupero delle eccedenze da parte delle imprese e quindi raggiungere più persone fragili.
Il peso delle imprese è confermato anche dall’indagine, tuttora in corso, che ha coinvolto 623 enti del Terzo settore impegnati nel recupero e nella distribuzione delle eccedenze. L’81,2% degli enti che hanno risposto alla domanda sulla provenienza dei beni riceve prodotti donati dalle aziende, mentre il 66% delle organizzazioni coinvolte raccoglie due o tre tipologie di beni, dagli alimenti ai farmaci fino ad altri prodotti non alimentari e non sanitari. Un’attività che richiede rapporti stabili tra imprese ed enti, soprattutto quando le donazioni riguardano categorie di prodotti differenti.
La Vice Presidente commissione Agricoltura della Camera
Maria Chiara Gadda, prima firmataria della Legge 166/2016, ha affermato: “A dieci anni dalla sua entrata in vigore, possiamo affermare anzitutto che la legge 166 ha cambiato il vocabolario pubblico ma anche nelle aziende: non si parla più di spreco come problema, ma di eccedenze come risorsa da valorizzare. Quelle che si sono messe in campo, attraverso semplificazioni e vantaggi fiscali, sono soluzioni per chi produce, vende, somministra. La legge consente di realizzare a pieno e concretamente la responsabilità sociale delle imprese consentendo al contempo la risposta a bisogni sociali, la riduzione degli sprechi e l’ottimizzazione dei costi e dei processi. La 166 promuove il lavoro in rete, dentro le aziende, tra ruoli e funzioni diverse, e con il mondo del Terzo Settore. I dati dimostrano che ancora molto si può fare, soprattutto per i beni diversi da alimenti e farmaci”.
Gabriele Sepio, Presidente Fondazione Valore, ha dichiarato: “A dieci anni dalla Legge 166, la sfida è trasformare le opportunità offerte dalla normativa in pratiche sempre più diffuse e strutturate all’interno delle imprese. Donare le eccedenze non significa soltanto evitare uno spreco, ma rimettere in circolo risorse ancora utili, generando valore economico, sociale e ambientale. E’ in questa prospettiva che opera Fondazione Valore, con l’obiettivo di rendere la donazione un processo semplice, accessibile e sostenibile, rafforzando il collegamento tra il mondo profit e gli enti del Terzo settore. L’incontro di oggi ha segnato un passo concreto in questa direzione, anche con la presentazione di HUB 166, la nuova piattaforma di Fondazione Valore, pensata per facilitare l’incontro tra chi dispone di beni da donare e gli enti che possono trasformarli in risposte ai bisogni della collettività. Uno strumento che punta ad ampliare la partecipazione delle imprese e a contribuire alla costruzione di un modello di economia circolare e sociale sempre più inclusivo e strutturato”.
Paolo Bonassi, Chief Social Impact Officer di Intesa Sanpaolo, ha commentato: “In questi dieci anni la legge ha dimostrato che ciò che nasce come eccedenza può diventare una risorsa di grande valore per le persone e le comunità. Per Intesa Sanpaolo, socio fondatore di Fondazione Valore, questa visione si lega alla scelta di fare dell’impegno sociale una componente etica e strategica del proprio ruolo. Sostenere iniziative come quella di oggi significa contribuire a creare connessioni tra imprese, Terzo Settore e territori, affinchè la solidarietà si traduca in interventi concreti e duraturi a favore di chi è più fragile”. Luigi Bobba, Presidente Fondazione Terzjus, ha aggiunto: “Questa prima rilevazione, frutto dell’indagine ancora in corso realizzata grazie al contributo della Fondazione Cariplo, rende visibile una rete di enti spesso piccoli, fortemente radicati nelle comunità e sostenuti in larga misura dal volontariato, che ogni giorno trasforma beni destinati allo spreco in aiuti concreti per le persone più fragili. Il fatto che più della metà delle organizzazioni abbia iniziato questa attività dopo il 2016 mostra quanto la cultura del recupero e della donazione sia cresciuta nell’ultimo decennio. La sfida ora è consolidare questa rete, investendo nella formazione, negli strumenti digitali, nelle campagne di informazione sulla legge antispreco e nella collaborazione tra Terzo settore, imprese e istituzioni”.
– foto f50/Italpress –
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