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Economia

2 medie imprese su 3 del Mezzogiorno prevedono una crescita del fatturato

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MATERA (ITALPRESS) – Sono più ottimiste sull’andamento del proprio giro di affari, più propense ad aprirsi ai nuovi mercati internazionali, più interessate alla transizione ecologica. È questo l’identikit delle medie imprese del Sud, messe sotto la lente di ingrandimento nel rapporto “Scenario competitivo, ESG e innovazione strategica nelle medie imprese del Mezzogiorno” dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere presentato oggi a Matera. Si tratta di un comparto che, in ventotto anni, è pressoché raddoppiato arrivando a contare 408 società produttive di capitali a controllo familiare italiano, ciascuna con una forza lavoro compresa tra 50 e 499 unità e un volume di vendite tra i 19 e i 415 milioni di euro, e che ha generato l’11,8% del valore aggiunto manifatturiero prodotto nell’area. Nel 2024 il fatturato delle medie imprese del Mezzogiorno è cresciuto dell’1,8% (contro un calo dell’1,7% delle altre aree del Paese), dopo un aumento complessivo del 78,1% registrato nel precedente decennio (vs il 52,8% degli altri territori). Nel 2025, il 65,4% di queste realtà del Sud prevede di chiudere con un aumento del fatturato (contro il 55,4% di quelle del Centro-Nord). Tuttavia, le sfide non mancano: per il 23,2% delle Mid-Cap meridionali, ad esempio, il mismatch di competenze rischia di frenarne la crescita, mentre il 41,3% ritiene che la burocrazia potrebbe ostacolare il percorso verso la sostenibilità.

In aggiunta, tra le principali preoccupazioni figurano la concorrenza di prezzo e il caro-energia, indicati da circa due terzi del campione. Guardando al futuro, nei prossimi due anni, per rispondere alle criticità del contesto – a partire dai dazi – il 79,6% delle Mid-Cap meridionali dichiara di voler espandere la propria presenza in nuovi mercati (contro il 68,3% riferito alle altre aree). Inoltre, per supportare la propria transizione ecologica, tre imprese del Mezzogiorno su quattro puntano a ridurre le fonti fossili e ad adottare energie rinnovabili (contro il 66,6% del resto d’Italia).

“Le medie imprese del Mezzogiorno si confermano un importante volano di crescita del Sud e stanno dimostrando di poter correre anche più velocemente di quelle del Centro-Nord”. Lo ha detto il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, che ha aggiunto “per questo vanno sostenute rimuovendo gli ostacoli che ne frenano lo sviluppo, a partire dagli incentivi per l’export e i servizi per l’internazionalizzazione dove le Camere di commercio possono dare il loro concreto supporto. Soprattutto dopo le difficoltà create dai dazi Usa”. “La crescita delle medie imprese del Mezzogiorno e la loro intenzione di reiterarla nel prossimo futuro segnalano la felice intersezione tra due attributi: quello geografico e quello relativo a uno specifico modello capitalistico. Si tratta di una tendenza che merita di essere sostenuta sia dal decisore pubblico sia dagli attori del mercato finanziario, penso in particolare a quei fondi di private equity che si fanno portatori di una vera proposta imprenditoriale e non semplicemente di misure di puro efficientamento”, sostiene il direttore dell’Area Studi Mediobanca, Gabriele Barbaresco.

“Le medie imprese lucane e quelle del Mezzogiorno sono le vere campionesse del capitalismo familiare e si mostrano pronte alle sfide globali: dalle transizioni in atto all’espansione su nuovi mercati. Sta a tutti noi sostenere questi sforzi di innovazione e internazionalizzazione, rimuovendo gli ostacoli e snellendo al massimo la burocrazia”, ha sottolineato il presidente della Camera di commercio della Basilicata, Michele Somma.

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Nel decennio 2014-2023 le medie imprese del Mezzogiorno hanno registrato una crescita del fatturato pari al +78,1% che si confronta con il +52,8% delle altre aree. Anche il tasso di competitività nello stesso arco temporale risulta di quasi 25 punti percentuali superiore agli altri territori. Peraltro, la tendenza positiva del giro d’affari è proseguita nel 2024 con un ulteriore incremento dell’1,8% (vs il -1,7% rilevato negli altri territori). Le Mid-Cap del Sud Italia mostrano inoltre maggiore ottimismo per il 2025: il 65,4% prevede di chiudere l’anno con un aumento del fatturato (55,4% nelle altre aree) e un ulteriore 21,2% stima di mantenerlo stabile (vs il 20,6%). Il contesto rimane tuttavia sfidante. A preoccupare le aziende di media dimensione è soprattutto la concorrenza di prezzo temuta dal 64% di quelle meridionali e dal 70,7% di quelle centro-settentrionali, mentre la competizione sulla qualità appare meno rilevante (22% vs 12,5%). Tra i fattori di criticità, la fiscalità continua a penalizzare le medie imprese, soprattutto nel Mezzogiorno. Nel periodo 2014-2023, il livello di tassazione delle Mid-Cap meridionali è stato costantemente superiore rispetto a quello delle altre aree, con un divario che ha generato un impatto significativo. Se queste aziende avessero beneficiato della stessa aliquota applicata a quelle delle regioni del Centro-Nord, avrebbero risparmiato circa 230 milioni di euro in un decennio.

A pesare sul clima di incertezza sono anche gli alti costi dell’energia. Oltre il 60% delle imprese del Mezzogiorno segnala di avere subìto un aumento della bolletta energetica (contro poco più del 50% delle altre aree). L’incremento di questi costi ha avuto un impatto significativo sui margini in più di 6 Mid-Cap del Mezzogiorno su 10 (55,5% nel CentroNord). Per far fronte al rincaro energetico, il 25,5% ha scelto di investire – o prevede di farlo – nelle fonti rinnovabili, mentre il 22,3% punta sull’ammodernamento degli impianti esistenti per aumentarne l’efficienza. Tra il 2014 e il 2023 l’occupazione delle medie imprese del Mezzogiorno è cresciuta del 34,5%, un ritmo superiore al +23,4% registrato nelle altre aree del Paese. La tendenza positiva è proseguita anche nel 2024, con un ulteriore incremento dell’organico pari al +5,2%, contro il +2,4% del resto d’Italia. Si tratta di segnali incoraggianti che si accompagnano, tuttavia, ad alcune fragilità strutturali. La presenza femminile si ferma al 12,9%, ben al di sotto del 26,2% rilevato nel Centro-Nord. Guardando all’età, il 21,4% dei dipendenti delle Mid-Cap del Sud Italia ha meno di 30 anni, meglio del 18% registrato altrove. Il problema più rilevante resta lo skill mismatch: 3 medie imprese del Mezzogiorno su 4 segnalano difficoltà nel reperire le competenze richieste, soprattutto tecnicospecialistiche. In questo ambito le aziende meridionali faticano, seppur meno rispetto a quelle delle altre aree (40,4% vs 55,3%). Le criticità riguardano anche i profili STEM (21,3% vs 18,9%) e green (19,1% vs 12,6%).

La difficoltà di reperimento delle competenze incide sul carico di lavoro dei dipendenti per il 47,8% delle Mid-Cap meridionali (contro il 49,4% delle altre aree) e sui costi di gestione per il 36,2% (contro il 37,4% del Centro-Nord). Questa criticità, inoltre, rappresenta un freno alla crescita aziendale per il 23,2% delle aziende di media taglia del Sud, rispetto al 19,3% delle altre zone. Per contrastare il mismatch, il 34,8% delle medie imprese meridionali punta ad investire in formazione continua e il 30,4% in automazione dei processi produttivi, similmente a quanto accade nelle altre aree (rispettivamente, 41,4% e 35,6%). Il futuro delle medie imprese passa attraverso crescita e investimenti (soprattutto nel Mezzogiorno) In risposta alle complessità del contesto economico, le medie imprese mostrano una forte propensione alla crescita. In particolare, il 79,6% di quelle meridionali dichiara l’intenzione di voler espandere la propria presenza in nuovi mercati nei prossimi due anni, una quota superiore rispetto al pur significativo 68,3% riferito alle aziende delle altre aree. Inoltre, 4 Mid-Cap del Sud Italia su 10 si dicono pronte ad aumentare la propria dimensione aziendale, contro il 28,9% di quelle localizzate altrove. Gli investimenti rappresentano un altro pilastro strategico per le medie imprese del Mezzogiorno: il 61,2% prevede di incrementare quelli in tecnologia (vs il 54,3% di quelle delle altre aree) e il 51% è impegnato nello sviluppo di nuovi prodotti e servizi, in linea con il 53% del resto d’Italia.

Particolarmente significativa al Sud è, inoltre, la spinta verso la sostenibilità con il 42,9% delle aziende che intende accelerare gli investimenti green, contro una quota più contenuta delle medie imprese degli altri territori (27,4%). Le medie imprese del Mezzogiorno mostrano un particolare interesse per la transizione ecologica, persino superiore a quello delle aziende del Centro-Nord, anch’esse sensibili al tema. In dettaglio, il 73,7% delle imprese meridionali (contro il 66,6% di quelle centrosettentrionali) punta alla riduzione delle fonti fossili e all’adozione di energie rinnovabili. L’approccio circolare alla gestione dei rifiuti e la promozione del riciclo coinvolgono il 63,2% delle imprese del Sud, rispetto al 61,9% del Centro-Nord, mentre il controllo responsabile delle catene di approvvigionamento interessa il 55,3% delle prime, contro il 37,5% delle seconde. Il principale ostacolo all’avvio di una strategia ambientale è rappresentato dalle difficoltà burocratiche, segnalate dal 41,3% delle medie imprese del Mezzogiorno e dal 32,9% di quelle delle altre aree. La politica ambientale europea può rappresentare per il 41,5% delle medie imprese del Mezzogiorno un’opportunità per migliorare l’efficienza energetica (contro il 38,5% delle altre aree), ma per il 12,8% essa aumenta il peso burocratico (16%) e per il 13,8% costituisce un costo economico (15,5%). Inoltre, solo il 12,8% di queste imprese è propenso a cogliere le opportunità che le politiche green dell’UE offrono nell’ambito dell’innovazione tecnologica (7,6% nelle altre aree).

Una media impresa del Mezzogiorno su quattro subisce un impatto elevato dai dazi introdotti dall’amministrazione americana e una su due prevede come effetto una riduzione delle esportazioni verso gli USA. In aggiunta, solo il 7,8% è disposto a sopportare il peso delle tariffe pur di continuare a vendere negli Stati Uniti. Anche per questo, il 35,3% punta su mercati esteri alternativi all’interno dell’UE, mentre il 20% cercherà nuove opportunità al di fuori dell’Unione. Non a caso, gli incentivi all’export sono lo strumento di supporto di gran lunga più richiesto dalle Mid-Cap del Sud (66,7%).

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– Foto screenshot rapporto “Scenario competitivo, ESG e innovazione strategica nelle medie imprese del Mezzogiorno” –

(ITALPRESS).

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Industria, Urso “Serve tutela per il Made in Europe e contro la concorrenza sleale” / Video

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BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Il fronte europeo è quello che dobbiamo presidiare per rilanciare la competitività nel nostro continente; è fondamentale anche la richiesta di elaborare un piano europeo per il comparto dell’elettrodomestico, dichiarandolo strategico, per avviare le procedure di salvaguardia contro la concorrenza estera sleale”. Lo ha dichiarato a Bruxelles il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine del Consiglio Competitività dell’Unione europea e dopo i colloqui con i colleghi di Francia e Germania e i commissari Ue Teresa Ribera e Stéphane Séjourné.

In primo piano la necessità di blindare il tessuto produttivo continentale attraverso un’impostazione industriale aperta e pragmatica. “Il Made in Europe deve essere efficace ed equilibrato per garantire la competitività del nostro settore industriale, e noi vorremmo che comprendesse anche la neutralità tecnologica, integrando quei partner strategici con cui condividiamo valori e filiere industriali al fine di garantire le linee di approvvigionamento che sono fondamentali per la crescita e la sicurezza del nostro continente – spiega il ministro -. Dobbiamo costruire in maniera pragmatica e responsabile l’autonomia strategica del nostro continente”.

Sul fronte manifatturiero, l’Italia ha rilanciato la proposta di equiparare il comparto degli elettrodomestici a quello dell’automotive per far fronte a una crisi diffusa. “Stanno chiudendo gli impianti di industria elettrodomestica ovunque in Europa, noi in Italia li stiamo preservando a fronte di un contesto estremamente sfidante” ha evidenziato Urso, aggiungendo l’auspicio che altri paesi si uniscano al fronte già composto da Spagna, Francia, Germania, Polonia e Slovacchia per “dichiarare il comparto elettrodomestico strategico, come l’auto, così da avere un piano automotive, sostegno con incentivi, misure di salvaguardia dalla concorrenza sleale asiatica in Europa, e consentire in questo caso ad Electrolux di realizzare un piano di transizione mentre modifichiamo il quadro regolatorio”.

Tra i temi centrali del Consiglio Competitività, anche l’impatto dei costi dell’energia sulle imprese italiane ed europee. Al riguardo, il ministro ha dichiarato: “È necessaria la revisione immediata e sostanziale del meccanismo infernale degli ETS che pesa soprattutto sull’industria e soprattutto su quella italiana, facendo salire a un costo l’energia che assolutamente è ineguale, da un fenomeno distorsivo che ha facilitato le speculazioni finanziarie”.

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Infine, il ministro ha sottolineato la necessità di snellire le procedure burocratiche. “È necessaria la semplificazione burocratica anche per liberare gli investimenti delle imprese private, almeno quattromila progetti che sono ancora fermi alla valutazione delle Regioni, per un importo di qualche decina di miliardi di euro che potrebbero essere investiti per la realizzazione di impianti di energia rinnovabile”, richiamando la recente decisione del Parlamento che permetterà di “costruire impianti di energia nucleare di nuova generazione entro quasi dieci anni”.

– Foto screenshot video xf4/Italpress –

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La spesa media per le vacanze aumenta del 15% nell’estate 2026, il carburante pesa e i soggiorni si accorciano

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ROMA (ITALPRESS) – Le vacanze degli italiani sono più care e si sono accorciate. L’Osservatorio mensile Findomestic di settembre rileva che la spesa media sostenuta dalle famiglie per l’estate 2026 ha raggiunto 2.130 euro, oltre il 15% in più rispetto ai 1.847 euro del 2025. Il 59% degli italiani ha fatto o sta completando le vacanze, un po’ meglio dello scorso anno (55%) ma peggio del 2024 (63%). Per il 62% di chi è partito, però, il soggiorno è durato solo qualche weekend o, al massimo, una settimana.

L’aumento dei costi è stato in larga parte previsto: il 68% dei vacanzieri dichiara di aver speso in linea con quanto preventivato, mentre il 21% ha superato il budget. Il 63% dichiara che i costi delle vacanze siano aumentati più degli altri prezzi. Tra i rincari il carburante è la voce nettamente più avvertita dall’80% del campione, seguono ristoranti e bar (65%), alberghi e spiagge (49%).

Per le famiglie di 4 persone l’aumento della spesa media rispetto allo scorso anno è stato dell’11%: dai 2007 euro del 2025 ai 2233 di quest’anno.

“A settembre la quota di italiani che considera favorevole il momento per fare acquisti importanti risale dal 21% al 25%, ma la propensione a tre mesi resta su livelli contenuti – commenta Alex Papi, economista di Findomestic -. Le vacanze hanno assorbito più risorse alle famiglie e, non a caso, il 34% degli intervistati prevede di dover fare qualche rinuncia nei restanti mesi dell’anno. La quota di ottimisti tiene al 37%, ma aumentano dal 41% al 45% quelli che giudicano problematica la situazione economica della propria famiglia e scende dal 61% al 55% la percentuale di chi è riuscito a risparmiare qualcosa negli ultimi mesi”.

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Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic, aggiunge che “la cautela resta elevata: l’inflazione è ancora la principale preoccupazione per sei italiani su dieci, mentre le ondate di caldo portano il cambiamento climatico al 47%, il livello più elevato di sempre. Calo del potere d’acquisto, conflitti internazionali e situazione economica del Paese restano temi avvertiti da un italiano su tre”.

Nel complesso, l’indice delle intenzioni d’acquisto a tre mesi resta sostanzialmente stabile a settembre (+0,5%). Il calo più evidente riguarda i viaggi, che scendono al 46% (-8,3 punti percentuali): archiviato il picco estivo, la progettualità delle famiglie si sposta verso acquisti più quotidiani ed economicamente più accessibili. I piccoli elettrodomestici salgono al 38% (+2), le attrezzature sportive al 28% (+2,2) e quelle per il fai da te al 31% (+0,3).

La tecnologia mostra una tenuta diffusa: telefonia al 28% (+0,6), TV al 23% (+1,4), PC al 23% (+0,5), tablet al 17% (+1) e fotocamere al 12% (+0,9). Il budget previsto per uno smartphone, pari a circa 554 euro, conferma però l’attenzione al prezzo. Anche la casa recupera terreno, soprattutto per interventi più selettivi: mobili al 24% (+1,2), ristrutturazioni al 14% (+0,7) e grandi elettrodomestici al 23% (+0,8).

Nell’automotive si indebolisce l’interesse per l’auto nuova, al 13% (-1,3), mentre cresce quello per l’usato, al 12% (+0,7), e per i motoveicoli, al 7% (+0,4); tra le motorizzazioni elettrificate aumenta in particolare l’interesse per l’usato. La mobilità alternativa procede a due velocità: le e-bike salgono al 10% (+1), mentre i monopattini elettrici o affini scendono al 4% (-0,7), in un contesto di nuovi costi e regole. Infine, resta volatile l’efficienza energetica domestica: fotovoltaico e solare termico salgono al 10% (+2,2), le caldaie a condensazione o biomassa all’8% (+1,1) e l’isolamento al 9% (+0,4), mentre arretrano pompe di calore al 10% (-1,1) e infissi all’11% (-0,7).

– Foto ufficio stampa SEC Newgate –

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Economia

Bce, a causa delle guerre l’inflazione resterà alta fino a metà 2027

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ROMA ITALPRESS) – Il conflitto in Medio Oriente e i recenti sviluppi della guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina, hanno determinato un ulteriore aumento del profilo dei prezzi dell’energia. È probabile che ciò mantenga l’inflazione complessiva ben al di sopra dell’obiettivo fino alla prima metà del 2027. E’ quanto evidenzia la Bce nel Bollettino economico, che accompagna e spiega il quadro alla base della decisione del Consiglio direttivo del 10 settembre. Le prospettive si confermano molto incerte, con rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica. Riguardo allo shock energetico, i nuovi scenari elaborati dagli esperti illustrano l’ampia varietà degli andamenti che crescita e inflazione registrerebbero al variare delle ipotesi su intensità e durata dello shock, nonché sui suoi effetti indiretti e di secondo impatto. In seguito, la componente energetica dovrebbe segnare una diminuzione e mantenersi negativa fino alla metà del 2028, inducendo un calo dell’inflazione complessiva. Ci si attende che i rincari dell’energia si trasmettano gradualmente alla componente dei beni alimentari e a quella di fondo.

Anche il miglioramento delle prospettive economiche dovrebbe contribuire a un lieve aumento dell’inflazione di fondo, che continuerebbe a crescere fino agli inizi del 2027 e si manterrebbe elevata per il resto dell’anno, riducendosi poi nel 2028. In generale, ci si attende che l’inflazione complessiva si riporti intorno all’obiettivo verso la fine del 2027, favorita dagli effetti dei più elevati tassi di interesse. Il Consiglio direttivo continuerà a seguire con attenzione l’entità e la persistenza dei rincari dell’energia, nonché il modo in cui questi si trasmettono alla formazione di prezzi e salari, alle aspettative di inflazione e alla dinamica economica complessiva. Il Consiglio direttivo si impegna quindi a definire la politica monetaria in modo da assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2% a medio termine. Le decisioni del Consiglio direttivo sui tassi di interesse saranno basate sulla valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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