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Economia

Confcom, stime di crescita a +0,3% nel 2026 e rischio stagnazione

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ROMA (ITALPRESS) – Sul piano congiunturale, l’economia italiana mostrava “segnali positivi” prima del conflitto, con un’inflazione contenuta all’1,5%, consumi e PIL in crescita e occupazione ai massimi (da luglio 2024 sempre sopra i 24 milioni di occupati), ma le tensioni energetiche legate alla guerra rischiano di “ridurre il reddito disponibile e i consumi”. È quanto emerge dall’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio “La scommessa della crescita per superare la crisi”, illustrata in apertura del Forum Confcommercio a Villa Miani. Il presidente Carlo Sangalli ha sottolineato che “le tensioni internazionali alimentano incertezza, frenano la domanda e colpiscono soprattutto le imprese più legate al territorio e ai consumi delle famiglie. E quando si fermano i consumi, si ferma il cuore stesso della nostra economia. C’è bisogno di una nuova capacità di reazione”.

Le stime di crescita, “nello scenario peggiorativo, sono di appena +0,3% per il 2026 e +0,4% per il 2027”. Il quadro complessivo resta improntato a una “sostanziale incertezza” e con una “forte preoccupazione”: senza interventi strutturali su fisco, lavoro, competenze e qualità della contrattazione, il rischio è quello di “un nuovo decennio di stagnazione”, con “effetti permanenti” su crescita, occupazione e coesione sociale. Per il direttore dell’Ufficio studi, Mariano Bella, “con lo scenario peggiorativoe con il prezzo del petrolio a 100 dollari fino a febbraio 2027, l’inflazione a dicembre 2026 arriverebbe al 6%”. Questo “vuol dire minori consumi e minore Pil: si andrebbe a cavallo della recessione”, con “una crescita più che dimezzata rispetto allo scenario base, un terzo rispetto all’ipotesi senza guerra”. Nello scenario più negativo, nel biennio 2026-2027, la perdita stimata arriverebbe “fino a 963 euro per famiglia”, con effetti su crescita e occupazione. Il rallentamento della crescita dell’Italia, però, non è imputabile agli shock internazionali, ma a fattori strutturali interni presenti da decenni. Dopo il boom economico, evidenzia lo studio, “la crescita è progressivamente crollata”: dal +,7% del periodo 1966-1980 all’1,8% tra il 1981 e il 2007, fino allo zero dell’ultimo ventennio, mentre la pressione fiscale è salita dal 25,3% al 42,2%, comprimendo investimenti e sviluppo. In particolare, secondo Confcommercio, la “fiscocrazia” (cioè l’eccesso di tasse e burocrazia che riduce l’orizzonte di crescita) “penalizza l’innovazione e limita la propensione al rischio imprenditoriale”. A questo si sommano “tre fattori strutturali: meno capitale per occupato, contrazione dell’offerta di lavoro e riduzione delle competenze”. Sul fronte demografico, prosegue l’analisi, il Paese ha perso circa 9 milioni di giovani under 30 rispetto agli anni Ottanta, con “effetti diretti sulla capacità produttiva”. La leva principale per contrastare il declino è l’aumento della partecipazione femminile al lavoro: per Confcommercio, “un allineamento ai livelli europei consentirebbe circa 290mila occupate in più all’anno per il prossimo decennio”. Accanto alla quantità, “pesa sempre di più la qualità del lavoro”: le competenze crescono meno della domanda delle imprese e l’obsolescenza professionale riduce la produttività e la capacità di adattamento del sistema economico. Il terziario di mercato “si conferma il vero motore dell’economia italiana”: tra il 1995 e il 2025 ha creato quasi 4 milioni di posti di lavoro, a fronte di un calo nell’industria e nella pubblica amministrazione. Ma questo sistema “è indebolito da distorsioni interne come il dumping contrattuale”: nel terziario circa 154mila lavoratori sono coinvolti in contratti meno tutelanti, “con perdite fino a 8mila euro annui, assenza di welfare e effetti negativi sulla concorrenza e sulla produttività”. Il fenomeno genera anche “un impatto sulla finanza pubblica”, con un minor gettito contributivo e tributario di “circa 560 milioni nel 2025”. Inoltre per le imprese coinvolte, il fenomeno del dumping altera “la qualità del contesto competitivo”, mentre per le imprese con contratti meno tutelanti, implica “un sotto-investimento in formazione e competenze, minore produttività e redditività e il rischio chiusura”.

– foto xi2/Italpress –

(ITALPRESS).

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Bankitalia, a marzo surplus conto corrente sale a 31,6 miliardi

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ROMA (ITALPRESS) – Nei dodici mesi terminanti a marzo, il conto corrente ha registrato un surplus di 31,6 miliardi (pari all’1,4% del Pil); nello stesso periodo dell’anno precedente era stato pari a 19 miliardi. E’ quanto emerge dai dati della Banca d’Italia. Al miglioramento hanno contribuito il saldo dei redditi primari (3,7 miliardi, da -4,4), quello delle merci (53 miliardi, da 48,6) e, marginalmente, quello dei redditi secondari (-18,8 miliardi, da -19,2); soltanto i servizi hanno registrato un lieve peggioramento (-6,4 miliardi, da -6,1). Nello stesso periodo il conto finanziario ha registrato acquisizioni di attività nette sull’estero per 34,7 miliardi (contro 40,7 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente). I saldi positivi degli “altri investimenti” (27,3 miliardi), delle riserve ufficiali (3,5 miliardi) e, soprattutto, degli investimenti diretti (34,4 miliardi) sono stati solo in parte controbilanciati dal saldo negativo degli investimenti di portafoglio (-28,9 miliardi) e dei derivati (-1,6 miliardi).

A marzo le attività sull’estero dei residenti in Italia sono aumentate di 25,3 miliardi, riflettendo gli incrementi degli investimenti di portafoglio all’estero (14,1 miliardi), degli investimenti diretti all’estero (9,4 miliardi), della componente “altri investimenti” (1,5 miliardi) e delle riserve ufficiali (1,2 miliardi); sono lievemente diminuite le attività in derivati (-0,9 miliardi). A marzo le passività sull’estero sono aumentate di 28,8 miliardi. L’incremento ha riflesso soprattutto quello della componente “altri investimenti” (34,1 miliardi), in parte controbilanciato dalle vendite nette di titoli italiani da parte dei non residenti (-5,5 miliardi), dovute ai disinvestimenti in titoli pubblici (-8,8 miliardi).

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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Dombrovskis “Dal conflitto in Medio Oriente forte impatto sull’economia dell’Ue”

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BRUXELLES (BELGIO) (ITALPRESS) – “Il conflitto in Medio Oriente ha innescato un nuovo shock energetico, con un impatto significativo sull’economia globale ed europea. Alimenta l’inflazione e scuote la fiducia nell’economia”. Così il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, presentando in conferenza stampa le previsioni economiche di primavera della Commissione europea. “In secondo luogo, sulla crescita. Si prevede che l’economia dell’UE continuerà ad espandersi, ma a un ritmo più lento. In terzo luogo, sull’inflazione. L’inflazione energetica è già in aumentoLe pressioni sui prezzi e sull’economia sono destinate a ripercuotersi su altri settori”, ha aggiunto. “In quarto luogo, sulle finanze pubbliche. La crescita economica più lenta e l’aumento della spesa stanno incrementando i deficit. Quinto, sull’incertezza. L’evoluzione del conflitto in Medio Oriente è circondata da un grado di incertezza eccezionalmente elevato”, ha osservato.

Secondo Dombrovskis “l’andamento dei prezzi dell’energia in queste previsioni si basa sui prezzi dei contratti futures. Essi evidenziano una normalizzazione relativamente rapida, seppur parziale, delle condizioni di approvvigionamento. Le nostre proiezioni di base sono tuttavia integrate da una valutazione di scenario che prevede un’interruzione più grave e prolungata delle forniture energetiche”.

– foto IPA Agency –

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Economia

Rapporto Istat, nel 2025 quasi 11 milioni di italiani a rischio povertà. Occupazione cresce, ma ancora sotto media Ue

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ROMA (ITALPRESS) – Le disuguaglianze economiche restano significative. Nel 2025, quasi 11 milioni di individui (18,6%) sono a rischio di povertà, oltre un quinto della popolazione dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà e oltre un quarto ha difficoltà a fare fronte a spese impreviste. Nel 2024 la povertà assoluta interessa 5,7 milioni di persone (9,8%), per un totale di 2,2 milioni di famiglie (8,4%), con un’incidenza che sale fortemente tra le famiglie di soli stranieri (35,2%) e quelle composte da almeno 5 componenti con figli minori (22,3%). E’ quanto emerge dal Rapporto annuale Istat presentato da Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istituto. Sotto il profilo territoriale, il Mezzogiorno continua a registrare il valore più elevato (10,5% delle famiglie), con una crescita significativa dell’incidenza individuale nelle Isole (dall’11,9% del 2023 al 13,4 del 2024). Il titolo di studio emerge come il principale fattore di protezione: la povertà assoluta colpisce il 15,1% delle persone di 25 anni e più con al massimo la licenza media contro il 2,3% dei laureati. Le difficoltà economiche impattano sui consumi primari meno che in passato. Nel 2025, il 9,3% della popolazione (5,4 milioni di persone) dichiara di non potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni (era il 12,6% nel 2014). La povertà energetica, l’incapacità di riscaldare adeguatamente l’abitazione o di utilizzare servizi energetici essenziali, è invece in aumento, dal 7,7% nel 2022 al 9,1% nel 2024.

Le prospettive economiche per l’Italia, come per gli altri maggiori Paesi, per il 2026 sono condizionate dalle tensioni geopolitiche e dal conseguente rialzo dei prezzi delle materie prime energetiche e soprattutto del petrolio (120 dollari al barile circa il Brent ad aprile secondo i dati della Banca Mondiale), che alimenta nuove pressioni inflazionistiche. A fronte di un peggioramento nei primi mesi del 2026 del clima di fiducia soprattutto dei consumatori, fortemente condizionato dagli shock globali, le stime dei principali previsori italiani e internazionali mostrano un dinamismo contenuto per il Pil italiano anche nel 2026 che manterrebbe un ritmo di crescita simile a quello osservato nel 2025.

La popolazione residente in Italia al 1° gennaio 2026 conta 58,9 milioni di individui. Il tasso di crescita è prossimo allo zero, ma in miglioramento rispetto al biennio precedente (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023). Il saldo naturale tra nascite e decessi continua a essere negativo (-296 mila unità). La dinamica migratoria, con numero di immigrazioni dall’estero che supera quello delle emigrazioni, rimane positiva compensando appieno (+296 mila unità) il deficit dovuto alla dinamica naturale, e contribuendo a mantenere stabile la popolazione. I cittadini stranieri residenti, al 1° gennaio 2026, sono 5,6 milioni (+3,5% rispetto 1° gennaio 2025) e rappresentano il 9,4% della popolazione totale. Gli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana nel 2025 sono 196 mila, in diminuzione rispetto al biennio precedente. Le nascite nel 2025 sono pari a 355 mila unità.

L’Italia è caratterizzata da una struttura demografica fortemente sbilanciata verso le fasce di età più anziane. Al 1° gennaio 2026, l’età media della popolazione residente è di 47,1 anni, in crescita di quasi due mesi e mezzo rispetto all’anno precedente. I giovani fino a 14 anni costituiscono l’11,6% della popolazione, mentre gli individui di 65 anni e più, aumentati dell’11,3% in un decennio, sono arrivati a rappresentare il 25,1% del totale. Il calo delle nascite, che si associa a un’età media al parto elevata (32,7 anni, nel 2025), è alimentato, oltre che dalla minore propensione ad avere figli, anche dalla ridotta consistenza delle generazioni in età riproduttiva, sempre meno numerose nella popolazione. Nel 2025, le nascite si attestano a 355 mila unità, in calo del 3,9% rispetto all’anno precedente; il numero medio di figli per donna tocca un minimo storico di 1,14, collocando l’Italia tra i paesi europei con la fecondità più bassa. Le donne diplomate o laureate, in particolare, presentano livelli di fecondità meno elevati e calendari riproduttivi più tardivi, con una concentrazione delle nascite in un intervallo di età più ristretto. In questo contesto, si riduce la quota di 18-49enni che esprimono l’intenzione di avere un figlio (dal 50,7% del 2003 al 45,3% del 2024), frenati principalmente da incertezze economiche e lavorative.

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Nel 2025 l’occupazione in Italia prosegue la fase di espansione (+0,8%), pur manifestando un progressivo rallentamento rispetto ai tassi di crescita del biennio precedente. Nel confronto di medio periodo (2019-2025), l’incremento degli occupati in Italia (+4,3%) risulta superiore a quello della Germania (+2,4%), ma ancora inferiore rispetto a Francia (+6,4%) e Spagna (+12,6%). La dinamica occupazionale si accompagna a una marcata riduzione del numero di disoccupati, che tra il 2019 e il 2025 sono diminuiti del 42,6%. Il tasso di occupazione raggiunge il 62,5% (+3,5 punti percentuali rispetto al 2019), portando quello di disoccupazione al 6,1% nella media del 2025 (+5,2% a marzo 2026). Nonostante i miglioramenti, il tasso di occupazione nazionale rimane strutturalmente inferiore a quello dei principali partner europei. Le retribuzioni contrattuali nel 2025 crescono del 3,1% in termini nominali, con incrementi più accentuati nell’industria (+3,4%) rispetto ai servizi (+3%) e alla pubblica amministrazione (+2,7%). L’andamento delle retribuzioni contrattuali, superiore al tasso di inflazione – si legge ancora -, ha permesso per il secondo anno consecutivo di realizzare un recupero in termini reali, sebbene alla fine del 2025 la perdita di potere di acquisto rispetto al 2019 rimanga ancora ampia (pari al +8,6%). Nel 2025, la debolezza della produttività del lavoro e l’aumento del costo del lavoro determinano una crescita dei costi per unità di prodotto pari all’1,7%. Il sistema produttivo ha parzialmente ammortizzato tali pressioni attraverso una contrazione dei margini di profitto, che nel 2025 registrano una flessione dello 0,5%.

L’andamento delle retribuzioni contrattuali, superiore al tasso di inflazione, ha permesso per il secondo anno consecutivo di realizzare un recupero in termini reali, sebbene alla fine del 2025 la perdita di potere di acquisto rispetto al 2019 rimanga ancora ampia (pari all’8,6%). Per il 2026, la dinamica salariale acquisita è stimata sopra il 2%, ma l’eventuale protrarsi della nuova impennata dei prezzi dei beni energetici rischia di rallentare la fase di recupero del potere di acquisto.

CHELLI “ECONOMIA ITALIANA RESILIENTE”

“Nell’ultimo anno l’economia italiana ha mostrato segnali di resilienza in uno scenario globale complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da un’incertezza ormai persistente. Le potenzialità di crescita restano vincolate da criticità di lungo periodo, tra cui il modesto andamento della produttività, che potrebbe beneficiare di una maggiore intensità di conoscenza dei processi produttivi. Una delle sfide chiave per il Paese si giocherà, del resto, sulla capacità di valorizzare il capitale umano di cui disponiamo e potremo disporre”. Così il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, in occasione della presentazione del Rapporto annuale. “Il Rapporto evidenzia come maggiori investimenti in istruzione, competenze digitali e innovazione rappresentino una condizione essenziale per la tenuta dei livelli occupazionali, il miglioramento delle condizioni salariali e, più in generale, il benessere collettivo, in un contesto sociale segnato da vulnerabilità che permangono nel tempo”, aggiunge.

“L’adozione di nuove tecnologie non è infatti sufficiente a stimolare la crescita economica, se non accompagnata dalla maturazione di nuove competenze e, insieme, da una riorganizzazione dei processi aziendali, in un sistema economico che dovrà tenere conto dell’aumento dell’età media della forza lavoro. Sul fronte demografico, il Paese si confronta con il crescente invecchiamento della popolazione e con una natalità ai minimi storici. Gli scenari futuri richiedono di valutare con attenzione i rischi di sostenibilità per il sistema di welfare e per quello sanitario, e di continuare ad affrontare con incisività il tema della gestione dei carichi di cura familiari e della piena valorizzazione dei nostri giovani – di cui dobbiamo trattenere i talenti – il cui defiusso si configura come un’emorragia di competenze che assume toni particolarmente critici per il Mezzogiorno”.

Secondo Chelli “la sfida è anche quella di evitare che le disuguaglianze sociali, economiche, sanitarie e territoriali si cristallizzino, agendo, oltre che su un maggiore investimento in istruzione, anche sul rafforzamento del capitale sociale, fattore di protezione contro i rischi di esclusione, ridotta mobilità sociale e minore benessere. È importante, a riguardo, promuovere un’effettiva inclusione digitale e lo sviluppo di competenze adeguate, riducendo i riflessi negativi delle nuove tecnologie soprattutto per le giovani generazioni. Si tratta certamente di sfide rilevanti che richiedono la coesione di tutti gli attori e di tutte le forze che possono contribuire allo sviluppo della nostra società”, conclude.

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– foto IPA Agency –

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