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Romano “Vannacci? Chi vuole governare deve unire il Paese, non dividerlo”

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ROMA (ITALPRESS) – In vista del voto il dibattito si è concentrato sui numeri e sulle alleanze possibili. Francesco Saverio Romano, in una intervista all’Italpress, rovescia l’ordine del discorso e parte da una tesi netta, valida a destra come a sinistra: vincere le elezioni non basta, conta poter governare il giorno dopo.

– Onorevole Romano, in un suo intervento recente è partito da Carlo Levi, “Le parole sono pietre”. Perché?

Perché Levi aveva capito una cosa semplice e oggi dimenticata, che certe parole non scivolano via come l’acqua, restano e pesano, su chi le riceve e su chi le pronuncia. La politica discute di numeri e di alleanze come se governare fosse un’addizione. Non lo è. Governare è una responsabilità verso il Paese, e le parole con cui ci si presenta agli italiani contano quanto i programmi”.

– A quali parole pensa, in particolare? A quelle di Roberto Vannacci?

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“Penso a parole che conosciamo tutti. Agli omosessuali ha scritto che “normali non lo siete, fatevene una ragione”. Di Paola Egonu, una campionessa che ha portato in alto il tricolore, ha detto che i suoi tratti somatici non rappresenterebbero l’italianità. Ha riproposto come accettabile un vocabolario di insulti che la civiltà giuridica aveva archiviato da tempo. Ha trattato gli immigrati come ospiti tenuti a ringraziare e destinati comunque a restare diversi”.

– Una destra può però essere severa sull’immigrazione e difendere la famiglia. Non sta facendo un processo alle idee?

“No, e tengo a distinguere. Si può discutere di immigrazione con fermezza, si può difendere la famiglia e la sicurezza senza umiliare nessuno, e una destra di governo seria lo fa ogni giorno. Il problema non è la severità delle idee. Il problema è che un partito chiamato a governare l’Italia rappresenta tutti gli italiani, compresi quelli che Vannacci ha messo fuori dal recinto della normalità o dell’italianità. Chi siede al tavolo di una maggioranza non può avere accanto chi nega in via di principio la pari dignità di una parte dei cittadini che dovrebbe servire”.

– È solo una questione di parole, o anche di linea politica?

“C’è soprattutto la politica estera, ed è qui che la distanza diventa incolmabile. Le posizioni del generale sulla Russia e su Putin sono note, e contraddicono in modo frontale la collocazione atlantica ed europea che questo governo ha tenuto con coerenza, dal sostegno all’Ucraina alla fedeltà all’Alleanza. Una coalizione non regge se al suo interno convivono due politiche estere opposte. Basterebbe il primo Consiglio europeo, basterebbe il primo vertice della NATO, per mandarla in frantumi”.

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– Vannacci però porta voti. Non converrebbe tenerlo dentro la coalizione?

“Vannacci non chiede di entrare in una coalizione, chiede di rifondarla a propria immagine, sotto la bandiera di una “vera destra” identitaria. Ma una destra che per inseguire la sua frangia più estrema espelle la propria anima moderata, popolare, liberale ed europea, non guadagna forza, perde l’equilibrio. Perde proprio la parte che la rende capace di governare e di parlare al Paese reale, quello che chiede strade, sanità, lavoro e bollette sostenibili, non slogan da talk show”. – Lei però critica con la stessa durezza anche l’altro campo. Vale lo stesso ragionamento? “Vale lo stesso ragionamento, rovesciato. Alleanza Verdi e Sinistra porta idee legittime e una tradizione rispettabile, lo riconosco. Ma le sue posizioni di fondo restano incompatibili con un governo che voglia durare”.

– In che senso incompatibili?

“Sulla difesa, Avs è contraria all’aumento delle spese militari e ha avversato la scelta di sostenere militarmente l’Ucraina, in nome di un pacifismo che mette in discussione la solidarietà atlantica. Sull’economia rivendica l’ambizione della trasformazione contro quello che chiama il disastro del pragmatismo, e fa del salario minimo e della contestazione del mercato la propria bandiera. Sono posizioni che si scontrano in modo diretto con la linea di Matteo Renzi, atlantista convinto, sostenitore di Kiev, riformista e liberale in economia. Non è una sfumatura tra alleati, è una frattura di sistema”.

– Fratoianni dice di non porre veti. Non è un’apertura?

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“Fratoianni dice di non porre veti, ma di riservarsi il giudizio su ogni scelta. Tradotto, significa che si riserva di rompere ogni volta che una decisione gli sembrerà troppo poco radicale. È esattamente la condizione che rende una maggioranza instabile già dal primo giorno. E del resto Renzi non ha alcuna affinità reale né con Schlein né con Conte. Quel campo largo non è un progetto, è una somma. E in politica le somme di forze incompatibili non governano, si paralizzano”.

– Il filo del suo ragionamento, allora, è che vincere non basta.

È il punto che troppi fingono di non vedere. Vincere le elezioni, da soli, non significa nulla. Anzi, vincere senza poter governare è peggio che perdere, perché illude i cittadini e blocca le istituzioni, preparando la crisi successiva. La storia della Seconda Repubblica è piena di maggioranze nate per battere l’avversario e morte per la propria incoerenza. Sono state quelle, più ancora delle sconfitte, a logorare la fiducia degli italiani nella politica”. – E in tutto questo qual è il ruolo di Noi Moderati? “Una coalizione si tiene insieme se ha una chiglia, un centro di gravità che le impedisce di rovesciarsi alla prima onda. Nel centrodestra quel centro è lo spazio moderato e riformatore, di tradizione popolare ed europea, che noi rappresentiamo. Non siamo la zavorra della coalizione, ne siamo la chiglia. Siamo la parte che consente di tenere la rotta quando il vento si alza e di mediare quando le posizioni si irrigidiscono”.

– In conclusione?

“La domanda vera non è con chi ci si allea per vincere, ma con chi si potrà davvero governare il giorno dopo. Le parole di Vannacci e le posizioni di Avs, ciascuna nel proprio campo, danno la stessa identica risposta. Si potrà forse sommare qualche voto, non si potrà costruire un governo. E un Paese serio, alla fine, sceglie chi sa governarlo, non chi sa soltanto gridare più forte degli altri”.

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-Foto ufficio stampa Saverio Romano-
(ITALPRESS).

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Meloni a Palermo “Possibile uso dell’Esercito”. Omaggio a vittime strage di Capaci, poi la cerimonia di svelamento della Croma di Falcone / Video

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PALERMO (ITALPRESS) – “Siamo qui per fare il punto sull’impegno che lo Stato e le istituzioni a ogni livello stanno portando avanti per garantire la sicurezza di questo territorio, per individuare insieme le soluzioni più efficaci per dare risposte ai problemi che sono più urgenti per i cittadini di Palermo”. Lo ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo a una riunione straordinaria del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, alla Prefettura di Palermo.

“Ho scelto di esserci oggi perché la sicurezza dei cittadini si costruisce soprattutto dialogando con i territori e con coloro che su quei territori garantiscono la sicurezza. Sono qui per ribadire ancora una volta che questa città e i suoi cittadini sono al centro dell’azione del governo e delle sue istituzioni“.

“Palermo è un luogo in cui lo Stato ha dimostrato più forse che in ogni altro luogo la sua capacità di non essere disposta a indietreggiare quando i momenti davvero difficili arrivavano, di non essere disposta a indietreggiare di fronte alla violenza mafiosa – ha sottolineato Meloni -. È un messaggio che noi raccogliamo e proviamo a rilanciare e ribadire con la stessa determinazione anche oggi, chiaramente non solo celebrando i nostri eroi del passato, ma anche provando a capire come si possa fare la nostra parte per essere all’altezza di quell’esempio, di quell’insegnamento”. 

“Sappiamo bene che cosa è accaduto di recente in alcune zone di questa città, in particolare nella periferia nord ovest, in diversi comuni della fascia costiera, da Isola delle Femmine a Capaci e Carini: le raffiche di kalashnikov, le intimidazioni ai commercianti e agli imprenditori, le taniche di benzina date alle fiamme per terrorizzare i cittadini sono immagini che non vedevamo da tempo ma che non abbiamo alcuna intenzione di tollerare. Io sono qui anche e soprattutto per dire grazie, perché lo Stato non è rimasto a guardare. Proprio nelle scorse ore i cc del comando provinciale di Palermo, ai quali va il nostro ringraziamento, hanno eseguito il fermo di 22 persone, poi diventate 24, ritenute protagoniste dell’escalation criminale degli ultimi mesi. E’ un segnale che io considero inequivocabile, particolarmente bello perché arriva in questa settimana. Chi pensa di portare Palermo indietro, chi pensa di terrorizzare chi lavora onestamente, troverà di fronte a sé uno Stato determinato, che reagisce e che colpisce. Di questo io devo ringraziare ovviamente il procuratore De Lucia, tutti i magistrati, gli inquirenti, tutte le forze dell’ordine, quindi questo tavolo nella sua complessità. E voglio ricordare che accanto a queste indagini lo Stato ha agito subito anche sul territorio. Il prefetto Mariani, che ringrazio ha disposto l’istituzione delle zone rosse a Sferracavallo e allo Zen, i quartieri che sono più esposti a questi fenomeni”, ha aggiunto.

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“Il ministro Piantedosi ha assegnato 90 agenti in più per il controllo del territorio. Sono unità che si sommano alle 850 già destinate a quest’area dal 2025 ad oggi. Il ministero dell’Interno, insieme al prefetto Pisani, ha individuato ulteriori risorse per l’assunzione di personale della polizia locale per l’attività straordinaria di controllo – ha aggiunto -. Ai 9 milioni di euro che sono stati già assegnati a Palermo e ai Comuni dell’area metropolitana se ne aggiungeranno altri 6 e sono chiaramente risorse molto preziose che servono a finanziare i progetti di sicurezza urbana e di potenziamento dei presidi sul territorio. In particolare partirà tra poco la sperimentazione di impianti di videosorveglianza a fini investigativi nelle zone che sono più a rischio della città. Telecamere che sono gestite direttamente dalla squadra mobile per prevenire e per reprimere i reati”.

Per il premier sono “segnali importanti di una capacità soprattutto che c’è di fare gioco di squadra, di un’attenzione reale e costante che dal mio punto di vista va ancora rafforzata e che siamo qui per ragionare di come rafforzare ancora insieme, anche per continuare a garantire il massimo sostegno alle vittime delle intimidazioni del racket. Il messaggio deve essere chiaro: lo Stato c’è, non lascia sola sole le persone per bene, quelle che ogni giorno si rimboccano le maniche per creare ricchezza e lavoro in questo territorio”.

“Io penso che possiamo riuscire a fare di più e che possiamo riuscire a fare ancora meglio. Allora penso che l’obiettivo di questo comitato dovrebbe essere quello di fissarsi come obiettivo trovare nel più breve tempo possibile le soluzioni operative per avviare una operazione straordinaria di controllo e di presidio fisso del territorio, a partire dai quartieri che sono più a rischio – ha sottolineato Meloni -. Penso soprattutto allo Zen, presidio che si può garantire ovviamente con le forze di Polizia ma non solamente, forse anche con il coinvolgimento dei militari dell’Esercito in operazioni congiunte. Se necessario possiamo anche intervenire sulle norme che oggi disciplinano Strade Sicure, e penso che questo sia il passo successivo che possiamo fare per rafforzare ancora di più un lavoro importante che è stato fatto e che è necessario per stroncare l’escalation di violenza che una parte di questo territorio sta vivendo”.

“Dal 2023 a oggi qui a Palermo sono state realizzate 118 operazioni ad alto impatto, comprese quelle nelle stazioni ferroviarie. Sono stati impiegate oltre 3.000 unità di forze di polizia, controllate più di 14.000 persone. Con le zone rosse sono state controllate circa 45.000 persone, di cui quasi 3.500 stranieri, allontanando i soggetti che sono stati ritenuti pericolosi con precedenti di polizia. Negli ultimi 4 anni nella città metropolitana di Palermo i beni confiscati alla mafia che sono stati restituiti alla collettività e trasferiti agli enti locali sono cresciuti di quasi il 60%: 128 immobili confiscati che sono stati destinati prevalentemente all’emergenza abitativa. La ricchezza strappata alle mafie torna nella nella disponibilità della collettività per aiutare i problemi delle famiglie, particolarmente di quelle più fragili”, ha aggiunto.

“Lo Stato qui non ha abbassato la guardia, continua a colpire la criminalità organizzata nei suoi interessi economici, nelle sue strutture nella sua capacità di intimidazione. Dobbiamo insistere evolvendo, anche perché chiaramente le mafie cambiano, investono nell’economia legale, sfruttano le nuove tecnologie, cercano nuovi spazi di infiltrazione, nuovi strumenti per condizionare il tessuto produttivo, e per questo è fondamentale anche continuare a rafforzare gli strumenti investigativi e sostenere il lavoro di tutte le istituzioni che sono impegnate su questo fronte – ha sottolineato ancora -. Quindi io sono qui soprattutto per dire grazie a voi e con voi per dare un messaggio chiaro: a Palermo lo Stato c’è e vuole essere sempre più presente con determinazione, con umiltà ma con costanza e con determinazione senza mai indietreggiare, perché questo è il modo più serio che conosciamo di onorare la memoria di chi ha dato la vita per la libertà, per la legalità, in territori come questo”.

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L’ARRIVO IN PREFETTURA / VIDEO

LA CERIMONIA DI SVELAMENTO DELLA CROMA DI FALCONE

“34 anni fa l’Italia di colpo fu costretta a fare i conti con qualcosa di spaventoso, ma anche un male che molti avevano finto di non vedere. La strage di Capaci cambia tutto, da quel momento in poi nessuno ha più potuto accampare scuse. Gli italiani compresero allora che ognuno aveva la sua responsabilità in questa battaglia“. Lo ha detto il premier Giorgia Meloni, nel suo intervento al “Museo del Presente – Falcone e Borsellino”, a Palermo, nel corso della cerimonia per il disvelamento della Fiat Croma sulla quale, il 23 maggio 1992, viaggiavano Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza, poi sopravvissuto alla strage nella quale morirono anche gli uomini della scorta della Polizia di Stato, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

“Non avevo mai visto la Croma dove è morto Giovanni. I 34 anni passati da quella data, il 23 maggio 1992, mi sono caduti tutti addosso, lasciandomi un dolore dilaniante” ha detto Maria Falcone. Maria Falcone ha ringraziato il premier Meloni “per aver capito l’importanza di una cosa del genere”. “Questo è un luogo di educazione permanente alla legalità, e davanti a quella macchina bisogna inchinarsi, pensare a quanto dolore ha creato ma anche alla reazione della società e delle istituzioni contro la mafia, una lotta alla mafia degna di uno Stato di diritto, come diceva Giovanni”, ha aggiunto.

LA CROMA DI FALCONE TRASFERITA AL MUSEO DEL PRESENTE / VIDEO

MELONI RENDE OMAGGIO ALLE VITTIME DELLA STRAGE DI CAPACI

Poco prima di raggiungere la Prefettura, il presidente Meloni ha deposto un mazzo di fiori per rendere omaggio alla stele dedicata a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli uomini della scorta, lungo l’autostrada A29, in prossimità di Capaci, nel luogo della strage del 23 maggio 1992.

– Foto Palazzo Chigi –

(ITALPRESS).

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Urso “Aiuti mirati a imprese e famiglie se i prezzi dei carburanti dovessero risalire”

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ROMA (ITALPRESS) – In caso di una nuova crisi prolungata nello stretto di Hormuz, il governo punterà su sostegni selettivi per imprese e famiglie. “No a interventi a pioggia, preferisco interventi mirati per imprese e famiglie a reddito più basso. Ma dipenderà dagli eventi: nulla è da escludere”. Così il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in un’intervista a Repubblica. “I mercati si stanno attrezzando a una situazione di prolungata instabilità: l’Opec aumenta la produzione e si rafforzano rotte alternative. Ma il mondo in cui viviamo è segnato da conflitto, imprevedibilità e incertezza. Dobbiamo ridurre la dipendenza dall’estero e puntare sull’autonomia strategica, a partire da energia elettrica e materie prime critiche“. Tornerà a fare pressing sui petrolieri? “Serve responsabilità da parte di tutti. Se però i prezzi alla fonte dovessero crescere sensibilmente a fronte di blocchi alla navigazione, adotteremo misure efficaci e tempestive, come già fatto”, ribadisce Urso.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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Dieci anni fa l’incidente ferroviario sulla Andria-Corato, Mattarella alla cerimonia in ricordo delle 23 vittime / Video

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ROMA (ITALPRESS) – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha partecipato ad Andria alla cerimonia in ricordo delle vittime dell’incidente ferroviario sulla linea Andria-Corato, nel quale dieci anni fa, il 12 luglio 2016, persero la vita 23 persone e ne rimasero ferite molte altre. Al suo arrivo in Piazza dei Bersaglieri, Mattarella ha deposto una corona di fiori davanti alla lapide commemorativa. Alle 11.05, orario dello scontro dei due treni, è stato osservato un minuto di silenzio; poi 23 rintocchi di campana e la lettura dei nomi delle vittime. Durante la cerimonia sono intervenuti la sindaca di Andria, Giovanna Bruno, e il Presidente della Regione Puglia, Antonio De Caro. Al termine degli interventi istituzionali, il Capo dello Stato si è recato nel piazzale intitolato alle vittime dell’incidente, dove è stata installata una statua commemorativa.

DECARO “FERITA CHE NON SI RIMARGINERA’ MAI”

“Oggi qui ad Andria il sole splende forte. È lo stesso sole che bruciava sulle macerie del disastro ferroviario del 12 luglio di dieci anni fa, nelle campagne tra Andria e Corato. Alle 11:05 di una calda giornata d’estate, un boato ha squarciato i cieli sereni e ha spezzato la vita di 23 persone, distruggendo per sempre le loro famiglie. Una ferita profonda che non si rimarginerà mai e che ha segnato per sempre la storia della Puglia e dei pugliesi. Da quel giorno sono passati dieci anni, ma l’atrocità di quel disastro resterà impressa nei nostri occhi e nei nostri cuori. Perché una vita spezzata lo è per sempre. E mentre tutto intorno a noi, seppur a fatica, ha inseguito disperatamente il tentativo di tornare alla normalità, a voi, familiari delle vittime, nessuno restituirà i vostri figli, le vostre sorelle, i vostri fratelli, le vostre madri e i vostri padri”. Lo ha detto il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro.

– foto Quirinale –

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