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Economia

Space Economy, filiera da 3,1 miliardi

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MILANO (ITALPRESS) – Si è svolto a Milano il Tavolo strategico sulla finanza e gli investimenti per la Space Economy italiana, alla presenza del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Sen. Adolfo Urso, del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, dei rappresentanti del Parlamento, del Governo, di AIAD, ASAS e AIPAS in rappresentanza dell’industria spaziale nazionale, di Confindustria, del sistema bancario, della finanza, dei fondi di investimento e dei principali operatori del settore. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha concluso i lavori in una sessione a porte chiuse. L’iniziativa è stata promossa e organizzata dall’Intergruppo Parlamentare per la Space Economy insieme con l’Agenzia Spaziale Italiana, con il supporto di COMINT e UPSA, con il patrocinio di Regione Lombardia e Assolombarda, con il supporto di Inrete – Relazioni Istituzionali e Comunicazione e di SDA Bocconi SEE Lab e con il contributo di Fondazione PwC.

Gli Stati Generali della Space economy italiana, tenutosi alla Torre Libeskind di Milano sede di PwC, si confermano il principale momento nazionale di confronto sulle prospettive della Space Economy italiana. L’incontro rappresenta una delle tappe di Spazio Italia 2.0 – Stati Generali della Space Economy 2026 ed è stato promosso con l’obiettivo di avviare un confronto tra Parlamento, Governo, industria spaziale nazionale, sistema finanziario ed economico e istituzioni per definire, attraverso una visione condivisa, nuovi strumenti finanziari, normativi e di politica industriale utili a sostenere nel prossimo decennio la più ampia attuazione delle politiche spaziali italiane, la piena partecipazione dell’Italia ai principali programmi spaziali internazionali con ESA, NASA e le altre agenzie spaziali governative, il rafforzamento dell’accesso autonomo dell’Italia allo spazio e l’ulteriore sviluppo del mercato nazionale e commerciale della Space Economy, attraverso una mobilitazione sempre più efficace e coordinata di capitali privati, insieme alle risorse pubbliche.

Il confronto si inserisce in una fase di forte espansione della Space Economy italiana. Tra il 2021 e il 2024 il fatturato della filiera spaziale è cresciuto da 1,9 a 3,1 miliardi di euro, mentre gli occupati sono aumentati da 5.900 a 8.900 unità. Anche la proiezione internazionale del settore è in costante crescita: l’export dell’aerospazio è aumentato del 23,3% rispetto al 2022 e gli investimenti esteri del 37,1%. Nel 2025 il mercato italiano dei servizi di Osservazione della Terra ha raggiunto i 340 milioni di euro, con una crescita del 73% rispetto al 2022, superiore a quella del mercato europeo (+65%). A livello globale, l’economia dello spazio è destinata a raggiungere ricavi per 1.790 miliardi di dollari entro il 2035 e rappresenta uno dei comparti con il più elevato effetto moltiplicatore degli investimenti: secondo l’ESA, ogni euro investito nei programmi spaziali può generare fino a 4 euro di valore economico e attrarre fino a 2,8 euro di ulteriori investimenti privati.

Nel corso del confronto è emerso come la Space Economy rappresenti oggi più che mai, un settore strategico che integra manifattura avanzata, digitale, ricerca scientifica e innovazione, generando applicazioni sempre più rilevanti per le telecomunicazioni, l’osservazione della Terra, la mobilità, la difesa, la sostenibilità ambientale e la gestione delle infrastrutture critiche. Un patrimonio industriale e tecnologico che vede l’Italia tra i protagonisti in Europa e che richiede una visione condivisa tra istituzioni, imprese e sistema finanziario per garantirne anche in futuro la competitività. Ad introdurre la mattinata di lavori, con un saluto istituzionale, è stato Andrea Mascaretti, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare per la Space Economy, che ha ribadito il valore degli Stati Generali come luogo di confronto permanente tra politica, industria e stakeholder del settore, con l’obiettivo di accompagnare la crescita della filiera spaziale italiana attraverso una strategia nazionale condivisa.

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“Siamo al lavoro per costruire nuovi strumenti a sostegno delle politiche strategiche spaziali italiane e per supportare lo sviluppo del mercato commerciale nazionale della Space Economy – ha detto Mascaretti -. Lo Spazio è ormai uno dei principali fattori di competitività economica, innovazione tecnologica e sicurezza strategica. Per questo abbiamo voluto riunire attorno allo stesso tavolo Governo, industria spaziale, sistema finanziario e mondo dell’economia, affinché possano condividere insieme ai Parlamentari una visione comune sulle sfide che attendono il nostro Paese nei prossimi dieci anni. L’obiettivo dell’iniziativa è duplice. Da una parte sostenere un’industria spaziale italiana che rappresenta già oggi una delle eccellenze del nostro sistema produttivo e che, in una fase di straordinaria evoluzione del settore a livello mondiale, deve poter continuare a crescere e competere ai massimi livelli internazionali. Dall’altra accompagnare e accelerare lo sviluppo del mercato commerciale della Space Economy italiana, favorendo l’espansione delle attività svolte da operatori privati e la nascita di nuove opportunità industriali e imprenditoriali. Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno dimostrato come la progressiva apertura del settore agli investimenti privati abbia generato una profonda trasformazione dell’economia dello spazio. Maggiore competizione, più innovazione, tempi di sviluppo più rapidi, riduzione dei costi e un ecosistema industriale capace di attrarre capitali, creare occupazione altamente qualificata e sviluppare servizi che oggi fanno parte della vita quotidiana di cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. Con la legge italiana sulla Space Economy del 2025 il nostro Paese si è dotato di un quadro normativo moderno e tra i più avanzati in Europa. Oggi siamo chiamati a un passo ulteriore: individuare tutti insieme, Governo, Parlamento, industria e sistema finanziario, nuovi strumenti capaci di accompagnare una crescita sempre più veloce del settore, sostenere nel lungo periodo le politiche strategiche spaziali italiane e favorire lo sviluppo del mercato commerciale nazionale della Space Economy’.

Ad aprire i lavori con un intervento sugli investimenti del Governo e sulla politica industriale spaziale nazionale è stato il Sen. Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata per le politiche spaziali, che ha sottolineato il valore dello Spazio come settore strategico per l’Italia, evidenziando la necessità di sostenere la crescita della filiera italiana e valorizzare il patrimonio di competenze presenti nel Paese. Per Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, “l’Italia sta consolidando il proprio ruolo tra i protagonisti della Space Economy europea. Il Governo ha scommesso fin dall’inizio sul comparto, stanziando con diversi provvedimenti oltre 10 miliardi di euro e valorizzando anche le risorse del PNRR, che hanno già consentito la realizzazione di quattro Space Factory e la nascita di una rete di 16 distretti industriali distribuiti lungo tutto il Paese. Lo spazio unisce l’Italia: da Nord a Sud stiamo costruendo una filiera sempre più forte e competitiva, capace di trasformare ricerca, innovazione e manifattura avanzata in crescita, occupazione qualificata e autonomia tecnologica. La scelta di riunire a Roma, il prossimo 15 dicembre, sotto la Presidenza italiana, la Ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea per riprogrammare alcuni interventi finanziari alla luce del nuovo contesto internazionale conferma la centralità del nostro Paese in Europa e la sua vocazione a essere protagonista della nuova avventura spaziale dell’umanità. Ora è fondamentale affiancare agli investimenti pubblici una maggiore mobilitazione di capitali privati, per sostenere lo sviluppo del settore e cogliere le opportunità di un mercato in continua espansione. La rotta è tracciata: consolidare una filiera nazionale sempre più innovativa e competitiva, rafforzando la sovranità tecnologica e la capacità dell’Italia di guidare le sfide della nuova economia dello spazio”.

All’incontro ha partecipato anche Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia, che ha evidenziato il ruolo del territorio lombardo come uno dei principali poli europei dell’aerospazio e dell’innovazione. La Lombardia, grazie alla presenza di imprese, università, centri di ricerca e competenze altamente qualificate, rappresenta infatti un laboratorio naturale per lo sviluppo della Space Economy e per la costruzione di nuove sinergie tra sistema produttivo, sistema finanziario e istituzioni. “La Lombardia crede fortemente nella Space Economy e nella necessità di continuare a sostenere una filiera strategica per la competitività del Paese – ha detto Fontana -. Per questo guardiamo con grande interesse alla realizzazione di una Zona di Innovazione e Sviluppo dedicata al comparto, che consentirebbe di mettere a sistema le eccellenze già presenti sul territorio, a partire dall’area di Varese, dove si concentra un patrimonio unico di imprese, competenze e capacità industriali. L’obiettivo è creare un ecosistema sempre più integrato, capace di favorire la collaborazione tra aziende, università e centri di ricerca, accelerando innovazione, investimenti e sviluppo. Accogliamo quindi con soddisfazione l’apertura manifestata oggi dal Governo su questo percorso: è un segnale importante, che attendiamo possa tradursi rapidamente in un confronto operativo con i territori, per rafforzare uno dei principali poli aerospaziali europei e cogliere appieno le opportunità offerte dalla nuova economia dello spazio”.

A portare il punto di vista dell’industria e degli stakeholder del settore sono stati quindi i rappresentanti di alcune delle aziende che sostengono e partecipano agli Stati Generali della Space Economy, dalla tavola rotonda a cui hanno preso parte è emerso che la crescita della Space Economy richieda oggi una maggiore integrazione tra industria, mondo finanziario, ricerca e istituzioni, insieme alla capacità di trasformare l’eccellenza tecnologica italiana in nuovi prodotti, servizi e opportunità di mercato. Per Massimo Claudio Comparini, Managing Director della Divisione Spazio di Leonardo, “la space economy sta entrando in una nuova fase in cui il valore sarà sempre più legato ai servizi, ai dati e alle applicazioni rese possibili dalle infrastrutture spaziali che oggi realizziamo. In questa prospettiva Leonardo ha, ad esempio, investito mezzo miliardo di euro in una costellazione proprietaria di osservazione della Terra, un sistema interconnesso e con capacità di supercalcolo a bordo, e nel rafforzamento della propria Divisione Spazio, insieme alle competenze di Telespazio e Thales Alenia Space Italia, con un focus anche sull’esplorazione, ad esempio attraverso il programma per il modulo della prima casa sulla Luna e per una futura rete di navigazione e comunicazione lunare. L’Italia dispone di una filiera industriale e tecnologica di grande qualità: la sfida è rendere sempre più stretta la collaborazione tra grandi imprese, pmi, startup e centri di ricerca e favorire la contaminazione e convergenza dell’innovazione spaziale con le tecnologie digitali, l’Intelligenza Artificiale, il super calcolo. Oggi esiste anche una crescente consapevolezza, da parte del mondo finanziario e industriale, che investire nello spazio significa investire in competitività, innovazione e sviluppo. L’Italia ha tutti gli elementi per giocare un ruolo da protagonista a livello globale”.

Secondo David Avino CEO e Founder Argotec, “lo Spazio sta entrando in una nuova fase della sua evoluzione: non parliamo più soltanto di costellazioni satellitari, ma di soluzioni data-driven capaci di trasformare i dati in informazioni ad altissimo valore aggiunto. In questa nuova era, il fulcro della traiettoria industriale è rappresentato da tecnologie native dual-use e dalla capacità di processare i dati direttamente in orbita, mettendo a disposizione degli utenti finali informazioni in near real-time. Si tratta di asset strategici essenziali per la Pubblica Amministrazione, la Protezione Civile, la Difesa e il settore privato perché consentono di prendere decisioni critiche con maggiore tempestività, precisione ed efficacia. In Argotec, lavoriamo ogni giorno per sviluppare sistemi spaziali che trasformano i dati in capacità operativa, un motore invisibile, ma vitale per la sicurezza, la sostenibilità e la competitività del nostro Paese. L’Italia possiede tutte le capacità industriali e tecnologiche per ricoprire un ruolo centrale in questo nuovo scenario. È però necessario creare un ecosistema capace di attrarre investimenti e capitali internazionali per poter competere a livello globale”.

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“Siamo felici di ospitare gli Stati Generali della Space Economy per contribuire a delineare il futuro di un settore destinato a giocare un ruolo sempre più centrale nella competitività del Paese. La space economy rappresenta infatti un potente abilitatore di innovazione, con ricadute trasversali su numerose filiere industriali e tecnologiche – sottolinea Alessandro Grandinetti, Partner Markets & Clients Leader di PwC Italia -. L’Italia ha dimostrato una visione pionieristica, diventando il primo Paese ad aver adottato una legge organica dedicata al tema: un segnale importante che rafforza il posizionamento nazionale in un comparto ad alto valore strategico. Nell’ambito dei valori di Fondazione PwC Italia crediamo nell’importanza del dialogo tra pubblico e privato per accompagnare la crescita di questo ecosistema e trasformare l’innovazione in opportunità concrete per il sistema economico e sociale”.

‘Thales Alenia Space crede e investe fortemente nella sua filiera, integrando più di 250 piccole e medie imprese italiane nella catena del valore, promuovendo da anni le eccellenze nazionali, come dimostra anche la nostra attiva partecipazione nei distretti aerospaziali regionali – ha detto Ornella Bombaci, Direttrice del Competence Centre System Engineering Thales Alenia Space Italia -; solo per citarne alcuni: Piemonte, Lombardia e Abruzzo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha sicuramente dato nuovo slancio per rafforzare le competenze nazionali nella space economy, ma da sempre la nostra azienda investe in infrastrutture e tecnologie, come dimostrato dalla Space Smart Factory e da nuovi programmi di punta nell’Osservazione della Terra come la costellazione IRIDE’. Per Roberto Aceti, CEO di OHB Italia, ‘gli Stati Generali della Space Economy rappresentano un’importante occasione per costruire una visione condivisa del futuro dello spazio in Italia. Oggi il nostro Paese può contare su una filiera industriale, scientifica e tecnologica tra le più avanzate d’Europa, con competenze che spaziano dall’osservazione della Terra all’esplorazione spaziale, dalle telecomunicazioni alla sicurezza. La sfida è trasformare questo patrimonio in una strategia di lungo periodo capace di rafforzare la competitività nazionale, sostenere l’autonomia strategica europea e generare valore per l’intero sistema economico. Come OHB Italia siamo orgogliosi di contribuire a questo percorso, mettendo a disposizione la nostra esperienza come prime contractor di alcune delle più importanti missioni spaziali europee e italiane’.

“La sfida della space economy non è più sviluppare nuove tecnologie ma trasformare l’innovazione in capacità industriali permanenti, servizi operativi e vantaggio competitivo. Le esperienze che stiamo sviluppando in RINA dimostrano che questo è possibile quando ricerca, proprietà intellettuale, capitale pubblico e privato lavorano in continuità con il mercato – ha spiegato Daniele Calderoni Parronchi, Chief Strategy & Innovation di RINA -. Il vero indicatore di successo non è il numero di progetti finanziati ma la capacità di accompagnare le tecnologie dal laboratorio alle applicazioni industriali. Solo così l’innovazione genera crescita economica, competitività e valore duraturo per il Paese”.

– Foto ufficio stampa Intergruppo Parlamentare per la Space Economy –

(ITALPRESS).

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Optima Italia, crescita record nel 2025: 850 mila utenze e ricavi a 430,7 milioni

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RIMINI (ITALPRESS) – Ricavi in crescita del 16,9% e nuovo massimo storico per Optima Italia che chiude il 2025 a quota 430,7 milioni di euro, (368,6 milioni nel 2024), con 850 mila utenze attive tra energia e telecomunicazioni. Un risultato che conferma il percorso di crescita dell’azienda, che da oltre 25 anni punta sull’integrazione dei servizi e sulla digitalizzazione per semplificare la gestione delle esigenze di famiglie e imprese.
Nata a Napoli nel 1999, Optima oggi è una Digital Company italiana che opera nei settori Energy e Telco, con servizi di Luce, Gas, Internet e Mobile. A sostenere lo sviluppo sono stati l’espansione della rete commerciale e dei canali digitali, la crescita del comparto Telco e gli investimenti nell’esperienza del cliente e nelle piattaforme tecnologiche proprietarie, raggiungendo circa 200 mila utenze nel comparto Energy e 650 mila nel comparto Telco, tra Mobile e Fibra.
Nel 2025 gli investimenti complessivi hanno raggiunto 59,4 milioni di euro, di cui 51,7 milioni riferiti agli investimenti commerciali, in aumento rispetto ai 45,7 milioni del 2024 e finalizzati principalmente all’acquisizione e allo sviluppo della clientela. Per quanto riguarda la redditività, l’Ebitda si è attestato a 72,7 milioni di euro, con un’incidenza sui ricavi del 16,9% (il dato include costi di natura straordinaria sostenuti nel corso dell’esercizio, al netto dei quali l’Ebitda avrebbe registrato una crescita). L’Ebit è stato pari a 11,6 milioni di euro, mentre l’utile netto è di 3,8 milioni.
La gestione ha prodotto un flusso di cassa operativo di 67,5 milioni di euro e un free cash flow di circa 11,5 milioni, confermando la capacità del modello di business di finanziare una quota significativa dello sviluppo attraverso risorse generate internamente. La Posizione Finanziaria Netta adjusted è risultata pari a 30,9 milioni di euro, rispetto ai 22,6 milioni di fine 2024, dopo aver sostenuto gli investimenti e l’operazione di riacquisto di azioni proprie. Il rapporto tra PFN adjusted ed Ebitda resta contenuto, attestandosi a circa 0,42 volte. Il patrimonio netto è salito a 45,5 milioni di euro, rispetto ai 20,5 milioni del 2024.
Il modello Optima si rivolge oggi a un pubblico ampio e diversificato, con soluzioni pensate per famiglie, professionisti, piccole e medie imprese e realtà corporate, mantenendo come elemento comune l’integrazione tra servizi, la digitalizzazione dei processi e la semplificazione della relazione con il cliente. Nel tempo l’azienda ha inoltre sviluppato competenze verticali e soluzioni dedicate a segmenti caratterizzati da esigenze specifiche, come il mondo dei condomini e delle relative amministrazioni e quello delle Pubbliche Amministrazioni.
La capacità di adattare l’offerta alle caratteristiche dei diversi mercati consente a Optima di accompagnare clienti con esigenze molto differenti, dal privato alla grande organizzazione, mantenendo una stessa filosofia: ridurre la complessità, integrare più servizi e utilizzare tecnologia e competenze specialistiche per semplificarne la gestione. E’ proprio questa capacità di evolvere continuamente l’offerta intorno alle necessità dei clienti che rappresenta uno dei principali driver dello sviluppo dell’azienda.
“I risultati del 2025 confermano la forza di un approccio innovativo che parte da un obiettivo molto semplice: migliorare la vita di persone, imprese e Pubbliche Amministrazioni, riducendo la complessità nella gestione dei servizi – dichiara Marco Realfonzo, CEO e CCO di Optima Italia -. L’integrazione è da sempre uno dei tratti distintivi di Optima: mettere insieme più servizi significa offrire al cliente un’esperienza più semplice, un unico punto di riferimento e, allo stesso tempo, creare condizioni di maggiore convenienza per chi sceglie di concentrare più utenze e servizi con noi. Continuiamo ad ampliare il nostro ecosistema e a investire in tecnologia, innovazione e qualità della relazione con i clienti. La convention “We Are Optima” rappresenta il momento ideale per condividere questa visione con la nostra rete e con tutte le persone che ogni giorno contribuiscono alla crescita dell’azienda”.
“La crescita dei ricavi si è accompagnata a una redditività solida e a una significativa capacità di generare cassa – sottolinea Giancarlo Gargiulo, CEO e CFO di Optima Italia -. Nel corso dell’anno abbiamo sostenuto quasi 60 milioni di euro di investimenti e completato operazioni societarie di grande rilievo, mantenendo il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda al di sotto di 0,5 volte. Il rafforzamento patrimoniale e la capacità di autofinanziamento rappresentano basi concrete per proseguire il nostro percorso di sviluppo e creare valore nel lungo periodo”.

– Foto ufficio stampa Optima Italia –
(ITALPRESS).

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Economia

Imprese, l’indagine di Confapi: sistema resiliente, ma preoccupa lo stretto di Hormuz

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ROMA (ITALPRESS) – Scarsi effetti dai dazi Usa, molta preoccupazione per il perdurare delle difficoltà alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, crescita programmata degli investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale, basso ricorso e aumento delle difficoltà nell’accesso al credito. È la fotografia scattata da Confapi, che ha presentato oggi i risultati del nuovo Rapporto Congiunturale sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per il secondo semestre delle piccole e medie imprese industriali, basato su un campione di 2.000 aziende associate.

Le imprese italiane temono diversi impatti per la crisi in Medio Oriente e per la situazione dello Stretto di Hormuz: per il 69,5% sono attesi effetti negativi per le attività, con una conseguente diminuzione della redditività, mentre per il 50% delle Pmi le ricadute negative del blocco di Hormuz sono già in corso.

I blocchi logistici e i conseguenti rincari energetici sono percepiti come “una minaccia immediata e sistemica per la produzione, con un ricadute su fatturato, ordini e utili”. L’analisi dell’impatto dei dazi statunitensi sull’attività delle imprese, invece, evidenzia per l’87,5% del campione effetti limitati sulle Pmi industriali pur segnalando aree di attenzione legate all’aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento.

Nel primo semestre 2026, meno della metà delle imprese (48,3%) ha effettuato investimenti, con il 51,7 che non ha programmato invece piani pluriennali di crescita. Crescono invece gli investimenti nelle tecnologie AI, che vengono considerate dalle imprese “una leva imprescindibile per incrementare la produttività (60,7%), ottimizzare i costi (90,1%) e potenziare capacità di elaborazione e gestione dei dati (82%)”.

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Aumenta però la preoccupazione per l’accesso al credito: nel periodo di riferimento, il 66,5% delle Pmi industriali italiane non ha avanzato domande al sistema bancario per nuove risorse finanziarie, percentuale in crescita del 7,8% rispetto al 2025. Questo dato, per Confapi, “testimonia la percezione di una forte difficoltà nella richiesta di credito, spingendo la maggioranza delle aziende a non tentare nemmeno l’interlocuzione con gli istituti bancari per timore di rifiuti (35%), condizioni troppo onerose (30,8%) o richiesta di eccessive garanzie (27%), con conseguenti scelte di autofinanziamento da parte delle Pmi”. È evidente “una profonda distanza tra le necessità del sistema produttivo e l’offerta del sistema bancario, che si traduce quindi in un fenomeno di rinuncia preventiva, con il 56% delle Pmi che ricorre all’autofinanziamento con conseguente indebolimento degli asset patrimoniali”.

“Dalla nostra indagine – spiega il presidente Cristian Camisaemerge una crescente preoccupazione per una situazione che continua a protrarsi e che si sta trasformando in un peggioramento nel secondo semestre, alimentando un clima di forte e persistente incertezza. Per le nostre imprese non c’è fattore più penalizzante dell’incertezza: quando il quadro cambia continuamente, le aziende tendono inevitabilmente a rimandare gli investimenti e a rivedere o rinviare le proprie strategie sui mercati esteri”, sottolinea. “Alle problematiche dovute alle crisi internazionali si aggiungono oggi quelle sempre più evidenti nell’accesso al credito, che rischiano di frenare ulteriormente la capacità di investimento e di crescita delle imprese”, prosegue.

“Come sempre, le Pmi italiane stanno dimostrando una straordinaria resilienza e una grande capacità di tenuta. Ma proprio per sostenerle è necessario, ora più che mai, un intervento strutturale da parte delle Istituzioni e del Governo. Occorre una politica industriale chiara, strumenti concreti e condizioni di maggiore stabilità, affinché le imprese”, conclude Camisa.

-Foto col4/Italpress-
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Imprese, l’indagine di Confapi: sistema resiliente, ma preoccupa lo stretto di Hormuz

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ROMA (ITALPRESS) – Scarsi effetti dai dazi Usa, molta preoccupazione per il perdurare delle difficoltà alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, crescita programmata degli investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale, basso ricorso e aumento delle difficoltà nell’accesso al credito. È la fotografia scattata da Confapi, che ha presentato oggi i risultati del nuovo Rapporto Congiunturale sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per il secondo semestre delle piccole e medie imprese industriali, basato su un campione di 2.000 aziende associate.

Le imprese italiane temono diversi impatti per la crisi in Medio Oriente e per la situazione dello Stretto di Hormuz: per il 69,5% sono attesi effetti negativi per le attività, con una conseguente diminuzione della redditività, mentre per il 50% delle Pmi le ricadute negative del blocco di Hormuz sono già in corso.

I blocchi logistici e i conseguenti rincari energetici sono percepiti come “una minaccia immediata e sistemica per la produzione, con un ricadute su fatturato, ordini e utili”. L’analisi dell’impatto dei dazi statunitensi sull’attività delle imprese, invece, evidenzia per l’87,5% del campione effetti limitati sulle Pmi industriali pur segnalando aree di attenzione legate all’aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento.

Nel primo semestre 2026, meno della metà delle imprese (48,3%) ha effettuato investimenti, con il 51,7 che non ha programmato invece piani pluriennali di crescita. Crescono invece gli investimenti nelle tecnologie AI, che vengono considerate dalle imprese “una leva imprescindibile per incrementare la produttività (60,7%), ottimizzare i costi (90,1%) e potenziare capacità di elaborazione e gestione dei dati (82%)”.

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Aumenta però la preoccupazione per l’accesso al credito: nel periodo di riferimento, il 66,5% delle Pmi industriali italiane non ha avanzato domande al sistema bancario per nuove risorse finanziarie, percentuale in crescita del 7,8% rispetto al 2025. Questo dato, per Confapi, “testimonia la percezione di una forte difficoltà nella richiesta di credito, spingendo la maggioranza delle aziende a non tentare nemmeno l’interlocuzione con gli istituti bancari per timore di rifiuti (35%), condizioni troppo onerose (30,8%) o richiesta di eccessive garanzie (27%), con conseguenti scelte di autofinanziamento da parte delle Pmi”. È evidente “una profonda distanza tra le necessità del sistema produttivo e l’offerta del sistema bancario, che si traduce quindi in un fenomeno di rinuncia preventiva, con il 56% delle Pmi che ricorre all’autofinanziamento con conseguente indebolimento degli asset patrimoniali”.

“Dalla nostra indagine – spiega il presidente Cristian Camisaemerge una crescente preoccupazione per una situazione che continua a protrarsi e che si sta trasformando in un peggioramento nel secondo semestre, alimentando un clima di forte e persistente incertezza. Per le nostre imprese non c’è fattore più penalizzante dell’incertezza: quando il quadro cambia continuamente, le aziende tendono inevitabilmente a rimandare gli investimenti e a rivedere o rinviare le proprie strategie sui mercati esteri”, sottolinea. “Alle problematiche dovute alle crisi internazionali si aggiungono oggi quelle sempre più evidenti nell’accesso al credito, che rischiano di frenare ulteriormente la capacità di investimento e di crescita delle imprese”, prosegue.

“Come sempre, le Pmi italiane stanno dimostrando una straordinaria resilienza e una grande capacità di tenuta. Ma proprio per sostenerle è necessario, ora più che mai, un intervento strutturale da parte delle Istituzioni e del Governo. Occorre una politica industriale chiara, strumenti concreti e condizioni di maggiore stabilità, affinché le imprese”, conclude Camisa.

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