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Economia

L’Ice compie 100 anni: dal 1926 triplicato il rapporto export-Pil, nel 2025 ha raggiunto il 32,2% / Video

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ROMA (ITALPRESS) – Nel 1926 le esportazioni di beni e servizi valevano circa il 12% del Pil italiano. Oggi quel rapporto è quasi triplicato, raggiungendo il 32,2% nel 2025. È la misura della trasformazione dell’Italia in una delle principali economie esportatrici del mondo e, insieme, del percorso dell’ICE, nato nel 1926 come Istituto Nazionale per l’Esportazione per accompagnare le imprese italiane sui mercati esteri.

Questi alcuni dati che emergono in occasione della celebrazione del Centenario dell’ICE, unita alla presentazione del 40° Rapporto ICE “L’Italia nell’economia internazionale” e dell’Annuario Istat-ICE “Commercio estero e attività internazionali delle imprese”, alla presenza, tra gli altri, del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani; del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso; del ministro dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida, e del ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, insieme ai saluti del presidente dell’ICE, Matteo Zoppas, e del presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli.

Dal dopoguerra al miracolo economico, tra fiere, missioni imprenditoriali e una rete sempre più estesa di uffici nel mondo, ICE contribuisce alla crescita del Made in Italy e all’internazionalizzazione delle imprese, soprattutto delle PMI. Dalla metà degli anni Novanta l’avanzo commerciale si consolida come tratto distintivo della competitività del sistema manifatturiero italiano.

Con la globalizzazione del nuovo millennio, il ruolo di ICE si evolve da promozione commerciale a supporto consulenziale, in sinergia con Istituzioni, associazioni di categoria e Sistema Diplomatico. Le riorganizzazioni a partire dal 2011 ne fanno uno strumento chiave della diplomazia economica, con la nuova missione di attrarre investimenti esteri in Italia. Oggi, tra tensioni geopolitiche e transizioni energetica e digitale, la competitività non dipende più solo da dimensione d’impresa o materie prime, ma dalla capacità di trasformare conoscenza, cultura e territorio in valore: la forza del Made in Italy che ICE ha contribuito a raccontare nel mondo.

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A distanza di cento anni, le nuove rotte dell’internazionalizzazione stanno producendo risultati concreti: l’Italia è oggi il quinto esportatore mondiale di merci, può contare su un nucleo stabile di circa 82 mila imprese esportatrici, responsabili del 99% delle esportazioni nazionali nel triennio 2023-2025, e dispone di un ampio potenziale di crescita ancora da valorizzare.

Dalla seconda metà degli anni Cinquanta il valore reale delle esportazioni ha seguito un percorso di crescita pressoché continuo, interrotto solo dagli shock petroliferi degli anni Settanta, dalla crisi finanziaria del 2008-2009, dalla pandemia del 2020 e dalla crisi energetica del 2022, dimostrando ogni volta una significativa capacità di recupero.

Parallelamente è cambiato anche il modello di sviluppo del Paese: dopo decenni di disavanzi commerciali dovuti alla forte dipendenza dalle importazioni di materie prime ed energia, dalla metà degli anni Novanta l’Italia ha consolidato un avanzo commerciale strutturale, riflesso anche della crescente competitività del proprio sistema manifatturiero. Oggi le esportazioni hanno raggiunto volumi reali oltre dieci volte superiori rispetto agli anni Settanta, confermando il ruolo sempre più centrale della domanda estera come motore della crescita economica e della competitività del Paese. Il sistema esportatore italiano conferma una significativa capacità di tenuta.

Dopo la sostanziale stabilità del valore delle esportazioni nel 2023 e la lieve flessione del 2024, nel 2025 l’export di merci è tornato a crescere del 3,3%, raggiungendo 643 miliardi di euro: 163 miliardi in più rispetto al 2019. La dinamica è risultata superiore a quella media dell’Unione Europea e delle sue principali economie, consentendo all’Italia di diventare il quinto esportatore mondiale di merci contendendo al Giappone la quarta posizione

. La crescita è stata sostenuta soprattutto dalla farmaceutica e, in misura più contenuta, dai metalli e dall’agroalimentare, a fronte delle difficoltà di alcuni comparti tradizionalmente rilevanti, tra cui macchinari, autoveicoli e sistema moda.

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Nonostante le recenti crisi, le esportazioni italiane sono cresciute in valore del 3,2% nel primo quadrimestre del 2026. Gli Stati Uniti mantengono un ruolo centrale per l’export italiano, ma i recenti rialzi tariffari rendono ancora più rilevante ampliare la presenza nei mercati con maggiore potenziale di crescita, anche sfruttando le opportunità offerte dai nuovi accordi commerciali dell’Unione Europea, tra cui quelli con Mercosur, Australia e India destinati ad ampliare significativamente gli spazi di accesso delle imprese italiane ai mercati internazionali.

L’Italia in particolare pesa per l’11% dell’export UE verso il mercato indiano, per un importo annuo di 5,5 miliardi nel 2025. Secondo le ultime stime, entro il 2032 dovrebbe raddoppiare l’export UE verso l’India, facendo risparmiare alle imprese circa 4 miliardi di euro all’anno in dazi.

L’analisi a livello di impresa mostra, al tempo stesso, che la forza dell’export italiano poggia su un nucleo ampio di esportatori stabilmente presenti sui mercati internazionali. Su oltre 120 mila imprese esportatrici attive nel 2023, quasi 82 mila hanno mantenuto una presenza continuativa all’estero nel biennio successivo e circa 51 mila esportano senza interruzioni dal 2017, rappresentando il nucleo più solido del sistema esportatore nazionale.

TAJANI “L’EXPORT STA RAGGIUNGENDO IL 40% DEL PIL”

L’obiettivo dei 700 miliardi di export “credo sia raggiungibile, tutti i dati lo danno in crescita e vuol dire che la strategia di diversificazione ha pagato, c’è un grande segnale di impegno del governo che conferma che si può aiutare chi esporta. Stiamo andando verso il 40% del Pil grazie alle esportazioni”. Così il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a margine della celebrazione del Centenario dell’ICE. “Il nostro Paese può contare sempre di più su una rete di esportazione di qualità. L’Ice è una delle grandi protagoniste della nostra azione”, aggiunge.

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URSO “L’ITALIA E’ IL QUARTO PAESE ESPORTATORE”

“Questo centenario” dell’ICE “cade in un momento importante, in cui l’Italia, d’un balzo, supera i giganti asiatici come il Giappone e la Corea del Sud, diventando il quarto Paese esportatore mondiale. Questo a dimostrazione di un sistema produttivo che è più resiliente, è più dinamico di altri perché è meglio diversificato nei prodotti, nelle filiere e nei mercati, quindi, più capace di cogliere le opportunità anche nei momenti di crisi”. Lo afferma il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine della celebrazione del Centenario dell’ICE. 

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-Foto xb1/Italpress-
(ITALPRESS).

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Optima Italia, crescita record nel 2025: 850 mila utenze e ricavi a 430,7 milioni

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RIMINI (ITALPRESS) – Ricavi in crescita del 16,9% e nuovo massimo storico per Optima Italia che chiude il 2025 a quota 430,7 milioni di euro, (368,6 milioni nel 2024), con 850 mila utenze attive tra energia e telecomunicazioni. Un risultato che conferma il percorso di crescita dell’azienda, che da oltre 25 anni punta sull’integrazione dei servizi e sulla digitalizzazione per semplificare la gestione delle esigenze di famiglie e imprese.
Nata a Napoli nel 1999, Optima oggi è una Digital Company italiana che opera nei settori Energy e Telco, con servizi di Luce, Gas, Internet e Mobile. A sostenere lo sviluppo sono stati l’espansione della rete commerciale e dei canali digitali, la crescita del comparto Telco e gli investimenti nell’esperienza del cliente e nelle piattaforme tecnologiche proprietarie, raggiungendo circa 200 mila utenze nel comparto Energy e 650 mila nel comparto Telco, tra Mobile e Fibra.
Nel 2025 gli investimenti complessivi hanno raggiunto 59,4 milioni di euro, di cui 51,7 milioni riferiti agli investimenti commerciali, in aumento rispetto ai 45,7 milioni del 2024 e finalizzati principalmente all’acquisizione e allo sviluppo della clientela. Per quanto riguarda la redditività, l’Ebitda si è attestato a 72,7 milioni di euro, con un’incidenza sui ricavi del 16,9% (il dato include costi di natura straordinaria sostenuti nel corso dell’esercizio, al netto dei quali l’Ebitda avrebbe registrato una crescita). L’Ebit è stato pari a 11,6 milioni di euro, mentre l’utile netto è di 3,8 milioni.
La gestione ha prodotto un flusso di cassa operativo di 67,5 milioni di euro e un free cash flow di circa 11,5 milioni, confermando la capacità del modello di business di finanziare una quota significativa dello sviluppo attraverso risorse generate internamente. La Posizione Finanziaria Netta adjusted è risultata pari a 30,9 milioni di euro, rispetto ai 22,6 milioni di fine 2024, dopo aver sostenuto gli investimenti e l’operazione di riacquisto di azioni proprie. Il rapporto tra PFN adjusted ed Ebitda resta contenuto, attestandosi a circa 0,42 volte. Il patrimonio netto è salito a 45,5 milioni di euro, rispetto ai 20,5 milioni del 2024.
Il modello Optima si rivolge oggi a un pubblico ampio e diversificato, con soluzioni pensate per famiglie, professionisti, piccole e medie imprese e realtà corporate, mantenendo come elemento comune l’integrazione tra servizi, la digitalizzazione dei processi e la semplificazione della relazione con il cliente. Nel tempo l’azienda ha inoltre sviluppato competenze verticali e soluzioni dedicate a segmenti caratterizzati da esigenze specifiche, come il mondo dei condomini e delle relative amministrazioni e quello delle Pubbliche Amministrazioni.
La capacità di adattare l’offerta alle caratteristiche dei diversi mercati consente a Optima di accompagnare clienti con esigenze molto differenti, dal privato alla grande organizzazione, mantenendo una stessa filosofia: ridurre la complessità, integrare più servizi e utilizzare tecnologia e competenze specialistiche per semplificarne la gestione. E’ proprio questa capacità di evolvere continuamente l’offerta intorno alle necessità dei clienti che rappresenta uno dei principali driver dello sviluppo dell’azienda.
“I risultati del 2025 confermano la forza di un approccio innovativo che parte da un obiettivo molto semplice: migliorare la vita di persone, imprese e Pubbliche Amministrazioni, riducendo la complessità nella gestione dei servizi – dichiara Marco Realfonzo, CEO e CCO di Optima Italia -. L’integrazione è da sempre uno dei tratti distintivi di Optima: mettere insieme più servizi significa offrire al cliente un’esperienza più semplice, un unico punto di riferimento e, allo stesso tempo, creare condizioni di maggiore convenienza per chi sceglie di concentrare più utenze e servizi con noi. Continuiamo ad ampliare il nostro ecosistema e a investire in tecnologia, innovazione e qualità della relazione con i clienti. La convention “We Are Optima” rappresenta il momento ideale per condividere questa visione con la nostra rete e con tutte le persone che ogni giorno contribuiscono alla crescita dell’azienda”.
“La crescita dei ricavi si è accompagnata a una redditività solida e a una significativa capacità di generare cassa – sottolinea Giancarlo Gargiulo, CEO e CFO di Optima Italia -. Nel corso dell’anno abbiamo sostenuto quasi 60 milioni di euro di investimenti e completato operazioni societarie di grande rilievo, mantenendo il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda al di sotto di 0,5 volte. Il rafforzamento patrimoniale e la capacità di autofinanziamento rappresentano basi concrete per proseguire il nostro percorso di sviluppo e creare valore nel lungo periodo”.

– Foto ufficio stampa Optima Italia –
(ITALPRESS).

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Imprese, l’indagine di Confapi: sistema resiliente, ma preoccupa lo stretto di Hormuz

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ROMA (ITALPRESS) – Scarsi effetti dai dazi Usa, molta preoccupazione per il perdurare delle difficoltà alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, crescita programmata degli investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale, basso ricorso e aumento delle difficoltà nell’accesso al credito. È la fotografia scattata da Confapi, che ha presentato oggi i risultati del nuovo Rapporto Congiunturale sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per il secondo semestre delle piccole e medie imprese industriali, basato su un campione di 2.000 aziende associate.

Le imprese italiane temono diversi impatti per la crisi in Medio Oriente e per la situazione dello Stretto di Hormuz: per il 69,5% sono attesi effetti negativi per le attività, con una conseguente diminuzione della redditività, mentre per il 50% delle Pmi le ricadute negative del blocco di Hormuz sono già in corso.

I blocchi logistici e i conseguenti rincari energetici sono percepiti come “una minaccia immediata e sistemica per la produzione, con un ricadute su fatturato, ordini e utili”. L’analisi dell’impatto dei dazi statunitensi sull’attività delle imprese, invece, evidenzia per l’87,5% del campione effetti limitati sulle Pmi industriali pur segnalando aree di attenzione legate all’aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento.

Nel primo semestre 2026, meno della metà delle imprese (48,3%) ha effettuato investimenti, con il 51,7 che non ha programmato invece piani pluriennali di crescita. Crescono invece gli investimenti nelle tecnologie AI, che vengono considerate dalle imprese “una leva imprescindibile per incrementare la produttività (60,7%), ottimizzare i costi (90,1%) e potenziare capacità di elaborazione e gestione dei dati (82%)”.

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Aumenta però la preoccupazione per l’accesso al credito: nel periodo di riferimento, il 66,5% delle Pmi industriali italiane non ha avanzato domande al sistema bancario per nuove risorse finanziarie, percentuale in crescita del 7,8% rispetto al 2025. Questo dato, per Confapi, “testimonia la percezione di una forte difficoltà nella richiesta di credito, spingendo la maggioranza delle aziende a non tentare nemmeno l’interlocuzione con gli istituti bancari per timore di rifiuti (35%), condizioni troppo onerose (30,8%) o richiesta di eccessive garanzie (27%), con conseguenti scelte di autofinanziamento da parte delle Pmi”. È evidente “una profonda distanza tra le necessità del sistema produttivo e l’offerta del sistema bancario, che si traduce quindi in un fenomeno di rinuncia preventiva, con il 56% delle Pmi che ricorre all’autofinanziamento con conseguente indebolimento degli asset patrimoniali”.

“Dalla nostra indagine – spiega il presidente Cristian Camisaemerge una crescente preoccupazione per una situazione che continua a protrarsi e che si sta trasformando in un peggioramento nel secondo semestre, alimentando un clima di forte e persistente incertezza. Per le nostre imprese non c’è fattore più penalizzante dell’incertezza: quando il quadro cambia continuamente, le aziende tendono inevitabilmente a rimandare gli investimenti e a rivedere o rinviare le proprie strategie sui mercati esteri”, sottolinea. “Alle problematiche dovute alle crisi internazionali si aggiungono oggi quelle sempre più evidenti nell’accesso al credito, che rischiano di frenare ulteriormente la capacità di investimento e di crescita delle imprese”, prosegue.

“Come sempre, le Pmi italiane stanno dimostrando una straordinaria resilienza e una grande capacità di tenuta. Ma proprio per sostenerle è necessario, ora più che mai, un intervento strutturale da parte delle Istituzioni e del Governo. Occorre una politica industriale chiara, strumenti concreti e condizioni di maggiore stabilità, affinché le imprese”, conclude Camisa.

-Foto col4/Italpress-
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Imprese, l’indagine di Confapi: sistema resiliente, ma preoccupa lo stretto di Hormuz

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ROMA (ITALPRESS) – Scarsi effetti dai dazi Usa, molta preoccupazione per il perdurare delle difficoltà alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, crescita programmata degli investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale, basso ricorso e aumento delle difficoltà nell’accesso al credito. È la fotografia scattata da Confapi, che ha presentato oggi i risultati del nuovo Rapporto Congiunturale sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per il secondo semestre delle piccole e medie imprese industriali, basato su un campione di 2.000 aziende associate.

Le imprese italiane temono diversi impatti per la crisi in Medio Oriente e per la situazione dello Stretto di Hormuz: per il 69,5% sono attesi effetti negativi per le attività, con una conseguente diminuzione della redditività, mentre per il 50% delle Pmi le ricadute negative del blocco di Hormuz sono già in corso.

I blocchi logistici e i conseguenti rincari energetici sono percepiti come “una minaccia immediata e sistemica per la produzione, con un ricadute su fatturato, ordini e utili”. L’analisi dell’impatto dei dazi statunitensi sull’attività delle imprese, invece, evidenzia per l’87,5% del campione effetti limitati sulle Pmi industriali pur segnalando aree di attenzione legate all’aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento.

Nel primo semestre 2026, meno della metà delle imprese (48,3%) ha effettuato investimenti, con il 51,7 che non ha programmato invece piani pluriennali di crescita. Crescono invece gli investimenti nelle tecnologie AI, che vengono considerate dalle imprese “una leva imprescindibile per incrementare la produttività (60,7%), ottimizzare i costi (90,1%) e potenziare capacità di elaborazione e gestione dei dati (82%)”.

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Aumenta però la preoccupazione per l’accesso al credito: nel periodo di riferimento, il 66,5% delle Pmi industriali italiane non ha avanzato domande al sistema bancario per nuove risorse finanziarie, percentuale in crescita del 7,8% rispetto al 2025. Questo dato, per Confapi, “testimonia la percezione di una forte difficoltà nella richiesta di credito, spingendo la maggioranza delle aziende a non tentare nemmeno l’interlocuzione con gli istituti bancari per timore di rifiuti (35%), condizioni troppo onerose (30,8%) o richiesta di eccessive garanzie (27%), con conseguenti scelte di autofinanziamento da parte delle Pmi”. È evidente “una profonda distanza tra le necessità del sistema produttivo e l’offerta del sistema bancario, che si traduce quindi in un fenomeno di rinuncia preventiva, con il 56% delle Pmi che ricorre all’autofinanziamento con conseguente indebolimento degli asset patrimoniali”.

“Dalla nostra indagine – spiega il presidente Cristian Camisaemerge una crescente preoccupazione per una situazione che continua a protrarsi e che si sta trasformando in un peggioramento nel secondo semestre, alimentando un clima di forte e persistente incertezza. Per le nostre imprese non c’è fattore più penalizzante dell’incertezza: quando il quadro cambia continuamente, le aziende tendono inevitabilmente a rimandare gli investimenti e a rivedere o rinviare le proprie strategie sui mercati esteri”, sottolinea. “Alle problematiche dovute alle crisi internazionali si aggiungono oggi quelle sempre più evidenti nell’accesso al credito, che rischiano di frenare ulteriormente la capacità di investimento e di crescita delle imprese”, prosegue.

“Come sempre, le Pmi italiane stanno dimostrando una straordinaria resilienza e una grande capacità di tenuta. Ma proprio per sostenerle è necessario, ora più che mai, un intervento strutturale da parte delle Istituzioni e del Governo. Occorre una politica industriale chiara, strumenti concreti e condizioni di maggiore stabilità, affinché le imprese”, conclude Camisa.

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