Politica
Emma Bonino, la piccola gigante che all’Onu trasformava le utopie in politica
Pubblicato
4 settimane fa-
di
Redazione
di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Emma Bonino era una piccola gigante della politica italiana, ma forse lo è stata ancora di più della politica internazionale. Riuscì a combattere e vincere battaglie globali senza provenire da una superpotenza, e neppure da un Paese con il peso diplomatico di Francia o Regno Unito. Con Marco Pannella seppe invece utilizzare fino in fondo il peso dell’Italia, influenzandone a sua volta la politica estera e trascinandola su battaglie per i diritti umani che molti governi inizialmente consideravano utopistiche.
La moratoria sulla pena di morte, la Corte Penale Internazionale, la lotta contro le mutilazioni genitali femminili: Bonino aveva la capacità rara di prendere una causa apparentemente minoritaria, costruirle attorno alleanze internazionali e trasformarla in politica.
Per chi, come me, l’ha conosciuta soprattutto a New York e alle Nazioni Unite, è questa l’Emma che rimane più impressa. La incontrai e intervistai molte volte, prima come cronista politico di America Oggi e come corrispondente del Palazzo di Vetro di Radio Radicale e successivamente per La Voce di New York. Arrivava al Palazzo di Vetro spesso per combattere battaglie che molti diplomatici consideravano impossibili, se non fastidiose.
Era la specialità radicale condivisa con Pannella: prendere un’utopia e costringere la politica a discuterne finché non diventava possibile. Accadde con la moratoria universale sulla pena di morte, fino allo storico voto dell’Assemblea Generale dell’ONU del 2007. Accadde con la Corte Penale Internazionale: anche qui Pannella e Bonino furono considerati visionari, ma Non c’è Pace Senza Giustizia, fondata da Emma nel 1993, fu protagonista della mobilitazione culminata nello Statuto di Roma del 1998. E accadde con le mutilazioni genitali femminili. Bonino viaggiò soprattutto tra le capitali africane, costruendo alleanze con governi, associazioni, donne e facendosi amiche le First Ladies. Quella campagna contribuì a trasformare un tabù in una questione universale di diritti umani, fino alla risoluzione dell’Assemblea Generale del 2012.
Una volta, proprio a New York, mi disse: “Promuovere i diritti è un processo, non è certo un evento. Bisogna essere un po’ testardi”. E testarda lo era, eccome. Anche il rapporto con Pannella viveva di questa energia. Io li ricordo come due calamite: così simili da attrarsi irresistibilmente e, qualche volta, proprio per questo, respingersi. Due caratteri capaci di fare scintille, accomunati dalla stessa convinzione quasi fondamentalista nella democrazia e nei diritti. Persino intervistarli significava assistere allo stesso rito: fumatori compulsivi, potevano accendere una sigaretta mentre ne avevano ancora un’altra intera in bocca.
Nel 1997, da commissaria europea, Bonino andò nell’Afghanistan dei talebani per denunciare soprattutto la condizione delle donne. A Kabul venne fermata e trattenuta per ore insieme alla sua delegazione. Ciò che colpisce oggi non è soltanto il coraggio di quel viaggio, ma l’avvertimento politico che lanciò allora: l’Occidente non poteva voltarsi dall’altra parte davanti a un regime fondamentalista che cancellava le donne dalla società, illudendosi che quanto accadeva in Afghanistan sarebbe rimasto confinato laggiù. Quell’indifferenza, avvertiva Bonino, rischiava di diventare un boomerang per lo stesso Occidente.
Che Emma muoia proprio l’11 settembre rende oggi quell’allarme quasi profetico. Quattro anni dopo quel viaggio, l’America sarebbe stata attaccata da Al Qaeda, l’organizzazione di Osama bin Laden che nell’Afghanistan governato dai talebani aveva trovato rifugio e la base dalla quale preparare la sua guerra terroristica contro l’Occidente. Bonino aveva compreso prima di molti altri che i diritti delle donne afghane non erano una questione lontana e marginale: erano anche il segnale politico della natura di un regime e dell’ideologia che lo sosteneva. Non smise mai di applicare lo stesso principio: i diritti valgono soprattutto quando difenderli diventa diplomaticamente scomodo. Lo fece da commissaria europea, da ministra degli Esteri nel governo Letta e poi da senatrice, continuando anche nella Commissione Esteri a utilizzare il suo peso internazionale.
Lo vidi ancora dopo l’assassinio di Jamal Khashoggi, quando a New York incontrò Hatice Cengiz, la fidanzata del giornalista saudita ucciso nel consolato del suo Paese a Istanbul. Bonino convocò i giornalisti – non solo italiani – e chiese alle Nazioni Unite, all’Europa e agli Stati Uniti di non sacrificare la ricerca della verità agli interessi geopolitici e ai petrodollari sauditi. Era ancora la stessa Emma. Quando diventò ministra degli Esteri nel 2013, nei corridoi dell’ONU il suo nome acquistò ancora più peso e si cominciò persino a sussurrare che potesse diventare una candidata credibile a prima donna Segretario Generale delle Nazioni Unite. La malattia, annunciata nel 2015, arrivò proprio alla vigilia della stagione che avrebbe portato alla scelta del successore di Ban Ki-moon e all’elezione di António Guterres.
Non sapremo mai fin dove sarebbe potuta arrivare, né se Russia e Cina, certamente poco entusiaste di molte sue battaglie sui diritti umani, avrebbero permesso a quella radicale italiana senza peli sulla lingua di raggiungere il vertice dell’ONU. Ma il fatto stesso che il suo nome circolasse dice molto della dimensione internazionale conquistata. Oggi sappiamo invece fin dove sono arrivate alcune delle battaglie combattute da lei e Pannella.
La Corte Penale Internazionale esiste. La moratoria sulla pena di morte è diventata una battaglia periodicamente riaffermata dall’Assemblea Generale. Le mutilazioni genitali femminili sono riconosciute dall’ONU come una violazione dei diritti umani. Marco ed Emma: due moschettieri radicali che pretendevano di cambiare il mondo quando il mondo spiegava loro che non si poteva. Pannella se n’è andato dieci anni fa. Oggi, proprio l’11 settembre, se ne va Bonino. Già, c’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che la donna che aveva cercato di svegliare l’Occidente davanti all’Afghanistan dei talebani se ne vada proprio nel giorno in cui l’America ricorda l’attacco che, quattro anni dopo quel suo allarme, avrebbe cambiato la storia.
Al Palazzo di Vetro restano scolpite alcune delle battaglie che alle Nazioni Unite Emma Bonino ha combattuto e vinto. E forse per chi ha dedicato la vita alla politica non esiste monumento più importante: lasciare dietro di sé un’utopia che tutti giudicavano impossibile e che, anche grazie a te, è diventata realtà.
– Foto Onu –
(ITALPRESS).
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(ITALPRESS).
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I due leader hanno inoltre discusso della gestione dei flussi migratori e della necessità di rafforzare la dimensione esterna dell’azione europea. Il colloquio si è infine concentrato sui principali scenari internazionali, a partire dal comune impegno per una pace giusta e duratura per l’Ucraina.
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– Foto Ipa Agency –
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