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LA VOCE PAVESE – CONFCOOPERATIVE E IL FUTURO DEL VINO ITALIANO

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LA VOCE PAVESE – CONFCOOPERATIVE E IL FUTURO DEL VINO ITALIANO
Mercoledì a Milano anche Terre d’Oltrepò ha preso parte al forum di Confcooperative. Non c’è soltanto la crisi climatica e il cambiamento dei consumi, in primis quelli delle nuove generazioni, ad impensierire il mondo del vino perché, nell’insieme delle problematiche rientrano, a tutto tondo, anche fattori determinanti come le materie prime in aumento e l’inflazione che mina il potere di acquisto delle famiglie. Parlano di “un sentiero stretto, dal quale uscire in fretta”, le Cooperative del vino italiano, che sintetizzano così un momento complicato ma che, allo stesso tempo, conferma tutta l’importanza che hanno nel mercato, basti considerare che nella classifica delle principali cantine italiane per fatturato della giornalista Anna di Martino, sono presenti ben 40 cooperative (su un totale di 117) che fatturano 3,7 miliardi di euro. Tutto questo non può nascondere, però, le criticità che continuano a minare la competitività delle imprese e che rischiano, alla lunga, di avere impatti anche sull’indotto del settore. “Il problema numero uno si chiama costo del denaro a cui si aggiunge l’impennata dei costi delle materie prime che non registra ancora riduzioni consistenti”, ha spiegato Luca Rigotti, presidente settore Vino di Confcooperative (e ai vertici della trentina Mezzacorona), a Milano, nella conferenza organizzata da Confcooperative Fedagripesca, con Regione Lombardia. Umberto Callegari, CEO di Terre d’Oltrepò, ha dialogato con il Gotha del mondo cooperativo italiano condividendo visione e strategia.

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S. MESSA DI DOMENICA 26 LUGLIO 2026 – XVI DEL TEMPO ORDINARIO / A

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Dalla chiesa di Porana di Pizzale (PV) la Santa Messa di Domenica 26 Luglio 2026, XVII del Tempo Ordinario / A. Celebra Don Marko Osuru Alisentus.

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Crescere Insieme – 26 Luglio 2026

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L’incontro con Don Franco Tassone, parroco del SS.mo Salvatore e della Chiesa del Sacro Cuore a Pavia. Sacerdote da sempre a fianco degli ultimi, è responsabile della Caritas Pavese e per anni ha guidato la Casa del Giovane, allievo del venerabile Don Enzo Boschetti.

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Quando il territorio diventa solo una passerella

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La Voce Pavese – Quando il territorio diventa solo una passerella
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra organizzare un evento per celebrare davvero un territorio e costruire una manifestazione per celebrare chi la organizza. Da fuori, le due cose possono sembrare identiche: un palco, qualche ospite, fotografie, discorsi, autorità invitate e comunicati pieni di parole come identità, tradizione e valorizzazione. Ma basta guardare un po’ più da vicino per capire quando il territorio è protagonista e quando viene usato soltanto come scenografia.
Gli eventi autenticamente territoriali partono dalla conoscenza. Dalla storia dei luoghi, dalle persone che li hanno vissuti, dalle associazioni che vi operano da anni, dagli archivi, dalle tradizioni, dalle attività economiche e culturali che hanno costruito una comunità facendo impresa. Non basta scegliere una piazza suggestiva o inserire il nome di una città nel titolo. Per raccontare un territorio bisogna studiarlo, ascoltarlo e rispettarlo.
Poi ci sono le manifestazioni confezionate da piccoli circoli di privati, spesso molto abili nel promuovere se stessi, meno nel conoscere ciò che dicono di rappresentare. Eventi nei quali il nome degli organizzatori compare più volte di quello del luogo, dove il racconto storico è approssimativo, le realtà locali vengono ignorate e gli inviti sembrano rispondere più alle relazioni personali che al reale valore culturale dell’iniziativa.
In questi casi il territorio non viene celebrato: viene preso in prestito. Diventa un marchio da applicare su una locandina, una cornice utile per ottenere fotografie, visibilità, relazioni e magari anche qualche contributo. La comunità resta sullo sfondo, mentre in primo piano finiscono sempre gli stessi volti, gli stessi nomi e gli stessi gruppi autoreferenziali.
La qualità di una manifestazione non si misura dal numero degli ospiti importanti o dai post pubblicati sui social. Si misura da ciò che lascia. Una conoscenza in più, una memoria recuperata, un luogo riscoperto, un’associazione coinvolta, un’attività valorizzata, una storia restituita correttamente ai cittadini.
Chi ama davvero un territorio non ha bisogno di mettersi continuamente al centro. Lavora perché siano il paese, la città, la sua storia e la sua gente a emergere. Chi invece usa il territorio per promuovere se stesso può anche organizzare eventi eleganti e affollati, ma difficilmente riuscirà a nascondere il vuoto che rimane quando si spengono le luci e vengono riposti i manifesti.
Celebrare una comunità richiede umiltà, competenza e memoria. Tutto il resto è pubbliche relazioni e pubblicità travestito da cultura.

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