Economia
AGRIcoltura100, aumentano le imprese che investono in sostenibilità
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Redazione
ROMA (ITALPRESS) – L’agricoltura italiana sta attraversando un contesto complesso, caratterizzato da sfide globali e nazionali che rendono fondamentale rafforzare la capacità competitiva delle imprese. Anche all’interno di questo scenario, la sostenibilità si conferma un fattore determinante di successo aziendale e di sviluppo per l’ambiente, il territorio e l’intero Paese.
La quota di imprese che raggiungono un livello elevato continua ad aumentare, salendo al 57,9% dal 49,3% del 2020, primo anno di indagine. Nello stesso periodo si dimezza dal 21,6% all’11,9% la quota di aziende ferme a un livello soltanto iniziale.
Nell’ultimo anno, inoltre, registra una crescita del fatturato il 30,6% delle imprese con livello alto di sostenibilità, contro il 14,6% di quelle con livello base. È quanto emerge dalla sesta edizione di AGRIcoltura100, l’iniziativa pluriennale di Reale Mutua in collaborazione con Confagricoltura, nel Rapporto 2026 realizzato da MBS Consulting (Gruppo Cerved). L’indagine è stata condotta su oltre 3.800 aziende del comparto, in costante crescita dal 2020. I risultati sono stati presentati questa mattina a Roma, a Palazzo Della Valle, sede di Confagricoltura.
L’indagine ha anche verificato le conseguenze delle tensioni nel commercio internazionale e dei dazi che hanno limitato un mercato strategico come quello statunitense.
Il 42% degli agricoltori si dice preoccupato per l’effetto dei conflitti commerciali. Le imprese intervistate hanno segnalato in particolare un aumento dei costi delle materie prime, difficoltà di mercato e riduzione delle quantità esportate. In risposta, più del 70% delle aziende che operano sui mercati esteri ha attivato nuove politiche: il 45% ha ricercato nuovi mercati di destinazione, il 20% ha rivisto i contratti e le condizioni commerciali con l’estero, altre ancora (sempre 20%) si sono riorientate verso il mercato interno.
Le tensioni commerciali hanno provocato difficoltà e aumento dei costi anche negli acquisti, e il 20% delle imprese agricole hanno cercato fornitori alternativi.
Più recentemente, il conflitto in Medio Oriente ha aperto un ciclo di crisi energetica e inflazione al quale l’agricoltura italiana è particolarmente esposta. Già lo scorso anno, il 42% delle imprese agricole aveva subito un aumento dei costi, e solamente una su quattro (26,4%) segnalava di avere capacità di intervento sui prezzi di vendita. La morsa dei costi, tra le conseguenze, va a comprimere la redditività delle imprese: il 47,5% delle aziende intervistate ottiene un utile inferiore al 5% del fatturato.
La sostenibilità è un movimento trasversale e i suoi livelli sono alquanto omogenei nel territorio, senza grandi differenze tra Nord e Sud. Le imprese più strutturate raggiungono livelli più elevati, ma è comunque significativa la quota di aziende di piccole dimensioni con un alto indice di sostenibilità.
L’area che è cresciuta maggiormente è la sostenibilità ambientale, nella quale le aziende di livello elevato sono aumentate dal 49% nel 2020 al 63,8% nel 2025. Rilevante anche l’incremento nella qualità dello sviluppo (che include competitività, innovazione e qualità dell’occupazione), dal 49% al 58,9%. Raggiungono inoltre un livello elevato di sostenibilità il 47,9% delle imprese in area sociale e il 43,9% nella gestione dei rischi e delle relazioni.
Le tensioni nel commercio internazionale, la maggiore concorrenza nel mercato interno e le minacce di un nuovo ciclo di inflazione accrescono l’urgenza di una trasformazione dell’agricoltura italiana che allarghi la scala di attività delle imprese e rafforzi l’integrazione di filiera. Il Rapporto individua 5 fattori di sostenibilità che potranno guidare questa trasformazione nel prossimo futuro.
1. Qualità come fattore competitivo. La qualità, intesa come combinazione di origine, tracciabilità, sicurezza, sostenibilità e valore simbolico del prodotto, è probabilmente il principale fattore distintivo dell’agricoltura italiana e rappresenta quindi una leva strategica di competizione. Il 65,5% delle imprese ha raggiunto un livello elevato di sostenibilità in questo ambito, e di queste il 34,6% si trova al livello più alto.
2. Investimenti e innovazione. L’agricoltura italiana si conferma un settore orientato all’innovazione e infatti il 70,3% delle imprese ha effettuato investimenti negli ultimi due anni. L’innovazione è il fattore che più di tutti genera impatti positivi sull’ambiente, sulla qualità delle produzioni e sulla stessa economia aziendale, e la sua correlazione con la sostenibilità è fortissima: tra le imprese con livello di sostenibilità alto, l’82,2% presenta un livello di innovazione elevato.
3. Integrazione industriale. L’eccessiva frammentazione è un fattore strutturale di debolezza dell’agricoltura italiana. Circa la metà delle imprese agricole (50,2%) ha sviluppato attività connesse alla produzione primaria, quali trasformazione di prodotti, produzione energetica, servizi ricettivo-turistici e servizi sociali e di formazione. Queste attività contribuiscono in misura rilevante alla crescita e alla solidità dell’impresa e per più della metà di quelle che le praticano contribuiscono ai ricavi aziendali per oltre il 30%.
4. Mitigare la vulnerabilità idrogeologica. Il cambiamento climatico colpisce l’agricoltura, che tuttavia ha un ruolo di primo piano anche nella difesa del territorio, con misure di canalizzazione e razionalizzazione dell’uso delle acque, cura della lavorazione del terreno, barriere naturali alle erosioni, copertura dei terreni non coltivati. La percezione di essere esposti al rischio è però molto differente tra chi ha subito danni e chi no, dato che chiama in causa la necessità di una vasta opera di informazione e coinvolgimento per accrescere la consapevolezza delle minacce per le imprese agricole e per sviluppare le competenze sui modi più efficienti per gestire i rischi.
5. Capitale umano e impatti sociali. Offrire lavoro stabile, attrarre e valorizzare donne e giovani e gestire il ricambio generazionale sono fattori chiave per sviluppare il capitale umano dell’agricoltura e rappresenta quindi un’ulteriore leva a cui guardare in un contesto di evoluzione e sfide come quello attuale.
“La nuova edizione del Rapporto AGRIcoltura100, realizzata col nostro partner storico Confagricoltura, conferma il ruolo centrale della sostenibilità e dell’innovazione come fattori trasformativi capaci di supportare la crescita delle imprese del settore, permettendo loro di attraversare, con una base solida, anche uno scenario complesso come quello attuale – dichiara Luca Filippone, Direttore Generale di Reale Group -. Nel loro percorso, un ruolo centrale può essere svolto anche dalle coperture assicurative, che contribuiscono a proteggere l’attività, rafforzare la capacità di prevenzione dei rischi e consolidarne la resilienza per affrontare le sfide future”.
“Oggi dobbiamo chiederci come affrontare il nuovo percorso della sostenibilità, che rimane un tema assolutamente strategico proprio se ben definito e sviluppato con obiettivi realistici e sfidanti. Se ben coniugato, diventa un plusvalore tangibile – afferma Massimiliano Giansanti, Presidente di Confagricoltura -. Per continuare a investire in questa direzione servono politiche di accompagnamento snelle, efficaci, in linea con il contesto internazionale, ma occorre anche un approccio culturale che sicuramente le nuove generazioni hanno già nelle corde. Il ricambio generazionale diventa in questo senso un fattore determinante per raggiungere obiettivi di sostenibilità ancora più importanti, con effetti benefici sull’economia dei territori e di chi li abita”.
– foto ufficio stampa Confagricoltura –
(ITALPRESS).
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Economia
Utility, dopo Pnrr necessari 19,5 miliardi di investimenti annui
Pubblicato
7 ore fa-
23 Giugno 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Garantire continuità agli investimenti infrastrutturali dopo la conclusione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accelerare la transizione energetica e ambientale e rafforzare la competitività del Paese attraverso un quadro normativo più stabile, procedure autorizzative più snelle e strumenti finanziari innovativi. Sono stati questi i temi al centro dell’Assemblea generale di Utilitalia “Le utility oltre il PNRR”, che ha riunito a Roma imprese, istituzioni e stakeholder.
“Vorrei ricordare che con gli FSC e con gli altri strumenti disponibili, vengono mantenuti impegni di investimento rilevanti attraverso una programmazione pluriennale. Non ci sono i tempi stringenti che ha avuto il PNRR, che è stato però anche una grande prova, direi quasi educativa, per l’intero sistema nazionale a tutti i livelli, almeno sotto il profilo del rispetto delle scadenze. Tuttavia, gli investimenti vengono certamente mantenuti. C’è poi un’altra valutazione da fare: sul fronte delle infrastrutture, anche grazie alla maturazione del settore delle utility, dobbiamo essere in grado di realizzare operazioni di dimensioni maggiori e utilizzare maggiormente il credito, prevedendo naturalmente il relativo rimborso nel lungo periodo”, ha detto Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Secondo le analisi della Federazione, il fabbisogno di investimenti nei comparti idrico, ambientale ed energetico ammonta a circa 19,5 miliardi di euro l’anno – di cui 6 miliardi per il settore idrico, 2 miliardi per il comparto dei rifiuti e 11,5 miliardi per quello energetico – pari a un ordine di grandezza di circa 75-80 miliardi di euro sull’orizzonte post-PNRR fino al 2030. Si tratta di risorse indispensabili per accompagnare il percorso di trasformazione e sviluppo dei servizi pubblici locali, sostenendo gli investimenti necessari ad affrontare le sfide della transizione energetica e ambientale e a garantire infrastrutture sempre più moderne, efficienti e resilienti.
“Le utility piccole, medie e grandi hanno realizzato investimenti, aperto cantieri, concluso lavori e fatto in modo che le risorse del PNRR fossero impiegate efficacemente sul territorio. Si tratta di un modello di project management di cui il Paese ha bisogno”, ha affermato Luca Dal Fabbro, presidente di Utilitalia. “Noi disponiamo di diverse stazioni appaltanti di grande efficacia e una di queste è rappresentata proprio dalle utility, grandi, medie e piccole. Si tratta quindi di una ricchezza – ha aggiunto -. Questa ricchezza non va dispersa, ma indirizzata verso ciò che serve al Paese. In questo contesto chiediamo investimenti aggiuntivi, finanziati attraverso strumenti garantiti come i Basket Bond, per consentire soprattutto al Centro-Sud di colmare il divario infrastrutturale che oggi lo separa dal Nord. Mettiamo sul tavolo uno strumento che non richiede risorse aggiuntive da parte dello Stato né nuovo indebitamento pubblico. La nostra è una proposta pratica e intelligente, che permette di coniugare da un lato la necessità di coprire investimenti pari a circa 19,5 miliardi di euro all’anno nei settori dell’energia, dei rifiuti e dell’acqua e, dall’altro, di dare alle utility la possibilità di realizzare nuovi investimenti, essenziali e vitali per il Paese”.
A livello nazionale, il comparto delle utility genera circa 37 miliardi di euro di valore aggiunto e occupa oltre 330 mila addetti. La continuità degli investimenti post-PNRR può quindi contribuire ad attivare fiiliere industriali, sostenere occupazione qualificata, rafforzare la resilienza delle infrastrutture e migliorare la competitività dei territori e del sistema produttivo nazionale.
“La sfida per l’Europa e per l’Italia è andare oltre il PNRR e garantire continuità agli investimenti attraverso la politica di coesione”, ha affermato il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Raffaele Fitto, intervenendo con un videomessaggio. Fitto ha ricordato che il PNRR ha accelerato la modernizzazione del Paese, mobilitando in Italia oltre 24 miliardi di euro per ciclo idrico, economia circolare, gestione dei rifiuti, energia, reti e fonti rinnovabili. Ha però evidenziato che il Piano non può rappresentare una risposta strutturale e definitiva ai crescenti fabbisogni infrastrutturali. Per questo, ha spiegato, la Commissione europea ha consentito di trasferire nell’ambito della politica di coesione i progetti strategici avviati con il PNRR che rischiano di non essere completati entro le scadenze previste. Con la revisione intermedia della politica di coesione sono stati inoltre riallocati nell’Ue quasi 35 miliardi di euro verso obiettivi strategici, di cui oltre 7 miliardi in Italia.
Guardando al prossimo quadro finanziario pluriennale, Fitto ha spiegato che la politica di coesione continuerà a rappresentare “uno dei pilastri dell’azione europea ma dovrà evolversi e modernizzarsi, diventando più adeguata, più flessibile, più semplice nella sua applicazione e maggiormente orientata ai risultati”. In questo percorso, ha concluso il vicepresidente esecutivo, “le utility rappresentano un partner fondamentali: la loro capacità di programmare, investire e innovare sarà determinante per costruire un’Europa più vicina alle esigenze delle comunità”.
– Foto xc7/Italpress –
(ITALPRESS).
Economia
Leonardo, nel “Transition Plan 2026” 1,2 miliardi di investimenti legati ai target sul clima
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11 ore fa-
23 Giugno 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Per Leonardo, crescita del business e riduzione dell’intensità nell’utilizzo delle risorse rappresentano sempre più leve integrate della strategia industriale e finanziaria del Gruppo. Con il “Transition Plan 2026”, Leonardo consolida il proprio percorso di transizione climatica e ambientale come elemento strutturale del Piano Industriale e della strategia di business di lungo periodo, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza, la competitività e la capacità di generare valore sostenibile nel tempo. Il “Transition Plan 2026”, si legge in una nota, “si inserisce nel quadro del Piano Industriale 2026-2030 di Leonardo, che prevede circa 1,2 miliardi di euro di investimenti collegati agli obiettivi di transizione climatica”. Tale impegno “conferma la volontà del Gruppo di orientare l’allocazione del capitale verso iniziative in grado di sostenere efficienza, innovazione e mitigazione dei rischi connessi alla transizione”. In parallelo, il 79% delle fonti di finanziamento di Leonardo risulta oggi collegato a parametri ESG attraverso strumenti dedicati, a conferma della crescente integrazione tra sostenibilità, strategia finanziaria e gestione del capitale. La capacità di execution del Piano è supportata anche dal capitale umano e dalle competenze tecnologiche del Gruppo: il 64% della forza lavoro possiede qualifiche STEM e oltre 37.000 dipendenti hanno partecipato a programmi di formazione sulle tematiche di sostenibilità nell’ultimo anno.
Questi elementi rappresentano “un fattore abilitante per sostenere la trasformazione industriale, digitale e ambientale di Leonardo”. Il “Transition Plan 2026” si articola su tre pilastri – Ambition, Actions e Accountability – che comprendono strategia climatica, investimenti, gestione delle risorse naturali e circolarità, insieme a una Just Transition focalizzata su competenze, inclusione e persone. La transizione digitale costituisce “un abilitatore trasversale del Piano, integrando dati, tecnologie e competenze per supportare il raggiungimento degli obiettivi definiti”. I risultati già conseguiti “confermano la solidità del percorso intrapreso”. A fronte di una crescita dei ricavi del 41% (baseline al 2019), Leonardo ha ridotto le emissioni dirette Scope I e Scope II MB (Market Based) del 44% (baseline al 2020), registrando una riduzione del 32% degli acquisti di energia elettrica dalla rete esterna, del 23% dei prelievi idrici e del 22% dei rifiuti, (baseline al 2019). Tali performance evidenziano la capacità di Leonardo di coniugare crescita, efficienza operativa e riduzione dell’impatto ambientale.
Il Piano rafforza inoltre l’approccio del Gruppo alla gestione dei rischi climatici anche lungo la catena di fornitura e accelera le iniziative sulle materie prime critiche, anche attraverso il progetto CRM4Defence. Queste azioni mirano a migliorare la capacità di Leonardo di anticipare vulnerabilità emergenti, salvaguardare la continuità operativa e presidiare la sicurezza degli approvvigionamenti nel lungo periodo. La strategia di Leonardo continua a ricevere riconoscimenti a livello internazionale: il Gruppo è stato recentemente confermato leader ESG negli indici Dow Jones Best-in-Class per il sedicesimo anno consecutivo, ottenendo il punteggio più alto nel settore Aerospace, Defence & Security (AD&S) e distinguendosi in modo significativo rispetto ai peer internazionali.
– foto ufficio stampa Leonardo –
(ITALPRESS).
Economia
Banche, le famiglie pagano oltre il 10% sul credito al consumo. Rendimento conti correnti fermo allo 0,29%
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13 ore fa-
23 Giugno 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Famiglie e piccole imprese continuano a pagare tassi elevati per accedere al credito, mentre i risparmi depositati in banca vengono remunerati con rendimenti sempre più bassi. ‘A marzo 2026 il credito al consumo è costato in media il 10,34%, i finanziamenti alle piccole e medie imprese il 4,18%, mentre i conti correnti hanno reso appena lo 0,29%’. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale la riduzione dei tassi d’interesse decisa dalla Banca centrale europea (che li ha alzati dallo 2 al 2,25% solo la scorsa settimana) si è trasmessa rapidamente alla raccolta bancaria, ma solo in misura limitata e selettiva al costo dei prestiti. ‘Il dato più pesante riguarda il credito al consumo. A marzo 2026 il Taeg (tasso annuo effettivo globale) applicato ai finanziamenti destinati alle famiglie si è attestato al 10,34%, sostanzialmente invariato rispetto al 10,50% di gennaio 2025. In oltre un anno il calo è stato di appena 0,16 punti percentuali, nonostante il progressivo allentamento della politica monetaria europea’. Dopo essere sceso sotto il 10% nel dicembre 2025, il costo del credito al consumo è tornato rapidamente sopra la doppia cifra nei primi mesi del 2026. ‘Anche il mercato dei mutui ha mostrato una trasmissione solo parziale dei tagli della Bce’, spiega Unimpresa. Il Taeg sui finanziamenti per l’acquisto di abitazioni si è attestato al 3,81% a marzo 2026.
Dopo una fase iniziale di lieve riduzione, i mutui hanno registrato una progressiva risalita nel corso del 2025, arrivando al 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, prima di un leggero arretramento nel mese successivo. Sul fronte delle imprese, ‘il costo del credito resta significativamente più elevato per le aziende di minori dimensioni’, rileva Unimpresa. I prestiti fino a un milione di euro, principale fonte di finanziamento per le pmi, hanno registrato un tasso medio del 4,18% a marzo 2026. Dopo aver toccato un minimo del 3,95% nell’agosto 2025, ‘il costo dei finanziamenti per le piccole e medie imprese è tornato a salire nella seconda parte dell’anno, chiudendo il primo trimestre del 2026 su livelli superiori rispetto ai minimi registrati’. Molto più favorevoli, invece, le condizioni applicate alle imprese di maggiori dimensioni. I finanziamenti oltre il milione di euro hanno registrato ‘un tasso medio del 2,99%, inferiore di circa 1,2 punti percentuali rispetto a quello pagato dalle pmi’. Un differenziale che conferma come ‘la dimensione aziendale continui a rappresentare un fattore determinante nell’accesso a condizioni creditizie più vantaggiose’. Per quanto riguarda la raccolta, i depositi complessivi di famiglie e imprese hanno offerto una remunerazione media dello 0,65%, in calo rispetto allo 0,85% di gennaio 2025.
Ancora più basso il rendimento dei conti correnti, fermo allo 0,29%, vicino ai livelli minimi registrati nel corso del 2025 e inferiore allo 0,41% rilevato all’inizio dello scorso anno. Anche i depositi vincolati hanno visto ridursi significativamente la propria redditività. A marzo 2026, spiega Unimpresa, ‘hanno reso in media il 2,45%, contro il 3,14% di gennaio 2025, con una diminuzione di 0,69 punti percentuali in poco più di un anno’. Il confronto tra quanto le banche riconoscono ai risparmiatori e quanto chiedono a famiglie e imprese evidenzia margini ancora molto ampi. Tra il rendimento dello 0,29% dei conti correnti e il 10,34% del credito al consumo si registra una differenza superiore a 10 punti percentuali. Lo spread tra la remunerazione media dei depositi (0,65%) e il costo dei prestiti alle pmi (4,18%) è pari a 3,53 punti percentuali, mentre per le grandi imprese si attesta a 2,34 punti. ‘Si conferma una dinamica ormai consolidata: la discesa dei tassi ufficiali ha prodotto benefici immediati per le banche sul lato della raccolta, ma non si è tradotta in un analogo alleggerimento del costo del credito per famiglie e piccole imprese. La riduzione dei rendimenti riconosciuti ai risparmiatori è stata rapida e generalizzata, mentre quella applicata ai prestiti è risultata più lenta, selettiva e incompleta, mantenendo elevato il peso degli interessi su consumatori e sistema produttivo’ commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati statistici della Banca d’Italia, a marzo 2026 il costo del denaro in Italia ha mostrato un quadro ancora profondamente squilibrato. I tassi sui prestiti alle famiglie e alle imprese sono rimasti elevati, mentre la remunerazione dei depositi ha continuato a scendere o a ristagnare su livelli minimi. Lo spread tra ciò che le banche hanno incassato sui prestiti e ciò che hanno restituito ai risparmiatori ha raggiunto livelli che non trovano giustificazione nell’andamento della politica monetaria della Bce, che dal 2024 ha avviato una fase di progressivo allentamento, poi interrotta la scorsa settimana quando il costo del denaro è stato portato dal 2 al 2,25%. Il dato più eclatante ha riguardato il credito al consumo alle famiglie, che a marzo 2026 ha segnato un Taeg del 10,34%. Si è trattato di un valore rimasto sostanzialmente immobile per tutto il periodo osservato: a gennaio 2025 era al 10,50%, ha toccato un minimo relativo a dicembre 2025 a 9,97%, per poi risalire a marzo 2026 oltre la soglia del 10%. In quindici mesi la variazione complessiva è stata di appena -0,16 punti percentuali, a fronte di una discesa dei tassi Bce ben più consistente. Le famiglie che hanno fatto ricorso al credito al consumo – prestiti personali, finanziamenti per acquisti, cessioni del quinto – hanno continuato a pagare tassi a doppia cifra indipendentemente dall’orientamento della politica monetaria.
I mutui abitativi hanno mostrato un’evoluzione diversa ma non priva di criticità. Il Taeg è sceso da 3,50% di gennaio 2025 a un minimo di 3,54% a marzo 2025, per poi risalire gradualmente fino a 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, e attestarsi a 3,81% a marzo 2026. Un andamento paradossale: mentre la Bce ha tagliato i tassi, i mutui hanno visto una risalita nel corso del 2025, evidenziando quanto la trasmissione della politica monetaria al mercato del credito alle famiglie sia rimasta parziale e selettiva. Sul fronte delle imprese, i conti correnti e i prestiti rotativi hanno registrato un tasso del 4,05% a marzo 2026, in discesa rispetto al 4,94% di gennaio 2025: un calo di quasi un punto percentuale in quindici mesi, il più significativo tra tutte le voci attive rilevate. I finanziamenti alle pmi – quelli fino a un milione di euro, che rappresentano il canale creditizio principale per le piccole e medie imprese – hanno segnato un tasso del 4,18% a marzo 2026, in rialzo rispetto al minimo di 3,95% registrato ad agosto 2025. Dopo una fase di discesa durata fino all’estate, il tasso sulle pmi ha quindi invertito la rotta nella seconda parte dell’anno, chiudendo marzo 2026 su livelli superiori al punto di minimo di circa 0,23 punti. I finanziamenti oltre il milione di euro – quelli destinati alle grandi imprese – hanno invece beneficiato di condizioni più favorevoli, con un tasso del 2,99% a marzo 2026, quasi 1,2 punti percentuali in meno rispetto a quanto pagato dalle pmi per operazioni analoghe.
Il divario tra grandi e piccole imprese nel costo del credito è rimasto quindi strutturalmente ampio, a conferma di una segmentazione del mercato che premia la dimensione aziendale indipendentemente dall’andamento generale dei tassi. Il fronte dei depositi ha completato il quadro con dati ancora più sbilanciati. I depositi totali di famiglie e società non finanziarie hanno reso lo 0,65% a marzo 2026, in lieve risalita rispetto allo 0,62% di novembre e dicembre 2025, ma comunque ben al di sotto dello 0,85% di gennaio 2025. I conti correnti – il principale strumento di raccolta bancaria, su cui giace la liquidità quotidiana di famiglie e imprese – hanno remunerato appena lo 0,29% a marzo 2026, un valore che ha toccato il suo minimo storico nel periodo osservato a luglio e agosto 2025 con lo 0,27%, e che non ha mai superato lo 0,41% registrato a inizio 2025. In quattordici mesi la remunerazione dei conti correnti si è quindi ridotta di 0,12 punti percentuali, scendendo verso lo zero in modo costante e senza inversioni di tendenza significative. I soli depositi vincolati, che immobilizzano la liquidità per un periodo prestabilito, hanno offerto un rendimento più significativo, pari al 2,45% a marzo 2026, ma in marcata discesa rispetto al 3,14% di gennaio 2025: in poco più di un anno hanno perso 0,69 punti percentuali, la contrazione più netta tra tutte le voci passive rilevate.
Il confronto puntuale tra i tassi attivi e passivi a marzo 2026 ha restituito la misura dello spread di cui le banche hanno continuato a beneficiare. Chi ha depositato denaro in conto corrente ha ricevuto lo 0,29%, mentre chi ha chiesto un prestito al consumo ha pagato il 10,34%: una differenza di oltre 10 punti percentuali. Chi ha acceso un mutuo ha pagato il 3,81% a fronte di un rendimento sui depositi vincolati del 2,45%, con uno spread di 1,36 punti. Le PMI hanno pagato il 4,18% sui finanziamenti ordinari contro lo 0,65% medio riconosciuto sui depositi, con uno spread di 3,53 punti. Anche le grandi imprese, pur in posizione più favorevole, hanno pagato il 2,99% sui finanziamenti a fronte di una remunerazione sui depositi di appena 0,65%, con uno spread di 2,34 punti. In tutti i segmenti, senza eccezione, il costo del denaro preso a prestito ha superato abbondantemente la remunerazione del denaro depositato, in un quadro in cui i margini bancari si sono mantenuti solidi indipendentemente dall’orientamento della politica monetaria.
Il quadro complessivo ha confermato una dinamica strutturale che i dati mensili hanno reso evidente: la discesa dei tassi Bce ha prodotto effetti asimmetrici. Sul versante della raccolta, le banche hanno ridotto rapidamente la remunerazione dei depositi, portando i conti correnti allo 0,29% già dalla seconda metà del 2025. Sul versante degli impieghi, la trasmissione è rimasta parziale, lenta e differenziata: più favorevole per le grandi imprese, meno per le pmi, quasi nulla per il credito al consumo alle famiglie. Lo spread bancario, in altri termini, si è allargato a vantaggio degli istituti e a scapito dei clienti retail e delle piccole imprese, proprio nel momento in cui la politica monetaria avrebbe dovuto portare un alleggerimento generalizzato del costo del denaro.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).


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