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LA VOCE PAVESE – PAVIA, LE MORTI IN CARCERE, L’IPOCRISIA DEL PUNTARE IL DITO

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LA VOCE PAVESE – PAVIA, LE MORTI IN CARCERE, L’IPOCRISIA DEL PUNTARE IL DITO
Il cavo dell’antenna della televisione come cappio e poi il suicidio. Gli agenti della polizia penitenziaria hanno provato a intervenire ma l’uomo si era anche curato di ostacolare l’ingresso nella cella. Pochi interminabili minuti, poi gli agenti arrivano, prestano i primi soccorsi e provvedono all’immediato trasferimento in ospedale. Ahmed Fathy Ehaddad, egiziano, è morto a 42 anni dopo qualche giorno di agonia in terapia intensiva. Nei prossimi giorni avrebbe dovuto essere processato con il rito abbreviato davanti al gup di Monza, per un caso gravissimo di violenza sessuale. Ha deciso di togliersi la vita all’interno della sezione «protetti» del carcere di Pavia. La stessa dove, durante la notte tra l’11 e il 12 marzo scorsi, è stato trovato morto il brianzolo Jordan Tinti, 26 anni, di Bernareggio, noto alle cronache come Jordan Jeffrey Baby, il nome scelto dal giovane nel tentativo di sfondare con la musica trap, già condannato a 4 anni e 4 mesi per rapina aggravata ai danni di un immigrato alla stazione di Carnate nell’estate 2022. Il giovane era stato trovato impiccato alle sbarre. Il padre Roberto Tinti ha dichiarato pubblicamente di non credere al suicidio del figlio. Nel carcere di Pavia tra il 2021 e il 2022 si sono verificati ben nove casi di suicidio. Ma basta indignarsi il giorno dopo per queste morti? E’ sufficiente puntare il dito sulla struttura detentiva? Oppure le domande da farsi sono altre… e investono chi ha ridotto così il sistema carcerario italiano?

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S. MESSA DI DOMENICA 26 LUGLIO 2026 – XVI DEL TEMPO ORDINARIO / A

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Dalla chiesa di Porana di Pizzale (PV) la Santa Messa di Domenica 26 Luglio 2026, XVII del Tempo Ordinario / A. Celebra Don Marko Osuru Alisentus.

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Crescere Insieme – 26 Luglio 2026

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L’incontro con Don Franco Tassone, parroco del SS.mo Salvatore e della Chiesa del Sacro Cuore a Pavia. Sacerdote da sempre a fianco degli ultimi, è responsabile della Caritas Pavese e per anni ha guidato la Casa del Giovane, allievo del venerabile Don Enzo Boschetti.

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Quando il territorio diventa solo una passerella

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La Voce Pavese – Quando il territorio diventa solo una passerella
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra organizzare un evento per celebrare davvero un territorio e costruire una manifestazione per celebrare chi la organizza. Da fuori, le due cose possono sembrare identiche: un palco, qualche ospite, fotografie, discorsi, autorità invitate e comunicati pieni di parole come identità, tradizione e valorizzazione. Ma basta guardare un po’ più da vicino per capire quando il territorio è protagonista e quando viene usato soltanto come scenografia.
Gli eventi autenticamente territoriali partono dalla conoscenza. Dalla storia dei luoghi, dalle persone che li hanno vissuti, dalle associazioni che vi operano da anni, dagli archivi, dalle tradizioni, dalle attività economiche e culturali che hanno costruito una comunità facendo impresa. Non basta scegliere una piazza suggestiva o inserire il nome di una città nel titolo. Per raccontare un territorio bisogna studiarlo, ascoltarlo e rispettarlo.
Poi ci sono le manifestazioni confezionate da piccoli circoli di privati, spesso molto abili nel promuovere se stessi, meno nel conoscere ciò che dicono di rappresentare. Eventi nei quali il nome degli organizzatori compare più volte di quello del luogo, dove il racconto storico è approssimativo, le realtà locali vengono ignorate e gli inviti sembrano rispondere più alle relazioni personali che al reale valore culturale dell’iniziativa.
In questi casi il territorio non viene celebrato: viene preso in prestito. Diventa un marchio da applicare su una locandina, una cornice utile per ottenere fotografie, visibilità, relazioni e magari anche qualche contributo. La comunità resta sullo sfondo, mentre in primo piano finiscono sempre gli stessi volti, gli stessi nomi e gli stessi gruppi autoreferenziali.
La qualità di una manifestazione non si misura dal numero degli ospiti importanti o dai post pubblicati sui social. Si misura da ciò che lascia. Una conoscenza in più, una memoria recuperata, un luogo riscoperto, un’associazione coinvolta, un’attività valorizzata, una storia restituita correttamente ai cittadini.
Chi ama davvero un territorio non ha bisogno di mettersi continuamente al centro. Lavora perché siano il paese, la città, la sua storia e la sua gente a emergere. Chi invece usa il territorio per promuovere se stesso può anche organizzare eventi eleganti e affollati, ma difficilmente riuscirà a nascondere il vuoto che rimane quando si spengono le luci e vengono riposti i manifesti.
Celebrare una comunità richiede umiltà, competenza e memoria. Tutto il resto è pubbliche relazioni e pubblicità travestito da cultura.

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