Economia
Report Istat, cala il reddito delle famiglie. Il 23,1% degli italiani a rischio povertà nel 2024
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1 anno fa-
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Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%), si trova cioè in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro. Lo rende noto l’Istat nel report su condizioni di vita e reddito delle famiglie. La quota di individui a rischio di povertà si attesta sullo stesso valore del 2023 (18,9%) e anche quella di chi è in condizione di grave deprivazione materiale e sociale rimane quasi invariata (4,6% rispetto al 4,7%); si osserva un lieve aumento della percentuale di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (9,2% e 8,9% nell’anno precedente). Nel 2023, il reddito annuale medio delle famiglie (37.511 euro) aumenta in termini nominali (+4,2%) e si riduce in termini reali (-1,6%). Inoltre, nel 2023, l’ammontare di reddito percepito dalle famiglie più abbienti è 5,5 volte quello percepito dalle famiglie più povere (in aumento dal 5,3 del 2022).
I dati sulle condizioni di vita nel 2024 mostrano un quadro sostanzialmente invariato rispetto all’anno precedente, evidenzia l’Istat. La popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (indicatore composito Europa 2030) nel 2024 è pari al 23,1% (era 22,8% nel 2023), per un totale di circa 13 milioni e 525mila persone. Nello specifico, sono considerati a rischio di povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente (senza componenti figurative o in natura) è inferiore al 60% di quello mediano. Nel 2024, risulta a rischio di povertà il 18,9% (lo stesso valore registrato nel 2023) delle persone residenti in Italia (vivono in famiglie con un reddito netto equivelente inferiore a 12.363 euro), per un totale di circa 11 milioni di individui. Sostanzialmente stabile e pari al 4,6% (era 4,7% nel 2023) risulta la quota di popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale (oltre 2 milioni e 710mila individui), la quota cioè di coloro che, nel 2024, presentano almeno 7 segnali di deprivazione dei 13 individuati dal nuovo indicatore Europa 2030; si tratta di segnali riferiti alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare spese impreviste, non potersi permettere un pasto adeguato o essere in arretrato con l’affitto o il mutuo, ecc.
Gli individui che nel 2024 vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (cioè con componenti tra i 18 e i 64 anni che nel corso del 2023 hanno lavorato meno di un quinto del tempo) sono il 9,2% (erano l’8,9% nel 2023), ammontando a circa 3 milioni e 873mila persone. La quota di individui in famiglie a bassa intensità di lavoro aumenta, tra il 2023 e il 2024, tra le persone sole con meno di 35 anni (15,9% rispetto al 14,1% del 2023) e, soprattutto, tra i monogenitori, che presentano una percentuale più che doppia rispetto alla media nazionale (19,5% contro il 15,2% del 2023). A livello territoriale, nel 2024, il Nord-est si conferma la ripartizione con la minore incidenza di rischio di povertà o esclusione sociale (11,2%, era 11,0% nel 2023) e il Mezzogiorno come l’area del paese con la percentuale più alta (39,2%, era 39,0% nel 2023).
Nel 2024 l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale si conferma essere più bassa per chi vive in coppia senza figli. Rispetto al 2023, l’indicatore aumenta per coloro che vivono in famiglie con cinque componenti e più (33,5% rispetto al 30,7% del 2023) e, soprattutto, per chi vive in coppia con almeno tre figli (34,8% rispetto a 32% del 2023). La crescita si registra anche per i monogenitori (32,1% rispetto a 29,2%), per effetto della più diffusa condizione di bassa intensità di lavoro (legata anche a problemi di conciliazione). Per le coppie con uno o due figli, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto (circa il 19%) e ben al di sotto della media nazionale (23,1%). Inoltre, nel 2024, il rischio di povertà o esclusione aumenta per gli anziani di 65 anni e più che vivono da soli (29,5% dal 27,2% del 2023). Il rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 33,1% (era il 31,6% nel 2023) tra coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici, diminuisce invece per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (14,8% dal 15,8% del 2023) e rimane stabile per chi ha come fonte principale un reddito da lavoro autonomo (22,7% e 22,3% nel 2023).
Infine, il rischio di povertà o esclusione sociale si riduce per gli individui in famiglie con almeno un cittadino straniero (37,5%, dal 40,1% dell’anno precedente) e aumenta leggermente per i componenti delle famiglie composte da soli italiani (21,2% rispetto al 20,7% del 2023). Sempre secondo l’Istat, nel 2023 si stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 37.511 euro, circa 3.125 euro al mese. La crescita dei redditi familiari in termini nominali (+4,2% rispetto al 2022) non ha però tenuto il passo con l’inflazione osservata nel corso del 2023 (+5,9% la variazione media annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), determinando un calo dei redditi delle famiglie in termini reali (-1,6%) per il secondo anno consecutivo. La diminuzione dei redditi in termini reali è particolarmente intensa nel Nord-est (-4,6%) e nel Centro (-2,7%), a fronte di una lieve riduzione osservata nel Mezzogiorno (-0,6%) e di una debole crescita nel Nord-ovest (+0,6%).
Rispetto al 2007, la contrazione complessiva dei redditi familiari in termini reali è pari, in media, a – 8,7% (-13,2% nel Centro, -11,0% nel Mezzogiorno, -7,3% nel Nord-est e -4,4% nel Nord-ovest). Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-17,5%) o dipendente (-11,0%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 5,5%. Poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha percepito un reddito inferiore all’importo medio. Calcolando il valore mediano, ovvero il livello di reddito che divide il numero di famiglie in due parti uguali, si osserva che il 50% delle famiglie residenti in Italia ha un reddito non superiore a 30.039 euro (2.503 euro al mese), con una crescita del 4% in termini nominali rispetto al 2022 (28.865 euro, 2.405 euro mensili).
Le famiglie del Nord-est dispongono del reddito mediano più elevato (34.772 euro), seguite da quelle del Nord-ovest (il livello mediano è inferiore del 5% a quello del Nord-est), del Centro (-8%) e del Mezzogiorno (-28%). Il reddito mediano varia in misura significativa anche in base alla tipologia familiare: le coppie con figli raggiungono i valori più alti con 46.786 euro (circa 3.900 euro al mese), trattandosi nella maggior parte dei casi di famiglie con due o più percettori, ma le coppie con tre o più figli percepiscono un reddito mediano (44.993 euro) più basso sia di quello osservato per le coppie con due figli (48.084 euro) sia di quello osservato per le coppie con un solo figlio (45.523 euro). Le famiglie monogenitoriali presentano un reddito mediano di 31.451 euro e gli anziani che vivono soli nel 50% dei casi non superano la soglia di 17.681 euro (1.473 euro mensili). Le coppie senza figli percepiscono un reddito mediano decisamente più basso se la persona di riferimento è anziana (31.975 contro 40.447 euro delle coppie senza figli più giovani). Il livello di reddito mediano delle famiglie con stranieri è inferiore di 5.400 euro a quello delle famiglie composte solo da italiani. Le differenze relative si accentuano passando dal Nord al Mezzogiorno, dove il reddito mediano delle famiglie con almeno uno straniero è pari al 62% di quello delle famiglie di soli italiani.
– foto ufficio stampa ISTAT –
(ITALPRESS).
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Economia
Saldi, Resca (Confimprese) “Partenza debole, consumatori ancora prudenti”
Pubblicato
58 minuti fa-
9 Luglio 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Una partenza dei saldi estivi 2026 sostanzialmente debole a totale mercato. Le vendite sia per abbigliamento-accessori -0,4% sia per altro retail -0,1% sono leggermente negative. Lo scontrino medio registra trend simili in termini quantitativi, quindi senza spostamenti rilevanti rispetto al 2025. Sul fronte delle visite, abbigliamento-accessori segna un calo del -2,4%, mentre altro retail evidenzia un’affluenza in lieve crescita rispetto al 2025 a +1,4%. Queste le rilevazioni del centro studi Confimprese sul primo week end dei saldi estivi partiti il 4 luglio.
“I saldi non sono più, da soli, un motore dei consumi – avverte Mario Resca, presidente Confimprese –. I clienti cercano convenienza, ma acquistano solo ciò che ritengono realmente necessario. È un consumatore più selettivo e consapevole, che confronta prezzi e rinvia gli acquisti non indispensabili. Per questo oggi la competitività del retail si gioca sempre di più sulla qualità dell’offerta, del servizio e dell’esperienza d’acquisto, oltre che sullo sconto. Il consumatore controlla il valore dello scontrino, confermando un approccio prudente anche durante il periodo promozionale”.
Nel comparto abbigliamento-accessori emerge un disallineamento tra traffico e vendite: a fronte di un calo delle visite e di uno scontrino medio sostanzialmente stabile, le vendite registrano una flessione contenuta. Al contrario, per altro retail l’incremento delle visite non si traduce in un analogo miglioramento delle vendite, che rimangono pressoché stabili. Tali dinamiche suggeriscono differenze nel comportamento d’acquisto dei consumatori e, nel caso da abbigliamento-accessori, risultano coerenti con un possibile miglioramento del tasso di conversione.
Il canale meglio performante nel week end di saldi rimane il centro commerciale, indicato da quasi il 60% dei retailer. Seguono, con distacco, high street e outlet. Riduzione del potere d’acquisto e fattori climatici sono i driver principali per i retailer sull’andamento del primo week end di saldi. In particolare, l’ondata di calore ha influenzato le visite in abbigliamento-accessori, comparto fortemente meteoropatico.
Le regioni indicate dai retailer come più performanti sono: Lazio, Campania e Marche. Sul fronte delle performance più deboli non emerge una specifica concentrazione geografica.
– Foto Ipa Agency –
(ITALPRESS).
Economia
Antonio Ciucci è il nuovo presidente dell’Ance
Pubblicato
21 ore fa-
8 Luglio 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Eletto all’unanimità dall’Assemblea dell’Associazione nazionale dei costruttori edili l’ingegnere romano, Antonio Ciucci, presidente e amministratore delegato di Ircop, realtà imprenditoriale specializzata nelle infrastrutture e nell’edilizia civile pubblica e privata.
Un clima di grande coesione e compattezza quello nel quale si è svolta oggi l’Assemblea nazionale dei soci ordinari chiamati a eleggere la nuova Presidenza Ance, confermando l’indicazione ricevuta dal Consiglio generale del 16 giugno scorso nel quale era stato designato all’unanimità presidente dell’Ance.
Antonio Ciucci, che succede a Federica Brancaccio, è stato presidente di Ance Roma-ACER e nel corso dell’ultimo mandato ha seguito come delegato della Presidenza nazionale la complicata partita della revisione prezzi. Frequenta attivamente l’Associazione sin dai primi anni duemila dove ha ricoperto diverse cariche sia a livello territoriale che nazionale, tra cui componente del Consiglio generale, vicepresidente Ance Roma-ACER alle opere pubbliche, presidente della Consulta Nazionale delle Specializzazioni, presidente del Comitato Nazionale di Specializzazione “Applicazione di bitumi e derivati” e vicepresidente dell’Associazione.
Tre le parole chiave del suo mandato che ha illustrato ai soci in assemblea: mercato, identità e innovazione, quali assi strategici per il futuro del settore e dell’intera economia nazionale. E quindi un richiamo a un mercato che deve essere stabile e costante nei volumi, ma anche aperto, trasparente e competitivo nell’interesse dei cittadini e degli operatori. Grande attenzione, inoltre, sulla tutela del contratto collettivo nazionale e del sistema bilaterale che garantiscono alti standard di formazione e sicurezza, senza però tralasciare la necessità di avviare un progetto di ristrutturazione e rafforzamento del sistema associativo. Il tutto passando necessariamente attraverso un processo di profonda innovazione del settore che si declina in particolare nella digitalizzazione, nella sostenibilità e nell’investire sulle persone.
Eletta anche la squadra di presidenza: Stefano Betti, vicepresidente Transizione Ecologica; Regina De Albertis, vicepresidente Edilizia e Territorio; Massimo Angelo Deldossi, vicepresidente Tecnologia e Innovazione; Vanessa Pesenti, vicepresidente Economico Fiscale Tributario; Piero Petrucco, vicepresidente Centro Studi; Luigi Schiavo, vicepresidente Rapporti Interni; Carlo Trestini, vicepresidente Relazioni Industriali e Affari Sociali; Francesco Tuccillo, vicepresidente Opere Pubbliche. Eletto inoltre il tesoriere Antonio Mattio.
– foto ufficio stampa Ance –
(ITALPRESS).
Economia
L’Agenzia del Demanio presenta il Rapporto 2026, il patrimonio immobiliare dello Stato vale 63,2 miliardi di euro
Pubblicato
23 ore fa-
8 Luglio 2026di
Redazione
ROMA (ITALPRESS) – Il patrimonio immobiliare dello Stato comprende 45.415 immobili, per un valore complessivo stimato di 63,2 miliardi di euro. Si tratta di 44 milioni di metri quadrati di fabbricati, tra caserme, uffici, carceri, edifici storici e musei, e di 1,3 miliardi di metri quadrati di aree, riserve naturali, boschi e terreni. Sono alcuni dei dati analizzati nel Rapporto Annuale 2026 presentato oggi dal Direttore dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme, nella Sala della Regina di Montecitorio alla presenza di istituzioni e stakeholder, al quale sono intervenuti il Vicepresidente della Camera dei Deputati, Fabio Rampelli e il Viceministro dell’Economia e delle Finanze, Maurizio Leo.
Il Rapporto Annuale, giunto alla quarta edizione, riporta i principali risultati ottenuti al 2025 e illustra una selezione di interventi avviati e conclusi che raccontano l’azione dell’Agenzia nella sua rinnovata visione, che pone al centro la persona. L’immobile pubblico è visto in una dimensione più ampia, quella della città e del territorio cui fa parte, per dare risposte ai nuovi fabbisogni espressi dalla collettività: le Pubbliche Amministrazioni, che necessitano di spazi moderni ed efficienti; i cittadini fruitori di servizi; Enti del territorio, come protagonisti dei processi di rigenerazione. Una ricchezza da gestire e valorizzare che rappresenta memoria, identità e infrastruttura per il futuro del Paese. Tra i risultati: sono stati attivati 5,1 miliardi di euro di investimenti, di cui un quinto già realizzato; gli interventi conclusi sono aumentati del 172% rispetto al 2022 (+255% dal 2021) passando da circa 89 miliardi di euro a 242 miliardi di euro; il numero degli interventi avviati è aumentato dal 2022 del 55%, arrivando a 619 interventi a gennaio 2026; il valore degli interventi avviati con risorse di altre amministrazioni è cresciuto fino a 1,6 miliardi (+310%), a testimonianza del consolidamento del ruolo dell’Agenzia del Demanio come stazione appaltante.
Nella classifica OICE, l’Agenzia è la prima stazione appaltante per volumi di affidamenti BIM. Il piano di razionalizzazione della logistica delle amministrazioni pubbliche ha portato a risparmi cumulati di spesa per locazioni passive di 144 milioni di euro a regime dal 2026 (24 milioni di euro nel 2025). Parallelamente, nel 2025, le iniziative di valorizzazione hanno attratto 120 milioni di euro di investimenti privati, confermando il crescente interesse del mercato verso i progetti promossi dall’Agenzia.
“Il processo di trasformazione avviato dall’Agenzia del Demanio verso una gestione rigenerativa del patrimonio immobiliare dello Stato, oggi è ormai strutturato. L’immobile pubblico torna a essere visto come strumento attivo del Paese, leva di sviluppo dei territori e di creazione di valore per la collettività”, afferma il Direttore dell’Agenzia del Demanio, Alessandra dal Verme. “Le componenti principali di questa trasformazione sono la centralità della persona, la conoscenza degli immobili e del territorio che li ospita, il metodo di condivisione e la partecipazione pubblico-pubblico e pubblico-privato. Tecnologie avanzate, qualità nella progettazione, linguaggi condivisi e azioni misurabili sono i fattori che alimentano la conoscenza e la gestione innovativa del patrimonio immobiliare dello Stato. Il patrimonio pubblico, compreso e vissuto dalle comunità cui appartiene, diventa così motore di rigenerazione e genera valore duraturo”.
Uno dei principali strumenti di questa trasformazione è il Piano Città degli Immobili Pubblici, un’innovazione di metodo per una pianificazione integrata degli interventi sull’immobile pubblico con gli Enti territoriali, con le Amministrazioni e altre Istituzioni interessate, con le Università. È la risposta dell’Agenzia del Demanio ai mutamenti di contesto che riguardano la dimensione ambientale (dalle crisi climatiche, al tema dell’energia e degli spazi verdi), la dimensione sociale (dai cambiamenti demografici, ai nuovi modi di abitare e di relazioni, a servizi attrattivi per giovani e studenti) e la dimensione economica, con opportunità di lavoro e di sviluppo.
Nel quadro di analisi del contesto della città, dei suoi fabbisogni e delle sue vocazioni si definiscono le destinazioni d’uso, i requisiti ambientali ed energetici, gli impatti di carattere sociale e culturale dell’immobile, in coerenza con la strumentazione urbanistica vigente o in varianza. Si individua il ruolo che il bene assume nella rigenerazione urbana e nelle nuove relazioni della città per portare valore alle persone, ai territori e alle generazioni future. Al 30 giugno 2026 sono stati firmati 37 Piani Città, con l’obiettivo di arrivare a 65 entro il 2028. I Piani coinvolgono 439 immobili da rigenerare, pari a 5,1 milioni di metri quadrati di superficie lorda, con il 26% di immobili da destinare a mix funzionale, di cui è parte la nuova residenzialità di tipo sociale, e 10 milioni di metri quadrati di aree verdi. Le trasformazioni previste genereranno importanti ricadute economiche e sociali: 18 miliardi di euro di impatto economico stimato, oltre 65.000 occupati in cantiere e un impatto occupazionale complessivo stimato in oltre 97.500 unità.
Sul piano sociale sono previsti oltre 6.700 nuovi posti letto per student housing, più di 1.800 nuove unità abitative per social housing, un incremento potenziale di 2,1 milioni di utenti per attività culturali e circa 12 milioni di metri quadrati di aree scoperte riqualificate per attività sociali, di relazione e ricreazione. Il Rapporto dedica un focus alle progettualità mirate a adeguare la logistica della PA all’evoluzione delle modalità di lavoro e alle mutate esigenze organizzative delle amministrazioni. L’obiettivo è quello di un ufficio pubblico aperto, socialmente inclusivo, tecnologicamente evoluto e orientato alla rigenerazione del patrimonio edilizio esistente per rafforzare il ruolo dell’amministrazione come luogo di lavoro moderno e di servizio per la collettività. Tra i casi pilota rientrano la nuova sede della Direzione Regionale Emilia-Romagna dell’Agenzia del Demanio nell’ex Cinema Embassy di Bologna, oggi dotata di circa 220 sensori e attuatori su una superficie di 1.500 metri quadrati; la futura sede del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica in viale Boston a Roma, progettata come primo edificio ministeriale con struttura portante in legno e gestione BIM dell’intero ciclo di vita dell’immobile a partire dalla fase di cantiere; la sede della Struttura per la progettazione dell’Agenzia del Demanio in via Cerva a Milano, che, rifunzionalizzata, presenta oggi standard ambientali e di benessere elevati; la nuova sede della Procura della Repubblica nell’ex Carcere Femminile di Perugia, altamente funzionale e sostenibile (48,6% di energia prodotta da fonti rinnovabili, 1.940 metri quadrati di area permeabile su 5.900 metri quadrati di superficie ristrutturata).
Un secondo focus è dedicato alla rigenerazione dei grandi compendi immobiliari. Il Rapporto richiama interventi a scala urbana su ex caserme, complessi carcerari, aree militari, poli ospedalieri e grandi patrimoni dismessi, con 57 interventi in corso di progettazione o esecuzione, 2,9 miliardi di euro di risorse allocate e 1,8 milioni di metri quadrati di patrimonio rigenerato. Tra i progetti descritti figurano l’Ex Carcere di Perugia, destinato a diventare una Cittadella della Giustizia; a Bologna l’Ex Caserma STAVECO e l’Ex Caserma STAMOTO, quest’ultima candidata al concorso internazionale di architettura e design urbano Reinventing Cities, l’Ex Arsenale di Pavia, che sarà trasformato in un polo amministrativo integrato; tra i compendi sportivi: la “Green City per la salute, la ricerca e la formazione” di Tor Vergata a Roma, che punta a diventare un ecosistema multifunzionale, con spazi pubblici e servizi; tra i compendi ospedalieri il Nuovo Policlinico Umberto I e l’Ex Ospedale Forlanini, entrambi a Roma. Particolare attenzione è dedicata alla cura del patrimonio storico-culturale, che comprende, nel 2025, 4.607 beni in uso alle pubbliche amministrazioni e 3.009 beni affidati a soggetti pubblici qualificati o concessi a privati. Gli interventi dell’Agenzia su questo asset riguardano il restauro, l’efficientamento energetico e la rigenerazione con l’obiettivo di prolungare la vita del bene nel tempo e darne massima fruibilità ai cittadini. Sono 168 gli interventi in corso di progettazione o esecuzione, con 2,3 miliardi di euro di risorse complessive allocate e 1,1 milioni di metri quadrati di patrimonio rigenerato.
Tra gli esempi figurano la messa in sicurezza e il restauro della Basilica di San Miniato al Monte a Firenze, in collaborazione con il Ministero della Cultura e la Soprintendenza di Firenze, finanziato con 3,6 milioni di euro di fondi PNRR, esempio di cantiere aperto; la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma, primo intervento di efficientamento energetico e illuminazione su una Chiesa di Stato, in collaborazione con il Ministero della Cultura e la Soprintendenza Speciale di Roma; la riqualificazione e l’illuminazione del complesso monumentale di Piazza del Plebiscito a Napoli. Si segnale anche il Programma Archivi, ideato in collaborazione con il Ministero della Cultura – Direzione Generale Archivi, per trasformare gli Archivi di Stato in poli culturali aperti e farli diventare luoghi delle persone e dell’incontro. Un capitolo del Rapporto è dedicato alla rigenerazione del patrimonio naturale e paesaggistico, in coerenza con l’articolo 9 della Costituzione e con l’obiettivo di coniugare tutela ambientale, sviluppo sostenibile e riattivazione delle economie locali. Tra i progetti illustrati rientrano le Saline di Tarquinia, un ecosistema culturale e naturale di 150 ettari in cui si intrecciano storia produttiva, biodiversità e memoria collettiva; il Parco tematico minerario della Maiella, che coinvolge 14 Comuni e 7 enti e istituzioni. Gli interventi programmati sono 30 e 6 i progetti pilota; le Città Erniche, con quattro Comuni coinvolti e un patrimonio storico diffuso su 410 chilometri quadrati; e la Greenway dell’ex Ferrovia Circumetnea a Catania, un percorso di 4,5 chilometri finanziato con 36 milioni di euro con Fondi FUA e PON Metro, uno degli interventi del Piano Città degli Immobili Pubblici di Catania.
Sostenibilità e sicurezza sono elementi qualificanti dell’azione dell’Agenzia. Nel 2025 sono stati monitorati 78 indicatori ESG, con l’85% dei target raggiunti. Gli interventi realizzati hanno prodotto una riduzione delle emissioni di CO2 del 66%, un calo medio dei consumi energetici del 68% rispetto alla situazione antecedente agli interventi e una riduzione del consumo di suolo del 12%. L’Agenzia è il primo ente pubblico ad aver adottato una rendicontazione di sostenibilità volontaria allineata agli standard europei CSRD e asseverata da un soggetto indipendente. Prosegue anche il programma dedicato alla prevenzione del rischio sismico e alla riqualificazione energetica: sono circa 3.000 gli immobili interessati da audit sismici, con 2.700 attività concluse, 310 fabbricati coinvolti in interventi di riqualificazione energetica e adeguamento sismico. Nel 2025 sono stati messi in sicurezza 67.000 metri quadrati di spazi pubblici. Nell’ambito della strategia di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico assume rilievo la promozione di cooperazione tra il settore pubblico e privato, per convogliare competenze e investimenti sulla rifunzionalizzazione degli immobili pubblici e favorire così la creazione di valore economico e sociale.
Nel 2025 sono stati pubblicati 2 bandi di PPP, sono stati aggiudicati 2 bandi Reinventing Cities e sono stati attratti dal mercato 120 milioni di euro di capitali. Le operazioni riguardano temporary use, concessioni a lungo termine fino a 50 anni e comodati gratuiti. Tra i casi descritti figurano Palazzo del Senato a Milano, con nuove funzioni aperte al pubblico; l’ex Polverificio Borbonico di Scafati, oggetto di una proposta di PPP a iniziativa privata; la “Green City per la salute, la ricerca e la formazione” di Tor Vergata a Roma; la Manifattura Tabacchi di Torino; l’ex Caserma IV Novembre di Monza; i terreni per la produzione di energia rinnovabile; e i progetti vincitori di Reinventing Cities per l’ex Caserma Perotti di Bologna e il Forte Sant’Andrea di Venezia. L’innovazione tecnologica e digitale attraversa tutti gli ambiti di attività dell’Agenzia. Nel 2025 sono stati sviluppati 180 progetti di digitalizzazione, registrando una crescita del 18% dei servizi ICT rispetto all’anno precedente. Il Rapporto evidenzia il ruolo del BIM, dei Digital Twin, degli smart building, della cybersicurezza e dell’intelligenza artificiale nella conoscenza, progettazione, gestione e valorizzazione degli immobili pubblici.
– Foto ufficio stampa Agenzia del Demanio –
(ITALPRESS).


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