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Economia

Banche, le famiglie pagano oltre il 10% sul credito al consumo. Rendimento conti correnti fermo allo 0,29%

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ROMA (ITALPRESS) – Famiglie e piccole imprese continuano a pagare tassi elevati per accedere al credito, mentre i risparmi depositati in banca vengono remunerati con rendimenti sempre più bassi. ‘A marzo 2026 il credito al consumo è costato in media il 10,34%, i finanziamenti alle piccole e medie imprese il 4,18%, mentre i conti correnti hanno reso appena lo 0,29%’. È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, secondo la quale la riduzione dei tassi d’interesse decisa dalla Banca centrale europea (che li ha alzati dallo 2 al 2,25% solo la scorsa settimana) si è trasmessa rapidamente alla raccolta bancaria, ma solo in misura limitata e selettiva al costo dei prestiti. ‘Il dato più pesante riguarda il credito al consumo. A marzo 2026 il Taeg (tasso annuo effettivo globale) applicato ai finanziamenti destinati alle famiglie si è attestato al 10,34%, sostanzialmente invariato rispetto al 10,50% di gennaio 2025. In oltre un anno il calo è stato di appena 0,16 punti percentuali, nonostante il progressivo allentamento della politica monetaria europea’. Dopo essere sceso sotto il 10% nel dicembre 2025, il costo del credito al consumo è tornato rapidamente sopra la doppia cifra nei primi mesi del 2026. ‘Anche il mercato dei mutui ha mostrato una trasmissione solo parziale dei tagli della Bce’, spiega Unimpresa. Il Taeg sui finanziamenti per l’acquisto di abitazioni si è attestato al 3,81% a marzo 2026.

Dopo una fase iniziale di lieve riduzione, i mutui hanno registrato una progressiva risalita nel corso del 2025, arrivando al 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, prima di un leggero arretramento nel mese successivo. Sul fronte delle imprese, ‘il costo del credito resta significativamente più elevato per le aziende di minori dimensioni’, rileva Unimpresa. I prestiti fino a un milione di euro, principale fonte di finanziamento per le pmi, hanno registrato un tasso medio del 4,18% a marzo 2026. Dopo aver toccato un minimo del 3,95% nell’agosto 2025, ‘il costo dei finanziamenti per le piccole e medie imprese è tornato a salire nella seconda parte dell’anno, chiudendo il primo trimestre del 2026 su livelli superiori rispetto ai minimi registrati’. Molto più favorevoli, invece, le condizioni applicate alle imprese di maggiori dimensioni. I finanziamenti oltre il milione di euro hanno registrato ‘un tasso medio del 2,99%, inferiore di circa 1,2 punti percentuali rispetto a quello pagato dalle pmi’. Un differenziale che conferma come ‘la dimensione aziendale continui a rappresentare un fattore determinante nell’accesso a condizioni creditizie più vantaggiose’. Per quanto riguarda la raccolta, i depositi complessivi di famiglie e imprese hanno offerto una remunerazione media dello 0,65%, in calo rispetto allo 0,85% di gennaio 2025.

Ancora più basso il rendimento dei conti correnti, fermo allo 0,29%, vicino ai livelli minimi registrati nel corso del 2025 e inferiore allo 0,41% rilevato all’inizio dello scorso anno. Anche i depositi vincolati hanno visto ridursi significativamente la propria redditività. A marzo 2026, spiega Unimpresa, ‘hanno reso in media il 2,45%, contro il 3,14% di gennaio 2025, con una diminuzione di 0,69 punti percentuali in poco più di un anno’. Il confronto tra quanto le banche riconoscono ai risparmiatori e quanto chiedono a famiglie e imprese evidenzia margini ancora molto ampi. Tra il rendimento dello 0,29% dei conti correnti e il 10,34% del credito al consumo si registra una differenza superiore a 10 punti percentuali. Lo spread tra la remunerazione media dei depositi (0,65%) e il costo dei prestiti alle pmi (4,18%) è pari a 3,53 punti percentuali, mentre per le grandi imprese si attesta a 2,34 punti. ‘Si conferma una dinamica ormai consolidata: la discesa dei tassi ufficiali ha prodotto benefici immediati per le banche sul lato della raccolta, ma non si è tradotta in un analogo alleggerimento del costo del credito per famiglie e piccole imprese. La riduzione dei rendimenti riconosciuti ai risparmiatori è stata rapida e generalizzata, mentre quella applicata ai prestiti è risultata più lenta, selettiva e incompleta, mantenendo elevato il peso degli interessi su consumatori e sistema produttivo’ commenta il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati statistici della Banca d’Italia, a marzo 2026 il costo del denaro in Italia ha mostrato un quadro ancora profondamente squilibrato. I tassi sui prestiti alle famiglie e alle imprese sono rimasti elevati, mentre la remunerazione dei depositi ha continuato a scendere o a ristagnare su livelli minimi. Lo spread tra ciò che le banche hanno incassato sui prestiti e ciò che hanno restituito ai risparmiatori ha raggiunto livelli che non trovano giustificazione nell’andamento della politica monetaria della Bce, che dal 2024 ha avviato una fase di progressivo allentamento, poi interrotta la scorsa settimana quando il costo del denaro è stato portato dal 2 al 2,25%. Il dato più eclatante ha riguardato il credito al consumo alle famiglie, che a marzo 2026 ha segnato un Taeg del 10,34%. Si è trattato di un valore rimasto sostanzialmente immobile per tutto il periodo osservato: a gennaio 2025 era al 10,50%, ha toccato un minimo relativo a dicembre 2025 a 9,97%, per poi risalire a marzo 2026 oltre la soglia del 10%. In quindici mesi la variazione complessiva è stata di appena -0,16 punti percentuali, a fronte di una discesa dei tassi Bce ben più consistente. Le famiglie che hanno fatto ricorso al credito al consumo – prestiti personali, finanziamenti per acquisti, cessioni del quinto – hanno continuato a pagare tassi a doppia cifra indipendentemente dall’orientamento della politica monetaria.

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I mutui abitativi hanno mostrato un’evoluzione diversa ma non priva di criticità. Il Taeg è sceso da 3,50% di gennaio 2025 a un minimo di 3,54% a marzo 2025, per poi risalire gradualmente fino a 3,87% tra gennaio e febbraio 2026, e attestarsi a 3,81% a marzo 2026. Un andamento paradossale: mentre la Bce ha tagliato i tassi, i mutui hanno visto una risalita nel corso del 2025, evidenziando quanto la trasmissione della politica monetaria al mercato del credito alle famiglie sia rimasta parziale e selettiva. Sul fronte delle imprese, i conti correnti e i prestiti rotativi hanno registrato un tasso del 4,05% a marzo 2026, in discesa rispetto al 4,94% di gennaio 2025: un calo di quasi un punto percentuale in quindici mesi, il più significativo tra tutte le voci attive rilevate. I finanziamenti alle pmi – quelli fino a un milione di euro, che rappresentano il canale creditizio principale per le piccole e medie imprese – hanno segnato un tasso del 4,18% a marzo 2026, in rialzo rispetto al minimo di 3,95% registrato ad agosto 2025. Dopo una fase di discesa durata fino all’estate, il tasso sulle pmi ha quindi invertito la rotta nella seconda parte dell’anno, chiudendo marzo 2026 su livelli superiori al punto di minimo di circa 0,23 punti. I finanziamenti oltre il milione di euro – quelli destinati alle grandi imprese – hanno invece beneficiato di condizioni più favorevoli, con un tasso del 2,99% a marzo 2026, quasi 1,2 punti percentuali in meno rispetto a quanto pagato dalle pmi per operazioni analoghe.

Il divario tra grandi e piccole imprese nel costo del credito è rimasto quindi strutturalmente ampio, a conferma di una segmentazione del mercato che premia la dimensione aziendale indipendentemente dall’andamento generale dei tassi. Il fronte dei depositi ha completato il quadro con dati ancora più sbilanciati. I depositi totali di famiglie e società non finanziarie hanno reso lo 0,65% a marzo 2026, in lieve risalita rispetto allo 0,62% di novembre e dicembre 2025, ma comunque ben al di sotto dello 0,85% di gennaio 2025. I conti correnti – il principale strumento di raccolta bancaria, su cui giace la liquidità quotidiana di famiglie e imprese – hanno remunerato appena lo 0,29% a marzo 2026, un valore che ha toccato il suo minimo storico nel periodo osservato a luglio e agosto 2025 con lo 0,27%, e che non ha mai superato lo 0,41% registrato a inizio 2025. In quattordici mesi la remunerazione dei conti correnti si è quindi ridotta di 0,12 punti percentuali, scendendo verso lo zero in modo costante e senza inversioni di tendenza significative. I soli depositi vincolati, che immobilizzano la liquidità per un periodo prestabilito, hanno offerto un rendimento più significativo, pari al 2,45% a marzo 2026, ma in marcata discesa rispetto al 3,14% di gennaio 2025: in poco più di un anno hanno perso 0,69 punti percentuali, la contrazione più netta tra tutte le voci passive rilevate.

Il confronto puntuale tra i tassi attivi e passivi a marzo 2026 ha restituito la misura dello spread di cui le banche hanno continuato a beneficiare. Chi ha depositato denaro in conto corrente ha ricevuto lo 0,29%, mentre chi ha chiesto un prestito al consumo ha pagato il 10,34%: una differenza di oltre 10 punti percentuali. Chi ha acceso un mutuo ha pagato il 3,81% a fronte di un rendimento sui depositi vincolati del 2,45%, con uno spread di 1,36 punti. Le PMI hanno pagato il 4,18% sui finanziamenti ordinari contro lo 0,65% medio riconosciuto sui depositi, con uno spread di 3,53 punti. Anche le grandi imprese, pur in posizione più favorevole, hanno pagato il 2,99% sui finanziamenti a fronte di una remunerazione sui depositi di appena 0,65%, con uno spread di 2,34 punti. In tutti i segmenti, senza eccezione, il costo del denaro preso a prestito ha superato abbondantemente la remunerazione del denaro depositato, in un quadro in cui i margini bancari si sono mantenuti solidi indipendentemente dall’orientamento della politica monetaria.

Il quadro complessivo ha confermato una dinamica strutturale che i dati mensili hanno reso evidente: la discesa dei tassi Bce ha prodotto effetti asimmetrici. Sul versante della raccolta, le banche hanno ridotto rapidamente la remunerazione dei depositi, portando i conti correnti allo 0,29% già dalla seconda metà del 2025. Sul versante degli impieghi, la trasmissione è rimasta parziale, lenta e differenziata: più favorevole per le grandi imprese, meno per le pmi, quasi nulla per il credito al consumo alle famiglie. Lo spread bancario, in altri termini, si è allargato a vantaggio degli istituti e a scapito dei clienti retail e delle piccole imprese, proprio nel momento in cui la politica monetaria avrebbe dovuto portare un alleggerimento generalizzato del costo del denaro.

– foto IPA Agency –

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Economia

La Banca Centrale Europea seleziona 36 prestatori di servizi di pagamento per partecipare al progetto pilota dell’euro digitale

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ROMA (ITALPRESS) – La Banca Centrale Europea (BCE) ha selezionato 36 prestatori di servizi di pagamento (PSP) provenienti da tutta l’area dell’euro per partecipare al progetto pilota dell’euro digitale, fondamentale per testare la funzionalità tecnica e i processi operativi dell’euro digitale, nonché per perfezionare l’esperienza utente.

L’obiettivo del progetto pilota, si legge in una nota, è “supportare i lavori preparatori in corso per la potenziale emissione di un euro digitale e dovrebbe iniziare nella seconda metà del 2027 per un periodo di 12 mesi”. L’Eurosistema ha ricevuto oltre 50 candidature da parte di prestatori di servizi di pagamento (PSP); i candidati sono stati valutati sulla base di una serie di criteri di ammissibilità predefiniti. I partecipanti selezionati, tra cui banche e fornitori di servizi non bancari, rappresentano un’ampia gamma di modelli di business e dimensioni, oltre a offrire una vasta copertura geografica, garantendo un ambiente di test e apprendimento diversificato e rappresentativo per l’euro digitale.

“Il forte interesse del mercato per il progetto pilota dimostra la disponibilità del settore privato a impegnarsi attivamente e a progredire rapidamente nel progetto dell’euro digitale per rafforzare il panorama europeo dei pagamenti”, ha dichiarato Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE e presidente della Task Force di alto livello sull’euro digitale.

 “Non vediamo l’ora di intensificare la collaborazione e di imparare insieme ai fornitori europei di servizi di pagamento per sviluppare un euro digitale sicuro, efficiente e inclusivo”, ha concluso Cipollone.

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Il progetto pilota utilizzerà una versione beta dell’euro digitale. Sarà funzionalmente e tecnicamente simile all’euro digitale previsto nella bozza di legge, ma non avrà corso legale. Alcuni dei fornitori selezionati consentiranno al personale dell’Eurosistema di accedere ai servizi beta in euro digitale, come la creazione del proprio conto in euro digitale beta e l’effettuazione dei pagamenti, mentre altri serviranno commercianti selezionati e consentiranno loro di ricevere pagamenti in euro digitale beta.

Alcuni fornitori svolgeranno un duplice ruolo, sia di acquisizione che di distribuzione. Il progetto pilota si svolgerà presso la BCE e 19 banche centrali nazionali dell’area euro, ovvero Belgio, Germania, Estonia, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Italia, Cipro, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Slovenia, Slovacchia e Finlandia. Il progetto pilota tiene conto del fatto che i prestatori di servizi di pagamento selezionati potrebbero fornire servizi pilota anche in paesi diversi da quello in cui hanno sede.

Il progetto pilota coinvolgerà il personale della BCE e delle banche centrali nazionali partecipanti, nonché commercianti online e commercianti che offrono servizi di routine presso le proprie sedi (ad esempio, mense e ristoranti). Il personale delle banche centrali partecipanti avrà l’opportunità di effettuare pagamenti digitali in euro in versione beta da persona a persona (sia online che offline) e da persona ad azienda (sia presso i punti vendita fisici, inclusi i POS software, sia tramite e-commerce, inclusi i pagamenti mobili).

Il progetto pilota contribuirà anche a perfezionare il design dell’euro digitale e l’esperienza utente. Gli aggiornamenti sui progressi saranno pubblicati regolarmente sulla pagina web dedicata al progetto pilota dell’euro digitale della BCE. Come prossimi passi, i fornitori di servizi di pagamento selezionati collaboreranno a stretto contatto con le rispettive banche centrali nazionali e con la BCE per predisporre i preparativi necessari per la fase pilota.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Economia

Tavolo automotive al Mimit, Urso “Il 2026 deve essere l’anno delle riforme europee”

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ROMA (ITALPRESS) – “Lo abbiamo detto sin dall’inizio, con responsabilità e senza infingimenti: l’epicentro della crisi è a Bruxelles, nelle follie del Green Deal che ha messo in ginocchio l’industria automobilistica europea, favorendo la tecnologia e la produzione cinese. Oggi i fatti dimostrano che avevano ragione. Non è soltanto Volkswagen in grave difficoltà: la crisi sta investendo i principali costruttori europei e rischia di travolgere l’intera filiera industriale del continente”. È quanto ha dichiarato, secondo quanto si apprende, il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso, nel corso del tavolo automotive in corso al Mimit.

Il Ministro ha quindi richiamato il recente studio del Boston Consulting Group, secondo cui in Europa si registra una sovraccapacità produttiva di oltre 5 milioni di veicoli, equivalente a più di 35 stabilimenti, oltre un terzo dei circa 90 esistenti. “Non c’è più tempo da perdere: il 2026 deve essere l’anno delle riforme europee. Se non interveniamo subito, la transizione si trasformerà in deindustrializzazione”, ha aggiunto.

“Siamo stati i primi ad aprire il cantiere delle riforme europee quando ancora molti negavano il problema. L’Italia ha avuto coraggio. Ce l’ha riconosciuto persino l’amministratore delegato francese di Renault che ha detto che è ‘l’approccio italiano responsabile e pragmatico che ha indicato la via delle riforme in Europa’. E un altro quotidiano francese ha detto ‘L’Italia oggi ispira l’Europa. È essa che sta indicando la via del Rinascimento Industriale Europeo’. Quasi due anni fa, insieme alla Repubblica Ceca, abbiamo presentato a Bruxelles un non paper sul settore e siamo riusciti ad ottenere il rinvio delle super multe e anticipare la revisione del regolamento sulla CO2. Ma non basta: occorre da subito che sia pienamente riconosciuto il principio di neutralità tecnologica e dobbiamo anticipare l’attuazione dell’Industrial Accelerator Act: non si può attendere il 2029 per introdurre i requisiti Made in Europe e Low carbon”.

“Con il nuovo DPCM sull’automotive abbiamo segnato una svolta netta rispetto al passato, superando una stagione di incentivi frammentati e poco efficaci, che troppo spesso hanno sostenuto l’acquisto di veicoli prodotti all’estero, con una vera politica industriale che sostiene la filiera dell’automotive nei suoi investimenti. Oltre un miliardo del fondo è alle PMI attraverso Accordi per l’innovazione e i mini Contratti di sviluppo, un nuovo strumento più adatto alle loro dimensioni. Sul fronte della domanda confermiamo gli interventi per veicoli commerciali, retrofit e infrastrutture di ricarica, introducendo anche il noleggio sociale a lungo termine per le famiglie più fragili. Vogliamo accompagnare la transizione industriale con una politica che unisca competitività, occupazione e inclusione sociale, rafforzando il sistema produttivo nazionale: inizia una nuova stagione”.

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– Foto Ipa Agency –
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Space Economy, filiera da 3,1 miliardi

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MILANO (ITALPRESS) – Si è svolto a Milano il Tavolo strategico sulla finanza e gli investimenti per la Space Economy italiana, alla presenza del Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Sen. Adolfo Urso, del Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, dei rappresentanti del Parlamento, del Governo, di AIAD, ASAS e AIPAS in rappresentanza dell’industria spaziale nazionale, di Confindustria, del sistema bancario, della finanza, dei fondi di investimento e dei principali operatori del settore. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha concluso i lavori in una sessione a porte chiuse. L’iniziativa è stata promossa e organizzata dall’Intergruppo Parlamentare per la Space Economy insieme con l’Agenzia Spaziale Italiana, con il supporto di COMINT e UPSA, con il patrocinio di Regione Lombardia e Assolombarda, con il supporto di Inrete – Relazioni Istituzionali e Comunicazione e di SDA Bocconi SEE Lab e con il contributo di Fondazione PwC.

Gli Stati Generali della Space economy italiana, tenutosi alla Torre Libeskind di Milano sede di PwC, si confermano il principale momento nazionale di confronto sulle prospettive della Space Economy italiana. L’incontro rappresenta una delle tappe di Spazio Italia 2.0 – Stati Generali della Space Economy 2026 ed è stato promosso con l’obiettivo di avviare un confronto tra Parlamento, Governo, industria spaziale nazionale, sistema finanziario ed economico e istituzioni per definire, attraverso una visione condivisa, nuovi strumenti finanziari, normativi e di politica industriale utili a sostenere nel prossimo decennio la più ampia attuazione delle politiche spaziali italiane, la piena partecipazione dell’Italia ai principali programmi spaziali internazionali con ESA, NASA e le altre agenzie spaziali governative, il rafforzamento dell’accesso autonomo dell’Italia allo spazio e l’ulteriore sviluppo del mercato nazionale e commerciale della Space Economy, attraverso una mobilitazione sempre più efficace e coordinata di capitali privati, insieme alle risorse pubbliche.

Il confronto si inserisce in una fase di forte espansione della Space Economy italiana. Tra il 2021 e il 2024 il fatturato della filiera spaziale è cresciuto da 1,9 a 3,1 miliardi di euro, mentre gli occupati sono aumentati da 5.900 a 8.900 unità. Anche la proiezione internazionale del settore è in costante crescita: l’export dell’aerospazio è aumentato del 23,3% rispetto al 2022 e gli investimenti esteri del 37,1%. Nel 2025 il mercato italiano dei servizi di Osservazione della Terra ha raggiunto i 340 milioni di euro, con una crescita del 73% rispetto al 2022, superiore a quella del mercato europeo (+65%). A livello globale, l’economia dello spazio è destinata a raggiungere ricavi per 1.790 miliardi di dollari entro il 2035 e rappresenta uno dei comparti con il più elevato effetto moltiplicatore degli investimenti: secondo l’ESA, ogni euro investito nei programmi spaziali può generare fino a 4 euro di valore economico e attrarre fino a 2,8 euro di ulteriori investimenti privati.

Nel corso del confronto è emerso come la Space Economy rappresenti oggi più che mai, un settore strategico che integra manifattura avanzata, digitale, ricerca scientifica e innovazione, generando applicazioni sempre più rilevanti per le telecomunicazioni, l’osservazione della Terra, la mobilità, la difesa, la sostenibilità ambientale e la gestione delle infrastrutture critiche. Un patrimonio industriale e tecnologico che vede l’Italia tra i protagonisti in Europa e che richiede una visione condivisa tra istituzioni, imprese e sistema finanziario per garantirne anche in futuro la competitività. Ad introdurre la mattinata di lavori, con un saluto istituzionale, è stato Andrea Mascaretti, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare per la Space Economy, che ha ribadito il valore degli Stati Generali come luogo di confronto permanente tra politica, industria e stakeholder del settore, con l’obiettivo di accompagnare la crescita della filiera spaziale italiana attraverso una strategia nazionale condivisa.

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“Siamo al lavoro per costruire nuovi strumenti a sostegno delle politiche strategiche spaziali italiane e per supportare lo sviluppo del mercato commerciale nazionale della Space Economy – ha detto Mascaretti -. Lo Spazio è ormai uno dei principali fattori di competitività economica, innovazione tecnologica e sicurezza strategica. Per questo abbiamo voluto riunire attorno allo stesso tavolo Governo, industria spaziale, sistema finanziario e mondo dell’economia, affinché possano condividere insieme ai Parlamentari una visione comune sulle sfide che attendono il nostro Paese nei prossimi dieci anni. L’obiettivo dell’iniziativa è duplice. Da una parte sostenere un’industria spaziale italiana che rappresenta già oggi una delle eccellenze del nostro sistema produttivo e che, in una fase di straordinaria evoluzione del settore a livello mondiale, deve poter continuare a crescere e competere ai massimi livelli internazionali. Dall’altra accompagnare e accelerare lo sviluppo del mercato commerciale della Space Economy italiana, favorendo l’espansione delle attività svolte da operatori privati e la nascita di nuove opportunità industriali e imprenditoriali. Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno dimostrato come la progressiva apertura del settore agli investimenti privati abbia generato una profonda trasformazione dell’economia dello spazio. Maggiore competizione, più innovazione, tempi di sviluppo più rapidi, riduzione dei costi e un ecosistema industriale capace di attrarre capitali, creare occupazione altamente qualificata e sviluppare servizi che oggi fanno parte della vita quotidiana di cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni. Con la legge italiana sulla Space Economy del 2025 il nostro Paese si è dotato di un quadro normativo moderno e tra i più avanzati in Europa. Oggi siamo chiamati a un passo ulteriore: individuare tutti insieme, Governo, Parlamento, industria e sistema finanziario, nuovi strumenti capaci di accompagnare una crescita sempre più veloce del settore, sostenere nel lungo periodo le politiche strategiche spaziali italiane e favorire lo sviluppo del mercato commerciale nazionale della Space Economy’.

Ad aprire i lavori con un intervento sugli investimenti del Governo e sulla politica industriale spaziale nazionale è stato il Sen. Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata per le politiche spaziali, che ha sottolineato il valore dello Spazio come settore strategico per l’Italia, evidenziando la necessità di sostenere la crescita della filiera italiana e valorizzare il patrimonio di competenze presenti nel Paese. Per Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, “l’Italia sta consolidando il proprio ruolo tra i protagonisti della Space Economy europea. Il Governo ha scommesso fin dall’inizio sul comparto, stanziando con diversi provvedimenti oltre 10 miliardi di euro e valorizzando anche le risorse del PNRR, che hanno già consentito la realizzazione di quattro Space Factory e la nascita di una rete di 16 distretti industriali distribuiti lungo tutto il Paese. Lo spazio unisce l’Italia: da Nord a Sud stiamo costruendo una filiera sempre più forte e competitiva, capace di trasformare ricerca, innovazione e manifattura avanzata in crescita, occupazione qualificata e autonomia tecnologica. La scelta di riunire a Roma, il prossimo 15 dicembre, sotto la Presidenza italiana, la Ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea per riprogrammare alcuni interventi finanziari alla luce del nuovo contesto internazionale conferma la centralità del nostro Paese in Europa e la sua vocazione a essere protagonista della nuova avventura spaziale dell’umanità. Ora è fondamentale affiancare agli investimenti pubblici una maggiore mobilitazione di capitali privati, per sostenere lo sviluppo del settore e cogliere le opportunità di un mercato in continua espansione. La rotta è tracciata: consolidare una filiera nazionale sempre più innovativa e competitiva, rafforzando la sovranità tecnologica e la capacità dell’Italia di guidare le sfide della nuova economia dello spazio”.

All’incontro ha partecipato anche Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia, che ha evidenziato il ruolo del territorio lombardo come uno dei principali poli europei dell’aerospazio e dell’innovazione. La Lombardia, grazie alla presenza di imprese, università, centri di ricerca e competenze altamente qualificate, rappresenta infatti un laboratorio naturale per lo sviluppo della Space Economy e per la costruzione di nuove sinergie tra sistema produttivo, sistema finanziario e istituzioni. “La Lombardia crede fortemente nella Space Economy e nella necessità di continuare a sostenere una filiera strategica per la competitività del Paese – ha detto Fontana -. Per questo guardiamo con grande interesse alla realizzazione di una Zona di Innovazione e Sviluppo dedicata al comparto, che consentirebbe di mettere a sistema le eccellenze già presenti sul territorio, a partire dall’area di Varese, dove si concentra un patrimonio unico di imprese, competenze e capacità industriali. L’obiettivo è creare un ecosistema sempre più integrato, capace di favorire la collaborazione tra aziende, università e centri di ricerca, accelerando innovazione, investimenti e sviluppo. Accogliamo quindi con soddisfazione l’apertura manifestata oggi dal Governo su questo percorso: è un segnale importante, che attendiamo possa tradursi rapidamente in un confronto operativo con i territori, per rafforzare uno dei principali poli aerospaziali europei e cogliere appieno le opportunità offerte dalla nuova economia dello spazio”.

A portare il punto di vista dell’industria e degli stakeholder del settore sono stati quindi i rappresentanti di alcune delle aziende che sostengono e partecipano agli Stati Generali della Space Economy, dalla tavola rotonda a cui hanno preso parte è emerso che la crescita della Space Economy richieda oggi una maggiore integrazione tra industria, mondo finanziario, ricerca e istituzioni, insieme alla capacità di trasformare l’eccellenza tecnologica italiana in nuovi prodotti, servizi e opportunità di mercato. Per Massimo Claudio Comparini, Managing Director della Divisione Spazio di Leonardo, “la space economy sta entrando in una nuova fase in cui il valore sarà sempre più legato ai servizi, ai dati e alle applicazioni rese possibili dalle infrastrutture spaziali che oggi realizziamo. In questa prospettiva Leonardo ha, ad esempio, investito mezzo miliardo di euro in una costellazione proprietaria di osservazione della Terra, un sistema interconnesso e con capacità di supercalcolo a bordo, e nel rafforzamento della propria Divisione Spazio, insieme alle competenze di Telespazio e Thales Alenia Space Italia, con un focus anche sull’esplorazione, ad esempio attraverso il programma per il modulo della prima casa sulla Luna e per una futura rete di navigazione e comunicazione lunare. L’Italia dispone di una filiera industriale e tecnologica di grande qualità: la sfida è rendere sempre più stretta la collaborazione tra grandi imprese, pmi, startup e centri di ricerca e favorire la contaminazione e convergenza dell’innovazione spaziale con le tecnologie digitali, l’Intelligenza Artificiale, il super calcolo. Oggi esiste anche una crescente consapevolezza, da parte del mondo finanziario e industriale, che investire nello spazio significa investire in competitività, innovazione e sviluppo. L’Italia ha tutti gli elementi per giocare un ruolo da protagonista a livello globale”.

Secondo David Avino CEO e Founder Argotec, “lo Spazio sta entrando in una nuova fase della sua evoluzione: non parliamo più soltanto di costellazioni satellitari, ma di soluzioni data-driven capaci di trasformare i dati in informazioni ad altissimo valore aggiunto. In questa nuova era, il fulcro della traiettoria industriale è rappresentato da tecnologie native dual-use e dalla capacità di processare i dati direttamente in orbita, mettendo a disposizione degli utenti finali informazioni in near real-time. Si tratta di asset strategici essenziali per la Pubblica Amministrazione, la Protezione Civile, la Difesa e il settore privato perché consentono di prendere decisioni critiche con maggiore tempestività, precisione ed efficacia. In Argotec, lavoriamo ogni giorno per sviluppare sistemi spaziali che trasformano i dati in capacità operativa, un motore invisibile, ma vitale per la sicurezza, la sostenibilità e la competitività del nostro Paese. L’Italia possiede tutte le capacità industriali e tecnologiche per ricoprire un ruolo centrale in questo nuovo scenario. È però necessario creare un ecosistema capace di attrarre investimenti e capitali internazionali per poter competere a livello globale”.

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“Siamo felici di ospitare gli Stati Generali della Space Economy per contribuire a delineare il futuro di un settore destinato a giocare un ruolo sempre più centrale nella competitività del Paese. La space economy rappresenta infatti un potente abilitatore di innovazione, con ricadute trasversali su numerose filiere industriali e tecnologiche – sottolinea Alessandro Grandinetti, Partner Markets & Clients Leader di PwC Italia -. L’Italia ha dimostrato una visione pionieristica, diventando il primo Paese ad aver adottato una legge organica dedicata al tema: un segnale importante che rafforza il posizionamento nazionale in un comparto ad alto valore strategico. Nell’ambito dei valori di Fondazione PwC Italia crediamo nell’importanza del dialogo tra pubblico e privato per accompagnare la crescita di questo ecosistema e trasformare l’innovazione in opportunità concrete per il sistema economico e sociale”.

‘Thales Alenia Space crede e investe fortemente nella sua filiera, integrando più di 250 piccole e medie imprese italiane nella catena del valore, promuovendo da anni le eccellenze nazionali, come dimostra anche la nostra attiva partecipazione nei distretti aerospaziali regionali – ha detto Ornella Bombaci, Direttrice del Competence Centre System Engineering Thales Alenia Space Italia -; solo per citarne alcuni: Piemonte, Lombardia e Abruzzo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha sicuramente dato nuovo slancio per rafforzare le competenze nazionali nella space economy, ma da sempre la nostra azienda investe in infrastrutture e tecnologie, come dimostrato dalla Space Smart Factory e da nuovi programmi di punta nell’Osservazione della Terra come la costellazione IRIDE’. Per Roberto Aceti, CEO di OHB Italia, ‘gli Stati Generali della Space Economy rappresentano un’importante occasione per costruire una visione condivisa del futuro dello spazio in Italia. Oggi il nostro Paese può contare su una filiera industriale, scientifica e tecnologica tra le più avanzate d’Europa, con competenze che spaziano dall’osservazione della Terra all’esplorazione spaziale, dalle telecomunicazioni alla sicurezza. La sfida è trasformare questo patrimonio in una strategia di lungo periodo capace di rafforzare la competitività nazionale, sostenere l’autonomia strategica europea e generare valore per l’intero sistema economico. Come OHB Italia siamo orgogliosi di contribuire a questo percorso, mettendo a disposizione la nostra esperienza come prime contractor di alcune delle più importanti missioni spaziali europee e italiane’.

“La sfida della space economy non è più sviluppare nuove tecnologie ma trasformare l’innovazione in capacità industriali permanenti, servizi operativi e vantaggio competitivo. Le esperienze che stiamo sviluppando in RINA dimostrano che questo è possibile quando ricerca, proprietà intellettuale, capitale pubblico e privato lavorano in continuità con il mercato – ha spiegato Daniele Calderoni Parronchi, Chief Strategy & Innovation di RINA -. Il vero indicatore di successo non è il numero di progetti finanziati ma la capacità di accompagnare le tecnologie dal laboratorio alle applicazioni industriali. Solo così l’innovazione genera crescita economica, competitività e valore duraturo per il Paese”.

– Foto ufficio stampa Intergruppo Parlamentare per la Space Economy –

(ITALPRESS).

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