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Economia

Caro carburanti, CGIA “Un’impresa di autotrasporto su cinque rischia di chiudere entro fine anno”

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VENEZIA (ITALPRESS) – L’annuncio del fermo dell’autotrasporto, arrivato ieri, è solo l’ultimo campanello d’allarme di un settore in affanno, dove la protesta non è più episodica, ma il sintomo di una crisi profonda e persistente. E nei prossimi mesi, la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Secondo le stime dell’Ufficio studi della CGIA, infatti, un’impresa su cinque rischia di chiudere entro la fine dell’anno, schiacciata da una crisi di liquidità sempre più soffocante. Se il prezzo del diesel dovesse rimanere costantemente sopra i 2 euro al litro sino alla fine del 2026, non c’è speranza. Molti piccoli padroncini saranno costretti a gettare definitivamente la spugna. I numeri sono impietosi: a fronte di di 67.350 imprese del settore dell’autotrasporto presenti in Italia, oltre 13.000 di queste potrebbero essere costrette ad arrendersi entro la fine di quest’anno, lasciando i propri automezzi fermi nei piazzali, come carcasse silenziose di un settore in affanno. Non si tratta solo di camion che si fermano, ma di un intero sistema che rischia di implodere, con ripercussioni a catena sull’economia reale e sulla tenuta di migliaia di famiglie. Per chi osserva il mondo della logistica dall’esterno, l’aumento del prezzo del carburante alla pompa sembra un fastidio gestibile: un costo che si “ribalta” semplicemente sul cliente finale. Ma per un’impresa di autotrasporto, la realtà è radicalmente diversa. Non è solo una questione di rincari, è una crisi di sostenibilità finanziaria.

In un’azienda di trasporto media, il gasolio rappresenta circa il 30% dei costi operativi totali. Insieme al costo del personale, è la voce di spesa più pesante. Quando il prezzo del gasolio subisce impennate repentine, questo equilibrio si spezza istantaneamente. A differenza di altri settori produttivi, l’autotrasportatore opera spesso con contratti a lungo termine o tariffe fisse negoziate mesi prima. Se il carburante aumenta del 24 per cento come è successo dall’inizio del conflitto nel Golfo, questo costo extra viene assorbito interamente dal trasportatore. Il prezzo del diesel alla pompa in modalità self oggi è mediamente pari a 2,135 euro al litro. Nonostante il taglio delle accise deciso dal governo Meloni e prorogato fino al prossimo inizio di maggio, rispetto all’inizio della guerra nel Golfo l’incremento di prezzo è stato del 24 per cento (+0,415 euro al litro). Ma se il confronto lo facciamo con il 31 dicembre scorso, il rincaro è stato addirittura del 30,6 per cento (+0,50 euro al litro). Considerato che un serbatoio di un mezzo pesante contiene circa 500 litri di gasolio, oggi ad un autotrasportatore fare il pieno al proprio Tir costa 1.067 euro, 207 euro in più rispetto ad un mese e mezzo fa e 250 euro in più se la comparazione viene eseguita con la fine dell’anno scorso. Ipotizzando che il prezzo del diesel odierno rappresenti il dato medio del 2026, quest’anno per rifornire un mezzo pesante il proprietario dovrebbe spendere 76.860 euro, praticamente quasi 17.500 euro in più di quanto ha speso nel 2025.

Le difficoltà degli autotrasportatori non si esauriscono nella fiammata del prezzo del gasolio; il nodo centrale è una strategia politica che, nei fatti, finisce per penalizzare la categoria anziché sostenerla. Il riferimento critico va alle misure adottate dal Governo negli ultimi mesi. Se da un lato è stato introdotto il taglio delle accise, dall’altro è rimasto al palo il promesso credito d’imposta a favore delle imprese di trasporto: un provvedimento che, ad oggi, esiste solo sulla carta e interesserà solo una piccola minoranza (circa il 22%) dei mezzi di trasporto merci in circolazione sulle nostre strade. Paradossalmente, proprio il taglio delle accise ù presentato come un sollievo immediato ù si è rivelato un autentico boomerang. Per legge, infatti, gli autotrasportatori beneficiano di un rimborso sulle accise pagate sul gasolio professionale. Nel momento in cui il Governo riduce temporaneamente l’imposta per tutti i consumatori, quella stessa riduzione viene decurtata dal rimborso spettante alla categoria. In sintesi: lo sconto alla pompa neutralizza il vantaggio fiscale specifico. Se a questo aggiungiamo che il mercato ha rapidamente assorbito il taglio, vanificando l’effetto sul prezzo finale, il quadro è completo: gli autotrasportatori perdono il rimborso senza ottenere un calo strutturale dei costi. Una beffa in piena regola. A complicare lo scenario si aggiunge l’atteggiamento di molti committenti.

Numerosi vettori, specialmente i più piccoli, stanno ricevendo comunicazioni dai propri committenti in cui viene contestata l’applicazione della clausola di fuel surcharge.
Questa clausola contrattuale dovrebbe garantire l’adeguamento automatico delle tariffe quando il prezzo del gasolio oscilla oltre il 2% rispetto ai valori di riferimento. Eppure, la realtà odierna racconta una storia diversa: da un lato c’è qualche committente che nega tout court l’adeguamento e, dall’altro, chi lo riconosce solo parzialmente, scorporando arbitrariamente la quota corrispondente al taglio delle accise introdotte dal Governo. Le difficoltà del settore vengono da lontano. Negli ultimi 10 anni, ad esempio, lo stock complessivo delle imprese attive di autotrasporto presenti in Italia è diminuito di ben 19.241 unità. Se nel 2015 erano 86.590, nel 2025 sono scese a 67.349 (-22,2%). A livello regionale le situazioni più critiche si sono verificate in Valle d’Aosta con una contrazione del 34,1% (in valore assoluto pari a -29), nelle Marche del 33,4 (-1.062), nel Lazio del 32,5 (-2.238), in Friuli Venezia Giulia del 30,5 (-449) e in Sardegna del 30,2 (-722). Per contro, l’unica regione che può contare su un saldo positivo è il Trentino Alto Adige con il +12,1% (+165). Sicuramente le crisi economiche che si sono succedute in questo periodo hanno contribuito in misura determinante a ridurre la platea delle imprese di questo settore.

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Senza contare che soprattutto nel Nord si è fatta sentire la concorrenza dei vettori stranieri, in particolare quelli provenienti dai paesi dell’Europa dell’est. Tuttavia, un contributo importante a questo ridimensionamento è ascrivibile anche all’elevato numero di aggregazioni e acquisizioni che si sono verificate in questo ultimo decennio, provocando, in particolare, una forte decurtazione del numero delle imprese monoveicolari. Un cambiamento non del tutto negativo. Anzi. Grazie agli effetti delle crisi e a questi processi di unione aziendale, la dimensione media delle imprese è aumentata e, conseguentemente, è cresciuto anche il livello di produttività dell’intero sistema logistico. Sempre nel 2025, la realtà provinciale dove si registra il maggior numero di imprese del settore dell’autotrasporto è Napoli con 3.984 attività. Seguono Milano con 3.102, Roma con 2.854, Torino con 2.153 e Salerno con 1.724. In queste cinque realtà scorgiamo oltre il 20 per cento del totale delle imprese attive di autotrasporto presenti in Italia che l’anno scorso ha toccato complessivamente le 67.349 unità. Imperia, infine, è stata la realtà provinciale che tra il 2015 e il 2025 ha subito la contrazione più pesante pari al -40,2% (in valore assoluto pari a -90). Seguono Roma con il -39,4 (-1.854) e Ancona con il -39,3 (-354). Tra le 102 province monitorate in questa indagine, le uniche che nell’ultimo decennio hanno subito un incremento sono state Caserta con il +5,2% (+56), Palermo con il +12,9 (+123) e Bolzano con il +35,7 (+213).

– foto di repertorio IPA Agency –

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Economia

Istat, la retribuzione oraria media nel primo semestre 2026 è cresciuta del 2,6%

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ROMA (ITALPRESS) – Alla fine di giugno, secondo i dati Istat, per l’insieme dei settori economici, i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica sono 50 e riguardano il 69,9% dei dipendenti (circa 9,1 milioni). Tale percentuale sale all’89,3% nel settore privato ed è pari a zero nella pubblica amministrazione, dove tutti i contratti sono scaduti.

Nel corso del secondo trimestre 2026 sono stati recepiti 6 contratti: 1 nel settore agricolo, 1 nel settore industriale e 4 nei servizi privati. A fine giugno i contratti in attesa di rinnovo sono 25 e coinvolgono circa 3,9 milioni di dipendenti: meno di un terzo (1,1 milioni) appartiene al settore privato e il resto (2,8 milioni) alla pubblica amministrazione.

Tra giugno 2025 e giugno 2026, il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto è passato da 24,9 a 17,9 mesi. In lieve crescita per il settore privato (da 15,6 a 17,7 mesi) e in decisa riduzione per la pubblica amministrazione (da 34,4 a 18 mesi), grazie ai rinnovi del triennio 2022-2024.

La retribuzione oraria media nel periodo gennaio-giugno 2026 è cresciuta del 2,6% rispetto allo stesso periodo del 2025. L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a giugno aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente e del 2,4% rispetto a giugno 2025; l’aumento tendenziale è stato del 2,4% nel settore privato (3,2% nell’agricoltura, 2,7% nell’industria e 2,2% nei servizi privati) e del 2,3% per la pubblica amministrazione. I settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono igiene ambientale (+5,7%), gas e acqua e chimiche (entrambi +5,2%). L’incremento è invece nullo per le farmacie private.

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– Foto Ipa Agency –

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Economia

UniCredit, Accenture e IBM insieme per una piattaforma bancaria europea di nuova generazione

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MILANO (ITALPRESS) – UniCredit, Accenture e IBM hanno annunciato una collaborazione strategica di lungo termine che pone le basi tecnologiche a supporto della crescita di UniCredit nei tredici mercati europei in cui il Gruppo opera. Le aziende collaboreranno alla progettazione di un nuovo modello operativo per la tecnologia bancaria, che consentirà a UniCredit di avere un maggiore controllo sull’evoluzione delle proprie tecnologie, combinando al contempo la resilienza dei sistemi mission-critical con la flessibilità delle moderne piattaforme digitali, favorendo l’innovazione continua. L’accordo rappresenta l’avvio di un programma pluriennale finalizzato al potenziamento dei sistemi core e del modello operativo della banca. “La tecnologia è un fattore strategico abilitante per la crescita e la trasformazione di UniCredit. La nostra partnership con Accenture e IBM segna una tappa importante nella costruzione della nostra piattaforma bancaria di prossima generazione, combinando la resilienza che i nostri clienti si aspettano con l’agilità necessaria per innovare più rapidamente e scalare in modo responsabile l’intelligenza artificiale all’interno del Gruppo”, ha dichiarato Ali Khan, group digital e information officer di UniCredit.

“Insieme stiamo creando le fondamenta tecnologiche che rafforzeranno la nostra competitività, sosterranno una crescita sostenibile e genereranno valore duraturo per clienti, colleghi e azionisti”, ha aggiunto. “Questa partnership dimostra come la tecnologia possa diventare un motore strategico di crescita. Insieme a UniCredit, puntiamo ad accelerare l’adozione di cloud, dati e intelligenza artificiale per sbloccare nuove fonti di valore e generare maggiori benefici per clienti, persone e comunità”, ha affermato Mauro Macchi, chief executive officer di Accenture Emea. “La nostra rafforzata collaborazione con UniCredit, che comprende sia le nostre capacità tecnologiche sia quelle di consulenza, riflette un impegno condiviso verso l’innovazione e la trasformazione. Combinando infrastrutture moderne e competenze in materia di innovazione, in linea con la strategia di UniCredit per il cloud ibrido e l’intelligenza artificiale, contribuiamo a creare una base tecnologica in grado di sostenere la crescita di lungo termine di UniCredit, offrendo al contempo esperienze d’uso migliori ai suoi clienti”, ha dichiarato Ana Paula Assis, senior vice president e chair Ibm Emea e Apac.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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Economia

Intesa Sanpaolo, Messina “Determinati a portare a termine l’operazione Mps”

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ROMA (ITALPRESS) – “Vogliamo portare a termine l’operazione e faremo tutto il possibile per riuscirci”. Così Carlo Messina, Amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, in un’intervista a Milano Finanza, sull’offerta per Mps. “È molto importante perché consentirebbe di accelerare il nostro piano industriale, anticipandone di circa tre anni gli obiettivi. Con l’acquisizione arriveremo a 2.000 miliardi di patrimoni in gestione. E potremo potenziare le sinergie che già abbiamo nel gruppo, dal momento che grazie agli investimenti in tecnologia siamo in grado di aumentare l’efficienza operativa e ridurre il numero di addetti”, spiega. “Con l’integrazione circa 5.000 persone potrebbero lasciare su base volontaria, favorendo il ricambio generazionale. Riteniamo che l’acquisizione possa creare valore sia per gli azionisti di Intesa Sanpaolo sia per quelli di Mps. L’offerta che abbiamo presentato attribuisce a Mps un multiplo p/e comparabile a quello di JPMorgan, Morgan Stanley e Goldman Sachs. Intesa tratta con un p/e di circa 11 volte, in linea con Unicredit e San-tander, mentre la valutazione implicita di Mps nella nostra of-ferta arriva a 15 volte. Riteniamo quindi di aver formulato una buona proposta. Ma possiamo anche garantire qualcosa che oggi manca in Mps: serenità. In altre parole, un approdo sicuro per gli azionisti”, conclude.

– foto IPA Agency –

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