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Economia

Investimenti in aerospazio, difesa e sicurezza: Confindustria lancia Connext Filiere

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ROMA (ITALPRESS) – Trasformare la nuova stagione di investimenti in aerospazio, difesa e sicurezza in una leva di sviluppo industriale per il Paese. Con questo obiettivo Confindustria ha lanciato oggi, alla presenza del Ministro delle Imprese e del Made In Italy Adolfo UrsoConnext Filiere Aerospazio, Difesa e Sicurezza il nuovo progetto dedicato alla costruzione e al rafforzamento delle filiere industriali strategiche italiane partendo da un comparto che nei prossimi anni sarà tra i principali motori della crescita del tessuto produttivo europeo. Tra i relatori dell’evento di lancio anche Giacinto Ottaviani, Direttore Nazionale degli Armamenti; Lorenzo Mariani, Amministratore Delegato e Direttore Generale Leonardo; Pierroberto Folgiero, Amministratore Delegato e Direttore Generale Fincantieri; Riccardo Procacci, Amministratore Delegato Avio Aero.

“Quello di oggi è un dibattito sulla politica industriale”, ha sottolineato nel suo intervento il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. “L’obiettivo NATO della spesa in difesa al 3,5% del Pil entro il 2035 non è solo un traguardo finanziario: deve essere uno dei pilastri della politica industriale italiana ed europea. Questa decisione, infatti, impone una strategia nazionale capace di trasformare tale scelta in un’opportunità per costruire un piano industriale di lungo periodo per il Paese in cui gli investimenti si traducano in innovazione, competenze, occupazione qualificata e competitività. La cosa da evitare è che questi investimenti finiscano all’estero. Per il nostro sistema delle imprese è prioritario generare crescita in Italia, puntando su ricerca e sviluppo a livello nazionale, nella consapevolezza che gli investimenti nei settori dell’aerospazio e della difesa generano sempre importanti ricadute dual use, con applicazioni strategiche anche in ambito civile. L’Europa e l’Italia devono capire che solo sostenendo con risorse adeguate le loro filiere strategiche saranno in grado di non perdere la grande sfida che ci lanciano Stati Uniti e Cina. Germania, Francia e Spagna, infatti, stanno rafforzando le proprie basi industriali. La Spagna, secondo i dati SIPRI, tra il 2024 e il 2025 ha aumentato del 50% le spese nel comparto e negli ultimi 9 anni queste sono passate dal 1,1% del PIL nel 2016 al 2,1% nel 2025. Noi non possiamo rimanere indietro”.

“Lo spazio è da sempre una dimensione naturale dell’Italia e rappresenta oggi una delle maggiori potenzialità di crescita dell’economia italiana ed europea. È uno dei settori in cui si stanno definendo i nuovi equilibri economici, tecnologici e geopolitici globali: la competizione non è più soltanto tra nazioni, ma tra continenti e grandi sistemi industriali”, ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy e Autorità delegata alle politiche spaziali e aerospaziali del Governo, sen. Adolfo Urso. “La forza italiana – ha aggiunto – sta nella sua filiera, che unisce grandi campioni nazionali, PMI altamente specializzate, startup innovative e distretti industriali diffusi in sedici regioni del Paese. Per questo abbiamo messo in campo 7,8 miliardi di euro entro il 2028 per rafforzare l’ecosistema spaziale nazionale e sostenerne la crescita. Il programma Artemis, con Luca Parmitano pilota della missione Artemis III e il modulo abitativo lunare sviluppato a Torino dall’industria italiana, è una dimostrazione concreta del ruolo che il nostro Paese può svolgere nei programmi più avanzati a livello internazionale”. “È questa la sfida che abbiamo di fronte: trasformare le nostre competenze industriali e tecnologiche in maggiore competitività, occupazione qualificata e leadership europea nei settori strategici del futuro”, ha concluso Urso.

Il raggiungimento dell’obiettivo NATO del 3,5% del PIL per la difesa entro il 2035 potrebbe tradursi, per l’Italia, in un incremento cumulato del PIL pari al +3% (+51 miliardi) grazie a un effetto moltiplicativo stimato intorno a due volte il valore degli investimenti, questo a patto che destiniamo l’aumento della spesa alle filiere del nostro tessuto produttivo. Qualora, invece, decidessimo di rivolgere gli investimenti strategici importando dall’estero la crescita cumulata non supererebbe lo 0,9% del PIL. Si prevede, inoltre, una forte crescita della produttività, con un valore aggiunto dell’industria che aumenta più del PIL (+6,5%) e traina occupazione (+2,1%) ed entrate fiscali, oltre a generare importanti ricadute tecnologiche sull’intero sistema produttivo.

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L’Italia parte da una base industriale già consolidata. Secondo la mappatura realizzata da CTNA – Il Cluster Tecnologico Nazionale Aerospazio – e Confindustria, il settore aerospaziale nazionale vale oltre 21,4 miliardi di euro di fatturato, impiega 54.300 addetti e investe circa il 5% dei ricavi in ricerca e sviluppo. La filiera è composta per oltre l’80% da piccole e medie imprese altamente specializzate e diffuse su tutto il territorio nazionale.

Il progetto guarda sia alla space economy che ai comparti della difesa, della cybersecurity, dell’aeronautica civile e della cantieristica, settori accomunati da elevata intensità tecnologica e da una crescente integrazione tra applicazioni civili e militari. Nella space economy, ad esempio, la produttività supera del 65% la media nazionale e il nuovo documento strategico di settore prevede risorse per 7,8 miliardi di euro entro il 2028. Il mercato italiano della cybersecurity invece vale oltre 2,2 miliardi di euro e cresce a ritmi superiori al 12% annuo.

Uno degli elementi centrali del progetto è il coinvolgimento delle PMI. Per Confindustria, il rafforzamento della filiera passa dalla capacità di accompagnare le imprese nei percorsi di crescita dimensionale, aggregazione, accesso al credito e partecipazione ai grandi programmi industriali e tecnologici.

“Senza PMI forti non esiste una filiera forte” ha sottolineato Giorgio Marsiaj, vice presidente di Confindustria per l’Aerospazio. “In uno scenario internazionale caratterizzato dal rafforzamento delle politiche industriali nazionali e dalla crescente competizione tra sistemi produttivi, Confindustria punta a svolgere un ruolo sempre più operativo nel favorire connessioni industriali, investimenti e sviluppo dimensionale delle imprese. La sfida non è creare una filiera da zero, ma valorizzare e rafforzare un patrimonio industriale già esistente, affinché la crescita del settore si traduca in crescita per l’intero Sistema Paese. Ci muoviamo in questa direzione con una logica di filiera, per garantire che i campioni nazionali siano in grado di attivare e coinvolgere il tessuto delle piccole e medie imprese italiane, valorizzando l’intero ecosistema industriale nazionale”.

Strumento operativo del progetto è, infatti, ConnextFilierela piattaforma digitale proprietaria sviluppata da Confindustria per favorire scouting, profilazione e matching industriale tra imprese. L’obiettivo è rendere visibili competenze, capacità produttive e specializzazioni presenti nel sistema industriale italiano, creando nuove opportunità di collaborazione lungo le catene del valore.

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L’Aerospazio, Difesa e Sicurezza rappresenta la prima applicazione concreta della piattaforma. Dopo il convegno di lancio del 24 giugno, il progetto proseguirà con una serie di appuntamenti territoriali nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027, con l’obiettivo di estendere progressivamente il modello ad altre filiere strategiche.

-Foto locandina evento ufficio stampa Confindustria-
(ITALPRESS).

Economia

Optima Italia, crescita record nel 2025: 850 mila utenze e ricavi a 430,7 milioni

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RIMINI (ITALPRESS) – Ricavi in crescita del 16,9% e nuovo massimo storico per Optima Italia che chiude il 2025 a quota 430,7 milioni di euro, (368,6 milioni nel 2024), con 850 mila utenze attive tra energia e telecomunicazioni. Un risultato che conferma il percorso di crescita dell’azienda, che da oltre 25 anni punta sull’integrazione dei servizi e sulla digitalizzazione per semplificare la gestione delle esigenze di famiglie e imprese.
Nata a Napoli nel 1999, Optima oggi è una Digital Company italiana che opera nei settori Energy e Telco, con servizi di Luce, Gas, Internet e Mobile. A sostenere lo sviluppo sono stati l’espansione della rete commerciale e dei canali digitali, la crescita del comparto Telco e gli investimenti nell’esperienza del cliente e nelle piattaforme tecnologiche proprietarie, raggiungendo circa 200 mila utenze nel comparto Energy e 650 mila nel comparto Telco, tra Mobile e Fibra.
Nel 2025 gli investimenti complessivi hanno raggiunto 59,4 milioni di euro, di cui 51,7 milioni riferiti agli investimenti commerciali, in aumento rispetto ai 45,7 milioni del 2024 e finalizzati principalmente all’acquisizione e allo sviluppo della clientela. Per quanto riguarda la redditività, l’Ebitda si è attestato a 72,7 milioni di euro, con un’incidenza sui ricavi del 16,9% (il dato include costi di natura straordinaria sostenuti nel corso dell’esercizio, al netto dei quali l’Ebitda avrebbe registrato una crescita). L’Ebit è stato pari a 11,6 milioni di euro, mentre l’utile netto è di 3,8 milioni.
La gestione ha prodotto un flusso di cassa operativo di 67,5 milioni di euro e un free cash flow di circa 11,5 milioni, confermando la capacità del modello di business di finanziare una quota significativa dello sviluppo attraverso risorse generate internamente. La Posizione Finanziaria Netta adjusted è risultata pari a 30,9 milioni di euro, rispetto ai 22,6 milioni di fine 2024, dopo aver sostenuto gli investimenti e l’operazione di riacquisto di azioni proprie. Il rapporto tra PFN adjusted ed Ebitda resta contenuto, attestandosi a circa 0,42 volte. Il patrimonio netto è salito a 45,5 milioni di euro, rispetto ai 20,5 milioni del 2024.
Il modello Optima si rivolge oggi a un pubblico ampio e diversificato, con soluzioni pensate per famiglie, professionisti, piccole e medie imprese e realtà corporate, mantenendo come elemento comune l’integrazione tra servizi, la digitalizzazione dei processi e la semplificazione della relazione con il cliente. Nel tempo l’azienda ha inoltre sviluppato competenze verticali e soluzioni dedicate a segmenti caratterizzati da esigenze specifiche, come il mondo dei condomini e delle relative amministrazioni e quello delle Pubbliche Amministrazioni.
La capacità di adattare l’offerta alle caratteristiche dei diversi mercati consente a Optima di accompagnare clienti con esigenze molto differenti, dal privato alla grande organizzazione, mantenendo una stessa filosofia: ridurre la complessità, integrare più servizi e utilizzare tecnologia e competenze specialistiche per semplificarne la gestione. E’ proprio questa capacità di evolvere continuamente l’offerta intorno alle necessità dei clienti che rappresenta uno dei principali driver dello sviluppo dell’azienda.
“I risultati del 2025 confermano la forza di un approccio innovativo che parte da un obiettivo molto semplice: migliorare la vita di persone, imprese e Pubbliche Amministrazioni, riducendo la complessità nella gestione dei servizi – dichiara Marco Realfonzo, CEO e CCO di Optima Italia -. L’integrazione è da sempre uno dei tratti distintivi di Optima: mettere insieme più servizi significa offrire al cliente un’esperienza più semplice, un unico punto di riferimento e, allo stesso tempo, creare condizioni di maggiore convenienza per chi sceglie di concentrare più utenze e servizi con noi. Continuiamo ad ampliare il nostro ecosistema e a investire in tecnologia, innovazione e qualità della relazione con i clienti. La convention “We Are Optima” rappresenta il momento ideale per condividere questa visione con la nostra rete e con tutte le persone che ogni giorno contribuiscono alla crescita dell’azienda”.
“La crescita dei ricavi si è accompagnata a una redditività solida e a una significativa capacità di generare cassa – sottolinea Giancarlo Gargiulo, CEO e CFO di Optima Italia -. Nel corso dell’anno abbiamo sostenuto quasi 60 milioni di euro di investimenti e completato operazioni societarie di grande rilievo, mantenendo il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda al di sotto di 0,5 volte. Il rafforzamento patrimoniale e la capacità di autofinanziamento rappresentano basi concrete per proseguire il nostro percorso di sviluppo e creare valore nel lungo periodo”.

– Foto ufficio stampa Optima Italia –
(ITALPRESS).

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Economia

Imprese, l’indagine di Confapi: sistema resiliente, ma preoccupa lo stretto di Hormuz

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ROMA (ITALPRESS) – Scarsi effetti dai dazi Usa, molta preoccupazione per il perdurare delle difficoltà alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, crescita programmata degli investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale, basso ricorso e aumento delle difficoltà nell’accesso al credito. È la fotografia scattata da Confapi, che ha presentato oggi i risultati del nuovo Rapporto Congiunturale sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per il secondo semestre delle piccole e medie imprese industriali, basato su un campione di 2.000 aziende associate.

Le imprese italiane temono diversi impatti per la crisi in Medio Oriente e per la situazione dello Stretto di Hormuz: per il 69,5% sono attesi effetti negativi per le attività, con una conseguente diminuzione della redditività, mentre per il 50% delle Pmi le ricadute negative del blocco di Hormuz sono già in corso.

I blocchi logistici e i conseguenti rincari energetici sono percepiti come “una minaccia immediata e sistemica per la produzione, con un ricadute su fatturato, ordini e utili”. L’analisi dell’impatto dei dazi statunitensi sull’attività delle imprese, invece, evidenzia per l’87,5% del campione effetti limitati sulle Pmi industriali pur segnalando aree di attenzione legate all’aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento.

Nel primo semestre 2026, meno della metà delle imprese (48,3%) ha effettuato investimenti, con il 51,7 che non ha programmato invece piani pluriennali di crescita. Crescono invece gli investimenti nelle tecnologie AI, che vengono considerate dalle imprese “una leva imprescindibile per incrementare la produttività (60,7%), ottimizzare i costi (90,1%) e potenziare capacità di elaborazione e gestione dei dati (82%)”.

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Aumenta però la preoccupazione per l’accesso al credito: nel periodo di riferimento, il 66,5% delle Pmi industriali italiane non ha avanzato domande al sistema bancario per nuove risorse finanziarie, percentuale in crescita del 7,8% rispetto al 2025. Questo dato, per Confapi, “testimonia la percezione di una forte difficoltà nella richiesta di credito, spingendo la maggioranza delle aziende a non tentare nemmeno l’interlocuzione con gli istituti bancari per timore di rifiuti (35%), condizioni troppo onerose (30,8%) o richiesta di eccessive garanzie (27%), con conseguenti scelte di autofinanziamento da parte delle Pmi”. È evidente “una profonda distanza tra le necessità del sistema produttivo e l’offerta del sistema bancario, che si traduce quindi in un fenomeno di rinuncia preventiva, con il 56% delle Pmi che ricorre all’autofinanziamento con conseguente indebolimento degli asset patrimoniali”.

“Dalla nostra indagine – spiega il presidente Cristian Camisaemerge una crescente preoccupazione per una situazione che continua a protrarsi e che si sta trasformando in un peggioramento nel secondo semestre, alimentando un clima di forte e persistente incertezza. Per le nostre imprese non c’è fattore più penalizzante dell’incertezza: quando il quadro cambia continuamente, le aziende tendono inevitabilmente a rimandare gli investimenti e a rivedere o rinviare le proprie strategie sui mercati esteri”, sottolinea. “Alle problematiche dovute alle crisi internazionali si aggiungono oggi quelle sempre più evidenti nell’accesso al credito, che rischiano di frenare ulteriormente la capacità di investimento e di crescita delle imprese”, prosegue.

“Come sempre, le Pmi italiane stanno dimostrando una straordinaria resilienza e una grande capacità di tenuta. Ma proprio per sostenerle è necessario, ora più che mai, un intervento strutturale da parte delle Istituzioni e del Governo. Occorre una politica industriale chiara, strumenti concreti e condizioni di maggiore stabilità, affinché le imprese”, conclude Camisa.

-Foto col4/Italpress-
(ITALPRESS).

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Imprese, l’indagine di Confapi: sistema resiliente, ma preoccupa lo stretto di Hormuz

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ROMA (ITALPRESS) – Scarsi effetti dai dazi Usa, molta preoccupazione per il perdurare delle difficoltà alla libera circolazione nello stretto di Hormuz, crescita programmata degli investimenti nel settore dell’intelligenza artificiale, basso ricorso e aumento delle difficoltà nell’accesso al credito. È la fotografia scattata da Confapi, che ha presentato oggi i risultati del nuovo Rapporto Congiunturale sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per il secondo semestre delle piccole e medie imprese industriali, basato su un campione di 2.000 aziende associate.

Le imprese italiane temono diversi impatti per la crisi in Medio Oriente e per la situazione dello Stretto di Hormuz: per il 69,5% sono attesi effetti negativi per le attività, con una conseguente diminuzione della redditività, mentre per il 50% delle Pmi le ricadute negative del blocco di Hormuz sono già in corso.

I blocchi logistici e i conseguenti rincari energetici sono percepiti come “una minaccia immediata e sistemica per la produzione, con un ricadute su fatturato, ordini e utili”. L’analisi dell’impatto dei dazi statunitensi sull’attività delle imprese, invece, evidenzia per l’87,5% del campione effetti limitati sulle Pmi industriali pur segnalando aree di attenzione legate all’aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento.

Nel primo semestre 2026, meno della metà delle imprese (48,3%) ha effettuato investimenti, con il 51,7 che non ha programmato invece piani pluriennali di crescita. Crescono invece gli investimenti nelle tecnologie AI, che vengono considerate dalle imprese “una leva imprescindibile per incrementare la produttività (60,7%), ottimizzare i costi (90,1%) e potenziare capacità di elaborazione e gestione dei dati (82%)”.

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Aumenta però la preoccupazione per l’accesso al credito: nel periodo di riferimento, il 66,5% delle Pmi industriali italiane non ha avanzato domande al sistema bancario per nuove risorse finanziarie, percentuale in crescita del 7,8% rispetto al 2025. Questo dato, per Confapi, “testimonia la percezione di una forte difficoltà nella richiesta di credito, spingendo la maggioranza delle aziende a non tentare nemmeno l’interlocuzione con gli istituti bancari per timore di rifiuti (35%), condizioni troppo onerose (30,8%) o richiesta di eccessive garanzie (27%), con conseguenti scelte di autofinanziamento da parte delle Pmi”. È evidente “una profonda distanza tra le necessità del sistema produttivo e l’offerta del sistema bancario, che si traduce quindi in un fenomeno di rinuncia preventiva, con il 56% delle Pmi che ricorre all’autofinanziamento con conseguente indebolimento degli asset patrimoniali”.

“Dalla nostra indagine – spiega il presidente Cristian Camisaemerge una crescente preoccupazione per una situazione che continua a protrarsi e che si sta trasformando in un peggioramento nel secondo semestre, alimentando un clima di forte e persistente incertezza. Per le nostre imprese non c’è fattore più penalizzante dell’incertezza: quando il quadro cambia continuamente, le aziende tendono inevitabilmente a rimandare gli investimenti e a rivedere o rinviare le proprie strategie sui mercati esteri”, sottolinea. “Alle problematiche dovute alle crisi internazionali si aggiungono oggi quelle sempre più evidenti nell’accesso al credito, che rischiano di frenare ulteriormente la capacità di investimento e di crescita delle imprese”, prosegue.

“Come sempre, le Pmi italiane stanno dimostrando una straordinaria resilienza e una grande capacità di tenuta. Ma proprio per sostenerle è necessario, ora più che mai, un intervento strutturale da parte delle Istituzioni e del Governo. Occorre una politica industriale chiara, strumenti concreti e condizioni di maggiore stabilità, affinché le imprese”, conclude Camisa.

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