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Economia

La BCE lascia invariati i tassi d’interesse, obiettivo stabilizzazione inflazione al 2%

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ROMA (ITALPRESS) – Il Consiglio direttivo ha deciso oggi di mantenere invariati i tre tassi di interesse di riferimento della BCE. La sua valutazione aggiornata conferma nuovamente che l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2% a medio termine. L’economia continua a mostrare buona capacità di tenuta in un difficile contesto mondiale. Il basso livello di disoccupazione, la solidità dei bilanci del settore privato, l’esecuzione graduale della spesa pubblica per difesa e infrastrutture, insieme agli effetti favorevoli derivanti dalle passate riduzioni dei tassi di interesse, stanno sostenendo la crescita. Al tempo stesso, le prospettive sono ancora incerte, soprattutto a causa dell’indeterminatezza delle politiche commerciali e delle tensioni geopolitiche in atto a livello mondiale.

Il Consiglio direttivo è determinato ad assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2% a medio termine. Per definire l’orientamento di politica monetaria adeguato, il Consiglio direttivo seguirà un approccio guidato dai dati in base al quale le decisioni vengono adottate di volta in volta a ogni riunione. In particolare, le decisioni del Consiglio direttivo sui tassi di interesse saranno basate sulla valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi.

I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno invariati al 2%, al 2,15% e al 2,40%, rispettivamente. I portafogli del PAA e del PEPP (pandemic emergency purchase programme) si stanno riducendo a un ritmo misurato e prevedibile, dato che l’Eurosistema non reinveste più il capitale rimborsato sui titoli in scadenza. Il Consiglio direttivo è pronto ad adeguare tutti i suoi strumenti nell’ambito del proprio mandato per assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2% a medio termine e per preservare l’ordinato funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria.

Inoltre, lo strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria può essere utilizzato per contrastare ingiustificate, disordinate dinamiche di mercato che mettano seriamente a repentaglio la trasmissione della politica monetaria in tutti i paesi dell’area dell’euro, consentendo così al Consiglio direttivo di assolvere con più efficacia il proprio mandato della stabilità dei prezzi.

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– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).

Economia

Il turismo estero spinge i consumi, nel 2025 la spesa degli stranieri in Italia vola a 56,7 miliardi

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ROMA (ITALPRESS) – Il turismo estero continua a spingere i consumi. Nel 2025, la spesa totale dei viaggiatori stranieri nel nostro Paese è stata di poco più di 56,7 miliardi, 2,5 miliardi in più rispetto al 2024 (+4,6%). Una crescita che dovrebbe continuare, con una variazione attesa per il 2026 del +3,9% sull’anno, raggiungendo i 58,9 miliardi (+2,2 miliardi). È quanto emerge dalle stime e dalle elaborazioni condotte da CST – Centro Studi Turistici di Firenze per Confesercenti su dati Banca d’Italia.

La quota principale di spesa dei turisti stranieri è stata destinata all’ospitalità (45,2%), seguita dalla ristorazione (23%) e dagli acquisti di beni presso la rete commerciale (15,2%). Il resto della spesa è stato destinato al trasporto interno (9,5%) e agli “altri servizi” (7,2%).

Nel 2025 rispetto al 2024 il turismo internazionale ha generato 2.510 milioni di euro in più (+4,6%). Tuttavia, la crescita non si è distribuita in modo uniforme, ma è stata trainata quasi interamente da alloggio (+1.101 milioni di euro, +4,5%) e ristorazione (+955 milioni di euro, +7,9%), spinta dal crescente interesse nella tradizione gastronomica italiana. Gli acquisti di beni nei negozi hanno registrato invece una crescita contenuta (+164 milioni di euro, +1,9%), mentre calano le spese per il trasporto interno, unica voce in rosso, che perde 261 milioni di euro (-4,6%) rispetto al 2024. Pur rappresentando una quota minore in termini assoluti (+551 milioni di euro), la categoria altri servizi ha registrato la crescita percentuale più alta in assoluto (+15,7%). In questa voce convergono le visite guidate, escursioni, ingressi ai musei, concerti, esperienze personalizzate e servizi di benessere, a dimostrazione di una domanda estera sempre più orientata al “turismo d’esperienza”.

Le prime quattro regioni per spesa assorbono quasi il 56% dei consumi dei visitatori stranieri: Lazio (10,2 miliardi, il 18,1%), Lombardia (9,9 miliardi circa, il 17,6%) e Veneto (6,3 miliardi, pari all’11,1%) e Toscana (5,3 miliardi, per il 9,4%). Tra le altre regioni emergono Campania con 3.390 milioni di Ç (6,0% del totale) e Trentino-Alto Adige con 3.069 milioni di Ç (5,4% del totale). Le regioni con il minor impatto di spesa da parte di viaggiatori stranieri sono invece la Basilicata (60 milioni di euro) e il Molise (37 milioni di euro). Di contro, il Friuli-Venezia Giulia mostra una struttura di spesa unica nel suo genere, dove i turisti stranieri spendono più per lo shopping (36,5%) che per l’alloggio (27,2%). In Trentino-Alto Adige si registra invece la percentuale più alta d’Italia dedicata all’alloggio, che assorbe ben il 54,1% del budget totale dei viaggiatori nella regione.

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I dati relativi alle sole vacanze (esclusi tutti gli altri motivi del viaggio come il business) sono intorno ai 38 miliardi di euro sui 56,7 miliardi complessivi, ed evidenziano come i diversi prodotti turistici originino economie e comportamenti differenti. Il turismo culturale e nelle Città d’Arte è il motore trainante della domanda straniera: genera 21.639 milioni di euro, cioè il 56,8% di tutta la spesa per vacanze in Italia. La vacanza al mare è al secondo posto con 8.232 milioni di Ç (21,6% del totale vacanze). La vacanza in montagna genera invece 3.588 milioni di Ç (9,4%).

“Il turismo internazionale si conferma un motore economico insostituibile per il nostro Paese, con ricadute positive non solo sulle imprese dell’alloggio, ma anche della ristorazione, del commercio e dei servizi – dichiara il Presidente di Confesercenti Nico Gronchi -. Non basta però intercettare la domanda: bisogna governarla. Con quasi il 56% della spesa concentrato in quattro regioni, stiamo chiedendo a poche mete di sostenere da sole il peso di flussi che potrebbero, e dovrebbero, essere distribuiti su tutto il Paese. Un problema doppio: da una parte il rischio di sovraffollamento e perdita di vivibilità nelle mete più visibili; dall’altra territori con un enorme potenziale turistico, enogastronomico e culturale che restano ai margini della crescita”.

“Per questo chiediamo alle Istituzioni, a partire dall’Esecutivo, di mettere il governo del turismo sul territorio al centro dell’agenda: una regia nazionale che coordini Regioni e Comuni, strumenti di destagionalizzazione dei flussi, investimenti infrastrutturali verso le aree interne e minori, e incentivi mirati alle imprese che scelgono di investire fuori dalle rotte più battute. Anche perché – conclude – la domanda internazionale è destinata a crescere ancora, con l’affacciarsi di nuovi grandi mercati emergenti, a partire da quello indiano. La sfida del futuro del turismo italiano sarà proprio questa: intercettare e gestire i flussi sul territorio, per trasformare questi numeri in uno sviluppo diffuso in tutto il Paese”.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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Economia

Pil e consumi regionali, nel 2026 Nord più forte e Sud ancora in ritardo

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ROMA (ITALPRESS) – Nel 2026, con una crescita dello 0,9% – sostanzialmente come la Francia (+1%) ma più del doppio della Germania (+0,4%) – e consumi all’1,2%, l’Italia farà segnare risultati migliori di quelli conseguiti nel 2025. Lungo la Penisola, però, la ripresa continua a procedere a velocità diverse: a trainare la crescita sono soprattutto le regioni del Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno, anche per effetto di minori redditi e della continua perdita di popolazione, mantiene ritmi più contenuti, in particolare sul fronte dei consumi delle famiglie che, in molte Regioni di quest’area, restano ancora sotto i livelli del 2007. È quanto emerge da un’analisi dell’Ufficio Studi Confcommercio su Pil e consumi regionali 2025-2026.

Per l’anno in corso, la Lombardia si conferma “locomotiva” del Paese risultando, peraltro, l’unica Regione italiana a guidare contemporaneamente la classifica del Pil e quella dei consumi (rispettivamente, +1,2% e +1,8%), a seguire Trentino-Alto Adige (Pil +1% e consumi +1,5%) e Lazio (+1% e +1,4%). In coda alla classifica per il Pil figurano Basilicata e Calabria (entrambe con un +0,6%) che registrano le performance più deboli anche per i consumi (rispettivamente +0,4% e +0,5%). Questo andamento, secondo Confcommercio, conferma il rischio di un ulteriore ampliamento dei divari territoriali tra Nord e Sud. Ridurre questa “forbice” resta, pertanto, la principale condizione per rendere la crescita più equilibrata e duratura.

“Analizzando le dinamiche più recenti – si legge nell’analisi – si osserva come alla favorevole eredità lasciata dal 2025 (tre decimi di punto di crescita del Pil e dei consumi) si siano associati, nella prima parte del 2026, segnali di innegabile vivacità del nostro sistema economico. I primi mesi dell’anno in corso sono stati, infatti, caratterizzati da positivi segnali di miglioramento dei consumi e del PIL, da una ulteriore crescita delle presenze turistiche e da un moderato recupero della produzione industriale. Al contempo l’occupazione si è mantenuta ai massimi con segnali di crescita per certi versi inaspettati. La ripresa dell’inflazione, seppure repentina, sembra al momento circoscritta agli energetici con limitati effetti sul resto del sistema. L’inflazione di fondo si mantiene su valori prossimi al 2%”.

Il primo trimestre del 2026, in base alle seconde stime dell’Istat, avrebbe mostrato un PIL in crescita congiunturale di 3 decimi di punto e di 8 decimi di punto su base tendenziale. Tali dinamiche – cui si sovrappongono dati confortanti per i primi mesi del secondo trimestre, riguardanti produzione industriale, presenze turistiche, immatricolazioni di auto nuove a privati e intenzioni di acquisto di beni durevoli – portano a stimare per il 2026, pur in presenza di un rallentamento nel corso del secondo semestre, una crescita del PIL dello 0,9% e dell’1,2% per i consumi (risultati migliori di quelli conseguiti nel 2025).

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“Nonostante le crisi degli ultimi anni (Covid, guerra in Ucraina, ripresa dell’inflazione), l’economia italiana è cresciuta, anche grazie allo stimolo del PNRR, nel periodo 2020-2024, a un tasso medio annuo dell’1,1%, segnalando un netto miglioramento rispetto alla recessione strisciante del periodo 2008-2019 (-0,4%) – sottolinea Confcommercio -. Queste dinamiche di lungo periodo hanno interessato, sia pure con diverse intensità, tutto il territorio nazionale, con apprezzabili spunti di recupero anche per le regioni del Mezzogiorno. Dopo un periodo più dinamico, il 2025 ha segnato, per il nostro Paese, il ritorno a un tasso di crescita molto contenuto (0,5%), nonostante un’evoluzione della domanda da parte delle famiglie (+1%) più tonica rispetto a quanto rilevato nel lungo periodo: -0,2% la variazione media annua nel periodo 2008-2019 e +0,3% nel periodo 2020-2024″.

Sul versante dei consumi, riferiti a quelli effettuati sul territorio – includendo pertanto la spesa dei turisti ed escludendo quella dei residenti effettuata al di fuori della regione – il Mezzogiorno ha mostrato anche nel 2025 dinamiche più modeste rispetto al dato nazionale. Oltre a riflettere una minore disponibilità reddituale, le dinamiche del Mezzogiorno incorporano anche gli effetti della continua perdita dal punto di vista della popolazione, soprattutto quella che si concentra nella fasce che producono reddito e hanno livelli di spesa più elevati.

“Elementi che condizionano anche le stime per il 2026. In termini prospettici, la tendenza al miglioramento dell’attività economica e dei consumi stimata per il 2026 dovrebbe, infatti, interessare in misura lievemente più accentuata le regioni del Centro-Nord. Per il Mezzogiorno le dinamiche attese sono sostanzialmente in linea con quanto rilevato nel 2025, comportando un marginale ampliamento dei già consistenti divari esistenti tra le diverse aree del Paese – conclude Confcommercio -. Nonostante i miglioramenti attesi per l’anno in corso secondo le nostre stime del PIL e dei consumi sul territorio, anche nel 2026 molte regioni, soprattutto nel Mezzogiorno e con particolare riguardo alla domanda delle famiglie, sconteranno livelli inferiori rispetto al 2007″.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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Economia

Rapporto “Italian Maritime Economy”, i conflitti modificano le rotte

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NAPOLI (ITALPRESS) – Srm, Centro Studi e Ricerche collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo, ha presentato a Napoli, nella sede della banca a Gallerie d’Italia, il tredicesimo rapporto annuale “Italian Maritime Economy”, un focus dedicato a stretti e rotte marittime nel nuovo scenario globale, discutendo della centralità del Mediterraneo tra crescente competizione e cambiamenti delle catene logistico-portuali.

Hanno aperto i lavori i saluti del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, del presidente della fondazione Compagnia San Paolo, Marco Gilli e del Presidente di Srm, Paolo Scudieri. A seguire l’intervento introduttivo sugli scenari geopolitici di Marta Dassù, direttrice di Aspenia. Hanno presentato il rapporto: Massimo Deandreis, Direttore Generale Srm, e Alessandro Panaro, Responsabile Maritime & Energy del Centro Studi. A seguire due momenti di dibattito: la prima sessione dal titolo “Shipping globale tra geopolitica, sicurezza e nuove rotte commerciali”, mentre la seconda ha avuto come oggetto “Porti, logistica e intermodalità nei nuovi corridoi del Mediterraneo”.

Ha concluso i lavori Luca Bocca, Chief Financial Officer di Intesa Sanpaolo. Tra gli highlights del rapporto, il cambiamento della geografia del commercio mondiale: dallo Stretto di Hormuz transitava il 37% del commercio mondiale di greggio, la quasi chiusura ha coinvolto volumi pari al 10% della produzione mondiale di petrolio. Le navi, dunque, cambiano rotta, le supply chain si ridisegnano.

Carrier e operatori logistici hanno risposto alle crisi con deviazioni, transhipment e rotte alternative. Nel contempo Usa e Cina si allontanano, l’Asia si riorganizza: nel 2025 l’import Usa dalla Cina è sceso del 30%, mentre quello dai Paesi Asean è cresciuto del 29%. Pechino guarda a Sud: più export verso Africa e Sud-Est asiatico. La Cina compensa il calo degli scambi con gli Stati Uniti aumentando le esportazioni verso Africa (+25,8%) e Sud-Est asiatico (+13,4%).

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Intanto il Mediterraneo cresce anche con Suez in crisi. Nel 2025 i principali porti container dell’area hanno superato i 72 milioni di Teu, con una crescita del 5,9%. L’Italia invece resta una potenza dell’export: nel 2025 il commercio estero del nostro Paese ha superato 1.200 miliardi di euro, con un export pari a 643 miliardi. Via mare si muove circa un quarto dei nostri scambi internazionali in valore, i porti italiani superano quota 500 milioni di tonnellate. Nel 2025 le Autorità di Sistema Portuale hanno movimentato 511 milioni di tonnellate di merci, in crescita del 3,5%. Container (132 milioni di tonnellate) e Ro-Ro (122 milioni) trainano la crescita degli scali. Sullo Short Sea Shipping, l’Italia è sempre prima in Europa: il nostro Paese movimenta 304 milioni di tonnellate e detiene una quota di mercato del 15,6%. Infine tra i temi la nuova sfida dei porti che riguarda la connessione con i mercati. Oltre 13 miliardi di euro di investimenti in Italia puntano su ultimo miglio, ferrovia, accessibilità marittima e digitalizzazione.

“Il tema scelto da Srm per il Rapporto di quest’anno – commenta Gian Maria Gros-Pietro, Presidente Intesa Sanpaolo -, coglie con grande efficacia una delle sfide più rilevanti del nostro tempo. Mai come oggi il mare rappresenta una chiave di lettura privilegiata per comprendere l’evoluzione dell’economia mondiale. Le rotte marittime, i porti, gli stretti strategici e le infrastrutture logistiche non sono soltanto elementi del sistema dei trasporti: sono i luoghi nei quali si intrecciano commercio internazionale, sicurezza energetica, politica industriale e nuovi equilibri geopolitici. E’ anche per questa ragione che il settore dei trasporti marittimi e della logistica riveste per Intesa Sanpaolo una valenza strategica. Attraverso il mare transitano le esportazioni delle nostre imprese, gli approvvigionamenti energetici, i flussi turistici e una quota crescente degli investimenti che sostengono la crescita del nostro Paese. In definitiva, una parte rilevante della competitività dell’Italia si gioca proprio sull’efficienza e sulla capacità del suo sistema logistico-portuale, infrastruttura essenziale per sostenere crescita, apertura internazionale e resilienza economica”.

“Le crisi geopolitiche internazionali – sottolinea invece Massimo Deandreis, Direttore Generale Srmstanno ridisegnando rotte, tempi e costi del commercio mondiale, rendendo il mare un indicatore sempre più sensibile degli equilibri economici globali. In questo scenario il Mediterraneo conferma una centralità strategica crescente: nonostante le tensioni su Suez e Hormuz, resta una piattaforma decisiva di connessione tra Europa, Asia e Africa. Per l’Italia, grande Paese esportatore e manifatturiero, porti, shipping e logistica sono infrastrutture economiche essenziali, non solo nodi di transito. La competitività del sistema produttivo passa dalla capacità di connettere meglio scali, reti ferroviarie, aree industriali e mercati internazionali. I porti italiani, con oltre 500 milioni di tonnellate movimentate e investimenti rilevanti su ultimo miglio, digitalizzazione e accessibilità, possono diventare uno degli strumenti più forti per sostenere crescita, resilienza e proiezione internazionale dell’economia nazionale”.

– Foto xc9/Italpress –

(ITALPRESS).

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